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La camorra “liquida” di Napoli: i boss vengono “rinnegati” dai figli e non controllano più “e’muccuse” e “’e cape scarfate”

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“Mio padre non mi ha lasciato nemmeno i soldi per andare a fargli visita in carcere”. Così dice Antonio Piccirillo che ha “rinnegato” il padre Rosario, boss di camorra, e ha partecipato, nel nome di Noemi, ai cortei contro i camorristi. La delinquenza “liquida” della città di Napoli, scossa dai “nuovi” che si ribellano ai “vecchi” per conquistare il controllo delle piazze di spaccio. La struttura solida della camorra di provincia, che investe sugli appalti e sugli affari finanziari.

 

Quando si parla di camorra, dobbiamo sempre chiarire, in premessa, che usiamo il termine come ci hanno insegnato Lamberti e Sales, e cioè “per comodità”, per indicare, con una sola parola, vari tipi di criminalità locale. Nella seconda metà dell’Ottocento, a Napoli, la camorra fu un’organizzazione retta da una “cupola”, come la mafia siciliana, solo durante il “regno” di Salvatore De Crescenzo e di Ciccio Cappuccio “’o signurino”. Per il resto, essa fu un insieme di autonomi gruppi di quartiere che si mantenevano con le tangenti sulla prostituzione e sul gioco, e con il contrabbando: quanti fossero questi gruppi, non riuscirono a stabilirlo, con un minimo di certezza, né prefetti né questori.Nello stesso periodo la camorra dei Mazzoni aveva una struttura già simile alla mafia siciliana, perché i clan “famigliari” si tenevano insieme con i vincoli di una solida alleanza e rispettavano le decisioni del “comitato” dei capi, come dimostrarono, nel primo decennio del’900, le indagini connesse al processo Cuocolo. Ancora più solida era la struttura della camorra vesuviana e di quella “nolana”: i “gruppi”, guidati da famiglie influenti, intrecciate tra di loro dai matrimoni, esprimevano politici, professionisti, burocrati e si dedicavano, anticipando il futuro, al controllo degli appalti, del territorio (selve demaniali, alvei, strade, canali di irrigazione) e dell’economia ( vini, farina, carni, trasporti): capitò spesso che i sindaci dei Comuni vesuviani e nolani, invitati dalle autorità centrali a fornire gli elenchi dei camorristi locali, comunicassero solo i nomi di ladri e di piccoli contrabbandieri, “’a marmaglia”. Questo spiega perché gli studiosi contemporanei che hanno studiato la camorra dell’Ottocento parlano solo di camorristi napoletani. Eppure, Marc Monnier nel1863 indicò perfino il capo della camorra vesuviana e i documenti confermano l’importanza del contrabbando delle carni che tre famiglie di “camorristi” controllarono, tra il 1850 e il 1870, tra Sant’Anastasia e i mercati di Napoli.

La sostanziale differenza tra la “politica” della camorra di città e quella della camorra, chiamiamola così, di provincia è diventata ancora più netta dopo la guerra degli anni ’80 tra NCO e Nuova Famiglia, e dopo gli “affari” connessi alla costruzione dei grandi centri commerciali e delle infrastrutture nella pianura nolana.. I clan “provinciali” hanno concentrato il loro interesse sui grandi appalti, hanno infiltrato i loro uomini nella politica “alta”, hanno stretto relazioni solide con i burocrati di tutti i livelli, anche perché i burocrati sanno preparare le carte, e sanno leggerle. La camorra “provinciale” ha messo le mani anche sulla droga, ma sempre “pensando in grande” e interessandosi, perciò, dei mercati internazionali e delle vie dell’importazione. Inoltre, i “provinciali”, soprattutto quelli che durante la guerra contro la NCO strinsero una salda alleanza con i Corleonesi, a partire dai primi anni ’90 hanno incominciato a trasferire capitali e uomini nel Nord Italia e in Germania. Ora, i boss di questa camorra “d’impresa” sanno che il ruolo di capo non lo assegnano più i rapporti di parentela, ma le competenze: e perciò i loro figli vanno a scuola, guidano attività commerciali e devono dar prova di autorevolezza, se vogliono ereditare il “bastone” paterno: altrimenti sono destinati, nel migliore dei casi, al ruolo di “capo onorario”, mentre il potere reale viene esercitato, di fatto, dai “competenti”. Solo in Sicilia e in Calabria la “famiglia” rimane ancora il centro del potere mafioso, perché ha salde radici la paura che la meritocrazia apra la strada ai traditori, come ha scritto Giovanni Tizian nel suo ultimo libro, “Rinnega tuo padre”.

