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La sapienza dei “mellonari” napoletani, l’origine del rito di mangiare “mellone d’acqua” e di lavarsi la faccia con la polpa la vigilia dell’ Assunta,  gli strani poteri medicamentosi, e il consiglio degli scrittori del Seicento di far mangiare il “mellone d’acqua” alle donne lussuriose. I depositi di “melloni” nelle grotte di Napoli, il trasporto notturno delle ceste cariche di cocomeri, e il ricordo delle esequie delle scomunicate, sepolte nel cimitero delle “Cetrangulelle”.

 

  Te si’  ‘mbriacato ‘e mellune.

 

L’acqua non può essere mai dannosa, e il rosso è simbolo della vita e della lava del Vesuvio. I “mellonari” napoletani e vesuviani sfruttarono abilmente questi aspetti del “mellone d’acqua”: negli anni della nostra giovinezza girava per Ottaviano un “mellonaro” che usava i richiami tradizionali del mestiere: “tengo ‘o ffuoco d’’o Vesuvio”  e “s’è appicciata pur’’a carretta”,- il rosso vivo ha appiccato il fuoco anche alla carretta -, e ne aggiungeva di nuovi: “’ ‘Sto rrusso quale pittore ‘o sapesse pittà’ ?” “Chesto è fuoco che arrefresca ‘a vocca, ‘a panza, e ‘o core”. Quel “mellonaro” possedeva i due requisiti che Giuseppe Orgitano, grande giornalista dell’Ottocento napoletano, riteneva indispensabili per il ruolo: avere una buona voce e essere poeta. Una voce vigorosa, ma non tenorile, come quella di cui aveva bisogno, secondo l’Orgitano, il “castagnaro”, che nel teatro dei venditori di frutta faceva la parte dell’ “amoroso”, una parte quasi sempre assegnata a un tenore: il “mellonaro”, invece, era, in questo teatro agricolo, “il padre nobile”: pronunciava poche battute, ma con voce ferma e solenne.

In tempi più recenti un venditore che si accampava lungo la strada della Zabatta diceva dei suoi cocomeri : “ Sono comm’’e Zenit” , riferendosi probabilmente all’affidabilità e alla precisione degli orologi della nota marca: i miei “melloni” non vi fanno scherzi, non hanno bisogno nemmeno della “prova”. La “prova” del “mellone d’acqua” era fatale che sollecitasse la riflessione e suggerisse detti maliziosi e “sentenze” diventate celebri: anzi, si può dire che proprio questa “prova” fece del cocomero un protagonista di primo piano della sapienza napoletana. Non bisogna mai fidarsi di nessuno, e perciò “ ‘e mellune s’accattano sulamente cu ‘a prova”, perché se ti fidi del venditore, e il cocomero lo apri solo quando sei già a casa, e esce “janco comm’’o cetrulo”, bianco del bianco neutro del cetriolo,  devi rimproverare solo te stesso: “ si ‘o mellone è asciuto janco, mo’ cu chi t’’a vuò’ piglià’?”.  I promessi sposi è meglio che le “prove” le facciano prima di contrarre matrimonio: dopo, può essere troppo tardi, e le sorprese risultano ancora più amare.  Lui deve sapere che “’ e femmene sono cumm’’e mellune, ogni ciento una”: su cento donne solo una “esce” buona. E a lei, se il marito le “esce”  “bianco”, capiterà di sentirsi dire dalle malelingue: “ Te tien’’o mellone ‘nfrisco”, tieni l’amante, sempre pronto, a portata, diciamo così, di mano. E’ noto il malizioso pessimismo dei napoletani.

Si attribuiva al “mellone d’acqua” la virtù di placare le febbri e le infiammazioni agli occhi: “ curateve cu’ na fella ‘e mellone ‘a  freva mangiarella”. Una febbre strana, la “febbre mangiarella”: uno diceva di sentirsi male, e tuttavia mangiava senza sosta: la fetta di cocomero lo aiutava a togliersi la maschera, e a smetterla di fare il furbo. Secondo il nobiluomo bolognese Vincenzo Tanara, che scrisse queste cose nel 1663, la rossa polpa raffreddava anche i fuochi delle donne lussuriose  – egli non  dice se facesse lo stesso effetto anche sugli uomini lussuriosi,  forse perché la lussuria dei maschi era considerata un  pregio prezioso-:  aggiungeva, il nobiluomo, che traevano benefici da questa virtù soprattutto le tessitrici, “le più lussuriose tra tutte”: e la storia della cattiva fama delle tessitrici è una storia lunga.  In un libro del 1735 Apostolo Zeno irrise un avvocato napoletano, Giuseppe Sorge, il quale aveva scritto un “libricciuolo” per sostenere che  “mangiando il mellone d’acqua non si guasta il digiuno ecclesiastico”:  questa tesi lo Zeno la giudicò “una solennissima mellonaggine”, e cioè una cavolata impareggiabile: ma i ragionamenti del Sorge trionfarono, a tal punto che il “mellone d’acqua” divenne parte della pratica per il digiuno rituale nella vigilia della festa dell’ Assunta: per il digiuno e per il lavacro del viso : “tre calle ‘e petaccia: magnate, vevite e ve lavate ‘a faccia”, “pochi soldi per una grossa fetta: mangiate, bevete e vi lavate la faccia.”

“ ‘ O mellone mio è cu ‘a prova , e è friddo ‘e rotta”: il cocomero che ti do è con la prova ed è “fresco di grotta”. Ci spiegano la cosa Giuseppe Orgitano e Gaetano Miranda. Nelle grotte di  Napoli i “mellonari” conservavano, al fresco naturale,  montagne di cocomeri: la sera uscivano dai sotterranei i facchini, con in testa le sporte cariche di “melloni”: il corteo, rischiarato da torce di pece, ricordava ai passanti – scrive Orgitano – “ le esequie delle traviate, i cadaveri delle quali erano accompagnati al cimitero delle “ Cedrangolelle” dagli sbirri di polizia con torce di pece in mano. Questa cerimoniale per le impenitenti è stato disusato dal 1860.”. Il cimitero delle “Cetrangulelle”, riservato agli scomunicati,  si trovava sulla collina di Sant’Eframo, in mezzo agli orti di limoni e di aranci.

Il sano realismo dei napoletani non dimenticava che il “mellone”, alla fine, era ed è solo acqua. E perciò  suonava come grave oltraggio il motto “ te si’ ‘mbriacato ‘e mellone”: ti sei ubriacato con l’acqua delle tue parole, che sono solo chiacchiere. E’ l’ubriacatura più pericolosa. Che gli dei ce ne liberino.

 

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