Domina il “largo dei Girolamini”, lungo la via dei Tribunali, “l’imponente prospetto della chiesa dei Girolamini, detta anche di San Filippo Neri, fondatore dell’Ordine degli Oratoriani o Filippini, dedicata a Santa Maria della Natività e a “Tutti i Santi”. L’edificio sacro è celebre sin dalla sua fondazione in età di tarda Controriforma, articolato su organismi architettonici distinguibili ma armonizzati in rapporto alle attività e funzioni in cui fu disciplinata la vita della casa oratoriana fin dal suo nascere” (Francesca Capano).
Sarebbero necessari molti articoli per descrivere la storia e la struttura della Chiesa e per dare il dovuto risalto agli architetti che, tra il 1592 e il 1852, hanno lasciato il loro segno sull’ordinamento del sacro edificio: Giovanni Antonio Dosio, Dionisio Nencioni, Dionisio Lazzari, Ferdinando Fuga, Antonio Barletta e Luigi Giura. Tra il 1776 e il 1792 vennero collocate sulla facciata ( immagine in appendice) e sul portale della Chiesa le sculture di Giuseppe Sanmartino: San Pietro e San Paolo, Mosè e Aronne, I Putti con le tavole della Legge, l’Agnello Mistico.
La Chiesa è un Museo di grande importanza: vi si possono contemplare, tra gli altri, i dipinti “Sant’Alessio moribondo” di Pietro da Cortona, l’ “Epifania” di Belisario Corenzio, la “Madonna della Vallicella” di Federico Zuccari, la “Gloria di San Filippo Neri” di G.B. Beinaschi, la “Madonna con il Bambino” e il “San Carlo Borromeo e San Filippo Neri” di Luca Giordano, le “Storie di San Filippo Neri” di Francesco Solimena, il “Battesimo di Cristo” di Battistello Caracciolo, il “San Casimiro” di Giacomo del Po, il “San Gregorio e San Pantaleone” di Gaetano Gandolfi. Notevoli e numerose anche le sculture: ricordiamo il “San Pietro” e il “Sant’Andrea” di Francesco Verzella, il “San Simone” e il “San Bartolomeo” di Pietro Bernini e “la Vergine” di Ottaviano Lazzari. Ripeto: abbiamo indicato solo i dipinti e le sculture che gli studiosi hanno considerato opere di notevole importanza: si pensi che nella sola terza cappella a sinistra ci sono sei quadri di Luca Giordano.
Due sono i quadri di Guido Reni: nella quinta cappella a sinistra c’è il “San Francesco in preghiera”, e nella sacrestia il quadro citato nel titolo, l’”Incontro tra Cristo e il Battista”, che gli studiosi considerano una sintesi preziosa dello stile e della tecnica dell’artista. Guido Reni prese le distanze dall’aspro realismo figurativo e cromatico di Caravaggio e si ispirò a lungo a una propria concezione del realismo che alcuni studiosi chiamano “ideale”, perché applicato alle immagini e alle scene che si riferiscono a Cristo, alla Madonna, ai Santi. Riferendosi a un suo quadro in cui rappresentava San Michele egli scrisse: Vorrei aver avuto pennello angelico e forme di paradiso, per formar l’arcangelo e vederlo in cielo, ma io non ho potuto salir tant’alto, sicché ho riguardato in quella forma che nell’idea mi sono stabilita”. Il Bottari arrivò a dire che Guido Reni rappresentava le “divine sembianze” in modo così perfetto che non si poteva escludere che la Madonna gli apparisse talvolta in sogno. Ma lo spirito di Caravaggio si prese gioco di lui, perché egli rovinò gli ultimi anni della sua vita con i debiti di gioco che lo costrinsero a trasformare la sua bottega, dice il Baldinucci, in una “fabbrica di quadri, a fare mezze figure e teste alla prima, e finire con poca considerazione le tavole più importanti, pigliar gran denaro a interesse da ogni sorta di persona, raccomandandosi agli amici per ottenere qualche piccolo imprestito e, finalmente il vendere in un certo modo sé stesso e la propria libertà, ponendosi a lavorare a giornata ad un tanto all’ora.”
La tela “Incontro tra Gesù e il Battista” (cm. 198x 148) venne impostata dal Reni nel 1622, durante il secondo soggiorno napoletano, su commissione di Giovan Domenico Lercaro, un facoltoso sarto e commerciante di tessuti pugliese attivo a Napoli. L’esito propone un classicismo di prim’ordine, impostato su corpi atletici e giovanili: aspetto sottolineato anche dalla resa dei volti. “Per facilitare l’incontro dei due sguardi Reni ha l’accortezza di lasciare in penombra il braccio sinistro. L’azione di Gesù, volta ad abbracciare il precursore, è enfatizzata dal drappeggio increspato delle vesti. Il delicato movimento riverente del Battista, con il ginocchio piegato e ancora illuminato, viene completato dalle mani incrociate sul petto, in un gesto, come nel tema dell’Annunciazione, di accettazione senza condizioni della volontà divina.” (Ars Europa).
La tecnica è quella del miglior Guido Reni: la luce naturale diventa luce divina e sembra irradiata dallo sguardo di Gesù: la pennellata è lieve e non ci sono contrasti di toni tra il primo piano e lo sfondo, che assorbe, nei tocchi leggeri di color rosso porpora, la vitale luminosità di Cristo e del Battista. E con grande sapienza Guido Reni fa in modo che il braccio teso del Signore bilanci la verticalità della scena e porti l’attenzione dell’osservatore a concentrarsi sul tema centrale dell’opera, la “linea” che congiunge lo sguardo “fraterno” di Cristo e quello riverente del Battista.