In un articolo recente, intitolato “La camorra di massa che fa guerra alla città” (Il Mattino, 18 maggio), Isaia Sales ha commentato il ferimento di Noemi e la sparatoria ai “Pellegrini” notando che è in corso in città non una faida, ma una vera e propria guerra, e che i contendenti non si preoccupano “di chi si trova sulla scena dell’assalto, con una totale indifferenza per eventuali vittime innocenti e estranee”.I gruppi criminali della città si contendono le piazze di spaccio e l’affare delle tangenti sui negozi e sui ristoranti: la crisi economica, la diffusione delle armi, la necessità di guadagni sostanziosi e immediati rendono “liquida” la delinquenza napoletana, fanno sì che i “gruppi” si spacchino, che nascano senza sosta “gruppi” nuovi, composti da quattro, cinque soggetti che sono pronti a sparare, che non riconoscono più il ruolo dei “vecchi” e non si preoccupano di attirare, con gli spari, i ferimenti, le “stese”, l’attenzione e l’intervento di polizia e di carabinieri: sanno che la tranquillità giova proprio a quei “vecchi”. E sanno anche che serve a ben poco aumentare il numero degli uomini dello Stato impegnati nel controllo di piazze e strade: la struttura urbana di Napoli rende agevoli gli agguati, e assai difficili il controllo, la prevenzione, le indagini. E’ una criminalità “drogata”, scossa dalla ribellione che viene dal basso e ha per bersaglio “la casta”. Anche sui clan di Napoli soffia il vento del “populismo”. In questo contesto i boss rischiano, ogni giorno, di andare in carcere o di essere uccisi. Antonio Piccirillo, che durante un corteo per Noemi ha rinnegato pubblicamente la camorra e il padre Rosario, che di questa camorra è un boss, ha detto parole “pesanti” e illuminanti: “Mio padre non mi ha lasciato nemmeno i soldi per andare a fargli visita in carcere. Si chiamano tutti boss, ma alcuni si arricchiscono e comunque fanno una vita di merda, altri i soldi li bruciano per avvocati, latitanze e casini.”. (www.today, 6 maggio). La camorra “liquida” della città di Napoli e di alcuni Comuni limitrofi, anche del Vesuviano esterno e interno – la camorra della droga- non ha regole, non ha  codici, non offre prospettive che non siano una cella o i colpi di pistola.

E’ importante che i figli dei boss rinneghino i padri, che molti seguano l’esempio di Antonio Piccirillo, di Giosuè D’Agostino e di altri che hanno avuto il coraggio di uscire da un libro già scritto, per scriverselo da sé, il libro della propria vita. Servono esempi, modelli e movimenti culturali: serve, soprattutto, che lo Stato protegga chi infrange certi costumi e costringa camorristi, mafiosi e uomini della ‘Ndrangheta e della Sacra Corona Unita, e non solo le “cape scarfate”, le teste calde, ma anche quelli che frequentano salotti e uffici e le stanze “segrete” delle istituzioni, ad ammettere che la vita da boss è, nonostante il potere e i soldi, una vita da fogna, e che il gioco non vale la candela. Non so se questo accadrà. Ma conviene tentare: Antonio Piccirillo ha detto una verità fondamentale.