Tuccillo veste non figure, ma persone: l’abito è il “commento” all’eleganza della donna che il Maestro “legge” con intuizioni geniali. Jessica Auricchio “interpreta” le creazioni dello stilista. La sfilata come “performance”. La tecnica di Boldini.
Come diceva Degas, l’arte sta nell’occhio che guida la mano: Mimmo Tuccillo ha l’occhio dello stilista e del sarto, e la mano obbedisce all’una e all’altra funzione. E’ una condizione eccezionale. Perché Mimmo Tuccillo veste non una figura disegnata sulla carta, ma una persona, un corpo con un’anima dentro, o un’anima chiusa in un corpo: fate voi.
Il che non vuole dire che il Maestro adatti il suo stile alle circostanze: il canone della sua arte è, direi, l’ermeneutica, nel senso che egli “legge” la persona che indosserà il suo abito, e fa in modo che l’abito le si attagli addosso come una seconda pelle: l’abito è il concreto “commento” ispirato da quella profonda “lettura”. La similitudine “come una seconda pelle” serve a individuare nella naturalezza il principio primo dell’eleganza: quando indossa l’abito che Mimmo Tuccillo le ha cucito addosso, la signora deve essere solo sé stessa, non deve preoccuparsi delle forme del suo corpo, nemmeno se il suo corpo non è proprio quello di Marilyn Monroe. La signora capirà subito che Mimmo Tuccillo ha scoperto e “letto” anche in lei l’eleganza – infine, non c’è donna che non sia elegante – e che, attraverso l’abito disegnato per lei, il Maestro rivela e spiega a tutti questa eleganza: ne consegue che ogni abito di Mimmo Tuccillo è un sincero omaggio alla Donna e al suo ruolo di centro dell’universo.
Marylin e la “seconda pelle”: mentre mettevo in ordine le idee, mi sono ricordato di una cosa che lessi in una biografia di John F. Kennedy. Nel 1962, quando al Madison Square Garden di New York cantò, per il compleanno di John, “Happy Birthday Mister President” Marylin Monroe indossava – era una seconda pelle – una creazione di Jean Louis, un abito di seta color carne.
Davanti all’incantevole immagine di Jessica Auricchio che indossa abiti da sposa realizzati da Mimmo Tuccillo non potevo non ricordare che la storia della moda del ‘900 si apre nel segno della Grecia e dei miti mediterranei.
Mariano Fortuny y Madrazo, figlio geniale di un geniale pittore, Mariano Fortuny, nel 1909 libera la donna da busti e corsetti e disegna “Delphos”, un abito che rilegge il chitone, la veste delle donne ateniesi, muovendolo con “una plissettatura fittissima, irregolare e permanente” (Beba Marsano)che riproduce le scanalature di una colonna greca.
Quando Mimmo Tuccillo veste da sposa Jessica e quando Jessica “interpreta” l’abito che Mimmo le ha “visto” addosso e poi, ispirandosi a quella visione originaria, ha realizzato, lo spettatore è indotto a chiedersi come lo stilista “legga” il ruolo della sposa.
Maryse Jeuland –Meynaud, una raffinata studiosa delle “figure” letterarie, artistiche e sociali della donna napoletana, direbbe che la “sposa” di Mimmo Tuccillo è una vera Donna del Vesuvio, amante e Madre nello stesso tempo, è un enigma di casta sensualità – non è casuale l’ammirazione dello stilista per Maria Callas, la “casta Diva” – è, insomma, la “pompeiana” interprete di un pudore archetipo su cui si riflettono – ma sono solo riflessi luminosi – le fiamme della passione.
La presentazione degli abiti di Mimmo Tuccillo, abiti da sposa e abiti “laici”, è una vera e propria “performance” artistica: non c’è particolare che non diventi dettaglio, necessario e essenziale, anche grazie alla intensità e alla coerenza con cui i collaboratori ispirano la loro azione alla poetica dello stilista: ne rivelano il segno i gioielli artigianali di Amabile Bijoux, l’arte del visagista Gianni Avino Narciso, le acconciature dell’ “hair stylist” Rosario Balestra, le scenografie di Dirce Iervolino, i disegni floreali di Maria Annunziata della “Casa dei fiori”, la direzione artistica di Pina Duraccio e Dante Desiderio.
Osservando Jessica Auricchio che nella piazza di San Giovanni “interpretava” gli abiti di Mimmo Tuccillo, ho pensato ancora una volta alle donne dipinte da Giovanni Boldini, che a lungo è stato guardato, con un’ammirazione fredda, solo come il pittore della “Belle Époque”, e a cui oggi molti riconoscono, finalmente, il merito di “aver svelato la modernità”: non a caso “lo spettacolo della modernità” è il titolo della Mostra che Forlì ha dedicato al pittore.
Ho pensato a Boldini, perché la “performance” allestita da Mimmo Tuccillo – gli abiti, l’indossatrice, le luci, la musica – mi suggeriva l’idea del movimento, suscitava in me l’impressione di raffinate forme di energia che venivano create dalle linee degli abiti e dall’ “interpretazione” di Jessica Auricchio. Vedevo l’azione scenica, pensavo al ritratto della contessa Zicky (v. foto) e ricordavo ciò che scrisse, nel 1991, Fabrizio D’Amico raccontando la mostra di Boldini, “il ferrarese di Parigi”, al Museo Marmottan: Boldini ha inventato per i ritratti delle sue donne “una pittura veloce, brillante, fatta di rapidi colpi di luce che balenano come fuochi nell’ombra misteriosa”.
Come le pennellate di Boldini, così anche le linee disegnate da Tuccillo, e sottolineate dalla “misura” dei movimenti dell’indossatrice, non sono puramente ornamentali, ma costruiscono spazio, e producono, infine, lo stesso effetto di certi “pastelli” di Degas: l’immagine persiste nello sguardo di chi osserva, si prolunga nel tempo, e quando la “creazione” esce dalla scena, sembra che lo spazio la segua, come un flusso o un vortice, per un lungo attimo, e poi solo a gradi rimetta a posto le sue coordinate. E’ l’ incantesimo dell’arte.






