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La guerra e il clima ci costringeranno a riscrivere  la “sociologia degli spaghetti”?

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C’è chi sostiene che l’aumento del prezzo del grano duro, effetto della guerra in Ucraina, e il dramma della siccità renderanno così costosa la pasta che diventeremo tutti “mangiafoglie”. Ma c’è chi dice chiaramente che intorno al grano e alla pasta si stanno intrecciando  gli sporchi giochi della speculazione. Vedremo. Raccontiamo il primo tentativo – era il 1968- di una “sociologia” degli spaghetti: ne parlarono, tra gli altri, Giovanni Artieri, Mario Stefanile e Paolo Monelli. Correda l’articolo “Il mangiatore di spaghetti” di Renato Guttuso.

 

Una sociologia degli spaghetti  venne tentata, su suggerimento di Pasquale Barracano, da sei Maestri  della cultura e della penna: Giovanni Artieri, Alberto Consiglio, Giuseppe Longo, Paolo Monelli, Mario Stefanile, e Virgilio Lilli, che fu anche un grande pittore. Artieri, Consiglio e Stefanile erano napoletani; Longo era  siciliano, e Lilli cosentino di nascita, ma romano di umori e di cultura. Il modenese Paolo Monelli era padano ed europeo: proprio così scrisse Artieri, inquieto profeta.  I loro scritti confluirono nel  libro “Spaghetti d’oro”, che venne pubblicato, fuori commercio, dal  “Centro ricerche sulle paste alimentari”.  Era il 1968.  Sedici anni dopo Giovanni Artieri raccontò  quell’ avventura in “Napoli scontraffatta”,, in un memorabile capitolo intitolato “Introduzione a una filosofia degli spaghetti”, in pagine così  scintillanti  di intelligenza e di gusto, così dense di spunti d’ironia e di concetti seri e profondi, che quella “Introduzione”  avrebbe meritato un seguito. Alberto Consiglio osservò che i vermicelli “sono una variazione, una sintesi,  una elaborazione e sofisticazione del pane: candido, semplice, filiforme, comodo a trangugiarsi anche senza denti. Il vermicello è un pane che cerca condimento”. E’ una visione romantica. Il vermicello, candido e semplice come  Werther  o come Jacopo Ortis, cerca quel condimento che lo esalterà e, esaltandolo, lo porterà a dissolversi: trangugiato, assaporato, inghiottito, trasformato in nutrimento vitale del corpo, in voluttà dei sensi, in piacere della rimembranza. La tesi di Consiglio mi lascia freddo: ne condivido solo un principio, che  mangiar maccheroni non è un imperativo della fame o della gola, ma  è l’atto di un soggetto che riflette su sé stesso: è, in definitiva, un esame di coscienza. Virgilio Lilli da ragazzo amava rubare la pasta: preferiva la lunga, “che si poteva tenere sia pure per un attimo fra le labbra come un filo d’erba o un fuscello”, ma, in mancanza, si accontentava della corta. Ma la sua passione autentica erano “i pezzetti di pasta in forma di alfabeto. Quando arrivava in tavola la minestrina di pasta “ alfabeto ”non staccavo gli occhi dal piatto e dal cucchiaio. Torcendo la testa cercavo di leggere le combinazioni di sillabe o addirittura di parole che le lettere della pastina componevano casualmente sull’orlo della scodella. Mi sembrava di mangiare un romanzo.” Il siciliano Giuseppe Longo notò, con grande acume, che il più siciliano dei piatti, i maccheroni con le sarde, sono l’immagine plastica della pesante pompa di certe architetture, della storia e del sistema sociale dell’isola: “ questa pasta impiastricciata è  un capolavoro di ipocrisia capitalistica degno dei Borboni. Ma quale splendida e succulenta ipocrisia! “A Paolo Monelli il pasticcio di maccheroni, piatto classico nelle terre del bacino del Po, dettò questa riflessione: “per un Napoletano i maccheroni ( intendendo con questo vocabolo tutte le paste lunghe e corte, spaghetti, vermicelli, rigatoni, ziti,, trenette e lingue di passero, perciatelli, strangolaprievete, ecc.ecc.) sono un cibo sovrano, fondamentale, che va condito con quanto basta per insaporirlo; con il succo del pomodoro fresco e il formaggio o con la compagnia delle vongole, o in modo anche più succinto, con olio e aglio e un po’ di prezzemolo…. Emiliani e Romagnoli, invece, considerano la pasta soltanto come un veicolo, per così dire, di cibi vari e essenziali, saporitissimi, come il ragù di carne che richiede ore e ore di paziente elaborazione, salse di ogni genere, di pomodoro, di acciughe, di funghi, arricchite con il prosciutto e i fegatini e le verdure e l’odore di spezie e ortaggi di ogni genere…”. Dunque, per un Napoletano i maccheroni sono un cibo sovrano: una filosofia napoletana dei maccheroni bisogna costruirla su questa regale verità. Il quadro di Guttuso rappresenta un capitolo importante della “sociologia dei maccheroni”: il capitolo dei gesti: il busto proteso verso i maccheroni, il braccio sinistro piegato come a difendere il “piatto” da qualche “nemico”, gli occhi socchiusi a gustare, a pregustare, a immaginare e la tessitura delle macchie di colori che commentano i valori dell’espressione del mangiatore. Che forse era il padre del pittore, appena tornato dal lavoro. E dietro, il buio: perché quando ci si confronta con un piatto di pasta, il mondo scompare: e le luci degli spaghetti addolciscono perfino la nodoso struttura delle mani da lavoratore.

 

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