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Nello storico cimitero di Somma Vesuviana, consacrato e inaugurato il 27 novembre 1839, è situata ancora oggi l’antica cappella sepolcrale appartenuta alla Confraternita del SS. Rosario. Si è in  attesa di un progetto, peraltro già pronto da anni, volto al recupero e alla valorizzazione della struttura.

L’edificio, originariamente, era situato al di fuori del muro di cinta della zona d’inumazione del vecchio camposanto. L’appezzamento di terreno di mq. 94,50 fu concesso al sodalizio nel 1864 dall’ Amministrazione comunale. Essa accolse i resti mortali dei confratelli, già conservati precedentemente una parte nell’ipogeo della sede cittadina della congrega sotto il campanile di San Domenico, e una altra parte nell’ipogeo della chiesa di San Domenico. Tutto ciò in conformità agli obblighi e disposizioni igieniche sulle sepolture, entrati in vigore, inizialmente, a partire dal 12 giugno 1804 con l’editto napoleonico di Saint Cloud, e successivamente confermati dal governo borbonico.

Nel XIX secolo le confraternite laicali erano in pieno fervore di attività, dedicandosi in special modo alla cura delle anime dei propri consociati e curandone la degna sepoltura. In periodi di estrema povertà non tutti potevano permettersi un degno funerale: l’iscrizione ad una confraternita assicurava, in particolar modo, una buona morte. Alle congregazioni laicali fu imposto l’obbligo di seppellire i corpi dei confratelli defunti nel cimitero comunale.

Scopo originario della confraternita del Rosario era di costruire, nella parte interrata, un ipogeo e, sopra, una chiesa. Per mancanza di fondi, però, la costruzione – come si può ancora notare –  si fermò al primo solaio, le cui mura perimetrali di sostegno furono dotate di loculi (nicchie), mentre il terreno al centro fu riservato alle inumazioni; infatti, si potevano interrare circa trenta salme. Nella parte posteriore, invece, fu lasciato un corridoio sul quale sorgeva un altare su cui fu collocata una statua della Vergine del Rosario (vedi foto). Più volte chiusa e tante volte ristrutturata, la cappella accoglieva 149 nicchie nel 1957, mentre nel 1975 erano attestate ben 313 loculi. L’amministrazione della struttura era gestita dalla Parrocchia di San Michele Arcangelo sotto la cui giurisdizione ricadeva. Tanti furono i parroci che si susseguirono nella gestione: Don Luigi Prisco, Don Giovanni Acanfora, Don Francesco Mormile di S. Maria Cstantinopoli, Don Nicola Menna e cosi via.

Agli inizi degli anni Novanta, il cedimento della copertura portò alla definitiva chiusura della cappella, tantoché coloro che erano in possesso di una propria nicchia iniziarono una vera e propria contestazione nei confronti del parroco – amministratore. Il Comune, per ovviare a tale incresciosa situazione, offrì al Rev. Don Franco Capasso, amministratore pro tempore, una fetta di suolo all’interno del cimitero per la costruzione di una nuova cappella, con l’impegno di avere in  donazione la vecchia struttura: cosa che poi sarebbe avvenuta il 15 luglio 2011, grazie ad un accordo di retrocessione volontaria tra la Curia Vescovile e il Municipio di Somma. Alla fine degli anni novanta, Don Franco Capasso, sollecitato dai fedeli, incaricò l’ing. Antonino Pardo e il compianto geom. Francesco De Stefano di realizzare un nuovo progetto, che si concretizzò pochi anni dopo.

L’antica cappella del Rosario, come ancora oggi si può osservare, versa, invece, in un desolante stato di degrado e di abbandono. Oltretutto, a destra e a sinistra del sigillato vano d’ingresso, si notano due spazi che dovevano servire nel caso in cui si sarebbe dovuto accedere alla chiesa superiore. Questi due pezzi di terra furono concessi alla famiglia Montalto, a destra, e alla famiglia De Martino a sinistra. Queste provvidero a recintarli con ringhiere di ferro, ma si obbligarono a restituirli alla confraternita qualora ci sarebbe stata la possibilità di costruire la chiesa superiore. Ebbene, questi due appezzamenti versano in uno stato di incuria e cattivo stato di conservazione con la presenza di erba alta, cespugli e piccole alberature laterali. Una vergogna assoluta. All’interno, invece, la situazione rimane ancora più degradante in quanto molte nicchie, abbandonate e mancanti della lastra di marmo a chiusura, contengono numerosi resti mortali, che facevano mostra di se in estremo abbandono, posizionate in umidi e fatiscenti cassettoni di legno. Qualche vecchio amministratore locale, a tal riguardo, pensò bene di coprire i finestroni e chiudere il macabro palcoscenico alla vista di tante persone. Sembra che si sia in attesa di un progetto, già pronto da anni dall’ing. Vincenzo Aliperta, volto al recupero e alla valorizzazione della struttura. In questo modo si offrirebbe la possibilità, attraverso la ricostruzione di centinaia di nicchie, di poter dare a tutti la possibilità di acquistare un loculo in cui poter riporre i resti dei propri cari estinti.