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Koulibaly, nero, napoletano, fuoriclasse, ricco: un bersaglio perfetto per i vigliacchi dell’odio e dell’invidia

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Per la rubrica “ Detti, ripetuti e contraddetti”.La partita Inter- Napoli, e il “prima” e il “dopo” sono un preoccupante “modello” delle tensioni che scuotono il nostro sistema sociale. Il razzismo nasce spesso da un complesso di inferiorità. Koulibaly sa che quei “coraggiosi” ululavano contro di lui non solo perché ha la pelle nera e gioca nel Napoli, ma perché è il fuoriclasse che essi vorrebbero avere nell’Inter, ma non hanno, e poi perché guadagna, giustamente, una barca di soldi e vale, giustamente, una nave di soldi.

 

La partita Inter-Napoli, l’agguato “militare” ai tifosi del Napoli, la morte dell’ultrà nerazzurro, gli insulti a Koulibaly, la lite tra i rappresentanti delle istituzioni calcistiche, i provvedimenti adottati dal giudice sportivo sono un modello significativo delle tensioni sociali che attraversano in questo momento il Paese e della confusione, dell’ambiguità e della irresolutezza di coloro che dovrebbero governare il mondo del pallone. Giustamente il titolo di apertura del “Corriere della Sera” di oggi, 28 dicembre, è dedicato alla partita: “Violenza, razzismo: calcio sotto choc”. In seconda pagina Andrea Galli e Cesare Giuzzi descrivono il “bliz militare” che gli ultrà nerazzurri e i loro alleati hanno condotto contro i tifosi napoletani e elencano i gruppi di “violenti di estrema destra” nati dall’alleanza tra le “curve” dell’Inter, del Varese, del Nizza.Scrivono i due giornalisti che almeno venti nizzardi hanno partecipato al blitz contro i napoletani che sarebbero, anche essi, membri di “un gruppo organizzato, “la Curva A del San Paolo”.” Da Varese veniva la vittima dell’incidente: la sua storia i due giornalisti la raccontano in un “pezzo” intitolato significativamente “Le risse, i Daspo e le arti marziali. Il “capo” rispettato del gruppo neonazi”. La polizia ha cercato di impedire lo scontro tra nerazzurri e napoletani, ma “l’agguato è avvenuto in un punto di “passaggio” dove non è prevista la presenza delle forze dell’ordine. Segno che la “regia” è stata nelle mani dei tifosi milanesi.”

Le due pagine che il “CdS” dedica alla battaglia e ai poco gloriosi combattenti danno la misura esatta del livello dell’odio, e mi inducono a credere che i fatti di Milano nascano non dall’ordinaria follia che da trenta anni accompagna il calcio, ma da un costume sociale che osa conferire alla rabbia e al livore connotazioni storiche e politiche. Non vorrei esagerare, ma non riesco a liberarmi dal sospetto che i fatti di Milano siano, al di là delle chiacchiere, la spia del fatto che ormai la lacerazione dell’identità nazionale è definitiva: e mentre lo penso, rimane ferma davanti ai miei occhi l’immagine di Robert De Niro- Al Capone che urla “Sei solo chiacchiere e distintivo”. Pensare che le istituzioni del calcio sappiano e possano “disarmare” i gruppi degli ultrà e autorizzare, veramente, e non a chiacchiere, la sospensione delle partite è un pensiero ameno: cosa direbbero, si domanda Massimo Gramellini, i bagarini, le agenzie delle scommesse autorizzate, e quelle delle scommesse clandestine, e i frequentatori degli affollati salotti televisivi? Solo ora i giornalisti si sono ricordati dell’arbitro Gavillucci, che è stato “dismesso dall’ Associazione italiana arbitri” e destinato ad arbitrare partite del Campionato Giovanissimi in provincia di Latina,  forse perché il 13 maggio 2018, quando i tifosi blucerchiati incominciarono a intonare i soliti cori contro i napoletani, egli sospese per tre minuti la partita Sampdoria- Napoli.(CdS, 28 dicembre).E anche certi sussulti della memoria e certe dimenticanze della stampa hanno un significato chiaro.

Gli insulti a Koulibaly e la dichiarazione del giocatore “sono fiero del colore della mia pelle e sono orgoglioso di essere senegalese, francese, napoletano, uomo” hanno ispirato i commenti dei politici, degli intellettuali, dei napoletani. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, ha chiesto scusa al giocatore a nome suo e della parte “sana” della città, il senatore leghista Roberto Calderoli definisce “inaccettabili cori e fischi contro Koulibaly”, De Magistris ha parlato di “razzismo di Stato”, Gino Sorbillo ha lavorato al forno e ha servito pizze con la faccia dipinta di nero, Roberto Saviano ha fatto sue le parole del difensore, Maurizio De Giovanni ha scritto che è venuto il momento di andare “via dal campo”, anche a costo di perdere la partita a tavolino. “Saremmo fieri- ha scritto l’inventore dei “Bastardi di Pizzofalcone”- di una sconfitta a tavolino, comminata per aver difeso con orgoglio una dignità identitaria che non può essere costantemente mortificata”. Il calcio si conferma come un “luogo” caro ai paladini dell’identità napoletana: la cosa non è che mi piaccia molto, avrei preferito sentire proteste e proclami rivoluzionari quando nei libri di testo delle scuole sono stati messi nell’ombra i filosofi, gli scrittori e i pittori napoletani, e ogni volta che sono andati via da Napoli, per non tornare più, ingegneri, professori, fisici, medici, economisti. Ma capisco che i fatti di Milano sono particolarmente gravi, e poi dai tempi di Gianni Brera e del Presidente Pertini il calcio è diventato, nel bene e nel male, simbolo e sintesi dei valori della Nazione: e poi Koulibaly, “il gigante buono che regala giubbotti agli immigrati, dona maglie all’asta” e fa visita ai piccoli pazienti degli ospedali Santobono e Pausilipon merita questo omaggio pubblico dell’identità condivisa: “Siamo tutti Koulibaly”. Ha notato Gad Lerner che, un attimo dopo aver insultato Koulibaly, i tifosi dell’Inter hanno applaudito  Asamoah, il “loro” nero, per un salvataggio decisivo: ma il difensore del Napoli sa che quei “coraggiosi” ululavano contro di lui non solo perché ha la pelle nera e gioca nel Napoli, ma anche perché è il fuoriclasse che essi vorrebbero avere nell’Inter, ma non hanno, e poi perché guadagna, giustamente, una barca di soldi e vale, giustamente, una nave di soldi. Il razzismo  più che dal senso di superiorità potrebbe essere dettato dal complesso di inferiorità.