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Bandiera del Sabato dei Fuochi che sventola
Bandiera del Sabato dei Fuochi che sventola

La cronaca di un’anima errante alla ricerca del significato della celebrazione del Sabato dei Fuochi e che forse l’ha trovato.

Dopo quattro giorni dal Sabato dei Fuochi non mi capacito ancora, e più cerco di adeguarmi al tran-tràn quotidiano e più esco pazzo! Sinceramente non so come i paranzari storici facciano a riprendersi dal trauma della festa, ma io, non mi raccapezzo più! I puristi la chiamano devozione e in realtà così è, ma lo è come risulta ovvio che le sue origini più che cristiane sono pagane, e sono di completa dedizione all’elemento naturale che in questo caso è ‘a Muntagna e all’universale femminile e materno della Mamma Schiavona.

Detto questo, fatta la dotta disquisizione, le cose continuano a non tornarmi e non lo fanno solo perché la nostalgia di quei momenti continua ad essere forte e implacabile quanto più è spenta e monotona la vita di tutti i giorni, ma anche perché mi chiedo e chiedo loro come facciano a resistere un anno intero prima di tornare lassù, per vivere la fratellanza della Montagna, del Ciglio, quella della Paranza; spero che prima o poi me lo spieghino perché altrimenti farò sosta fissa presso il Casamale e per quanto bevo, mangio e rompo, non gli conviene.

Per farvi capire quel che ancora una volta ho vissuto ‘ncoppa ‘o Ciglio sarete costretti a sorbirvi l’ennesima cronaca della giornata, perché altrimenti non saprei spiegarvelo diversamente.

La levataccia è ovvia ma stavolta è dura, perché per l’emozione, che alla tenera età di quarantotto anni m’attanaglia ancora, praticamente non mi fa dormire e alle tre del mattino sono già sveglio e vago come un’anima in pena per la casa. Solo il pensiero di non essere il solo in parte mi gratifica; no! Non è quella santa donna di mia moglie che subisce lo strascicare delle mie ciabatte ma i fratelli paranzari che vivono la mia stessa sorte e che so vicini in questo momento. Preparato lo zaino, un caffè frettoloso e con la delicatezza elefantiaca dei miei scarponi, scendo le scale; alle quattro e trenta del mattino pure il mio battito cardiaco sembra rimbombare nell’androne del palazzo ma per fortuna, fuori il portone, m’accoglie un tepore primaverile e i merli assatanati fungono da colonna sonora del mio annuale rituale.

Raggiungo ben presto Somma e per le strade deserte guadagno facilmente Santa Maria a Castello, dove parcheggio l’auto, ormai, buio permettendo, molti già mi riconoscono e ci scambiamo gli auguri e il rituale pe’ cient’anne!

Ore cinque e un quarto, zaino in spalla e subito parto, senza attardarmi e pensare quanto mi toccherà camminare per arrivare fin lassù, ai 1.132 metri di Punta Nasone. L’ascesa è stata sempre piacevole e mai avrebbe potuto esserlo come quest’anno che il clima ci è venuto incontro, e assistere all’alba sul Somma è da antologia, e tutti dovrebbero vivere questo momento una volta nella vita.

Ma, nella nostra vita ci sarà sempre un ma a rompere gli “attributi”, il mio momento idilliaco viene infatti più volte guastato dal passaggio dei catorci stracarichi di paranzari che salgono alla Traversa. Insopportabili per il rumore e per i miei polmoni di escursionista. Tutti mi salutano e qualcuno mi fa pure i complimenti per l’audacia podistica, nel primo mattino sarò stato forse l’unico a salire da Castello, ma il fumo che m’hanno lasciato come ricordo, assieme al chiaro sentore di frizione bruciata, v’assicuro, che non è dei più piacevoli. Ma comunque sono ben disposto, anzi, quando la Panda di Mario Menna si blocca e incomincia ad andare in ebollizione, gli do pure una mano, prima a spingerla, per tirarla fuori da un fosso e poi faccio luce nel motore ingolfato e dai cicleri bagnati.

Sarebbe comunque bello che almeno i giovani o i sedicenti tali come me, quelli che hanno ancora forza nelle gambe, salissero almeno quella volta all’anno a piedi e non in auto, altrimenti l’anno prossimo: o salgo alle quattro; o direttamente venerdì, e ci dormo proprio sul Ciglio!

Arrivato alla Traversa poso le torce elettriche che erano servite per illuminare la strada e soprattutto per farmi vedere da chi in rincorsa affrontava le ripide rampe dello stradello e subito riparto, temendo di perdere lo slancio ma la salita, seguendo i piccoli tornanti costruiti dai paranzari, mi prospetta sempre più facce note, schiarite da un’alba incipiente e la chiacchiera aiuta a non sentire l’acido lattico che ti satura i muscoli delle gambe. Anzi quando incontri un amico, con la scusa di salutarlo, si sosta per qualche minuto, mascherando il fiatone e senza l’umiliazione, tutta personale, della stanchezza, ma guai fermarsi a lungo! Il rischio è riprendere con sforzo maggiore il cammino.

In men che non si dica, tra i castagni e le poche betulle rimaste, spogli ancora per l’inverno dell’altitudine, scorgo prima la Croce e poi la Cappella, è segno che sono arrivato. Ultimo strappo in compagnia di Salvatore Capasso e Ciro Seraponte, numi tutelari di questa nostra Montagna, e sono davanti alla Mamma; che Pacchiana o Schiavona, Addolorata o Nera, resta sempre ‘na Mamma e chi non ne ha bisogno di una mamma, oggi come ieri? Il tempo di cambiarmi e sono pronto per il secondo caffè della mia giornata, stavolta corretto allo Johnny Walker, e prendo fiato davanti a quello spicchio di civiltà che si intravvede tra Colle Umberto e i Cognoli di Sant’Anastasia, mi godo finalmente il panorama, insperato per l’umida esperienza degli anni passati, mi godo il giallo oro del nostro primo mattino e mi sento in pace con il mondo.

Penso che, frutto anche dell’ottimo vino di quest’anno, pure per gli altri confratelli, l’esperienza del Sabato dei Fuochi debba esser stata così, e sarà per questo che tutti vivono la stessa pace interiore, tutti s’abbracciano, tutti si baciano al limite della ricchionaggine e fanno cose che normalmente non farebbero a valle. La condivisione è forse la cosa più bella che l’uomo potesse inventare e anche se stavolta questa è una semplice festa, questa diviene qualcosa di unico e irripetibile perché il prossimo anno, come lo è stata quella del precedente, sarà un’esperienza sempre diversa e vissuta con pari intensità. Il bel tempo di sabato scorso ha fugato ogni dubbio di essere io l’apportatore di pioggia, dubbio arginato nelle scorse edizioni solo dal mio alto contributo al tasso alcolico della giornata e dalle spezie del mio nocillo.

Il buon Lucio Merone, come se non bastasse il tanto vino piovuto quel giorno, m’ha battezzato definitivamente paranzaro col l’ultimo vino rimasto e con un paio di votabbicchiere, per sondare la mia resistenza etilica e assodando il mio alto valore all’uopo. Ora non hanno più scuse e forse nemmeno più io per non sentirmi parte di quella grande famiglia della Montagna nostra. Spero di poter salire ancora a lungo ‘ncoppa ‘o Ciglio per contemplare dall’alto ciò che spesso non può esser guardato dal basso, spero di poter ascoltare ancora ‘o canto a figliola e vedere le belle ragazze ballare e gli amici suonare la nostra vera musica e vivere l’essenza vitale della devozione, festa pagana perché festa cristiana, perché assolutamente celebrazione umana. Pe’ cient’anne frate’!

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