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La commemorazione dei defunti, comunemente detta giorno dei morti, è una ricorrenza che la Chiesa celebra il 2 novembre già dal X secolo, grazie all’abate benedettino Odilone di Cluny (961 – 1049).  Il significato della giornata sta nel suffragare per le anime del Purgatorio e di tutti coloro che ci hanno preceduti.

Tra le lodevoli caratteristiche della società cristiana vi è stata sempre la certezza del legame continuo tra i morti e i vivi, uniti dalla mediazione della Chiesa e dalle intercessioni della Vergine e dei Santi.

Già nell’antica Roma era diffusa tra il popolo la piena convinzione della sopravvivenza delle anime dei trapassati e sull’aiuto che esse erano in grado di recare ai viventi se invocate. In quest’epoca le tombe, talvolta monumentali, fiancheggiavano le vie suburbane.

Il pater familias iniziava, addirittura, la sua giornata venerando i defunti antenati presso il focolare domestico (Lar familiaris): intorno al mansueto altarino familiare si usava radunare l’intera famiglia per le preghiere di rito in onore dei Mani gentilizi nei giorni a ciò destinati. Erano queste le condizioni affinché gli spiriti dei defunti si adoprassero in pro dei viventi.

Più tardi, nella società cristiana, il quadro s’invertì: non furono più – come nel mondo romano – i defunti che aiutavano i viventi, ma erano i viventi che aiutavano i defunti. I luoghi consacrati al culto dei trapassati diventarono le prime catacombe sotterranee.

Sembra che, già a partire dal III secolo, vi siano numerose testimonianze sull’impiego di  determinate preghiere in suffragio dei cari estinti.

Risale, poi, al IV secolo la prima liturgia per i defunti pervenuta sino a noi, mentre alcune Costituzioni Apostoliche non mancano di accennare alle onoranze funebri da compiere.  San Paolo definì il suffragio delle anime una delle più eccellenti opere di fede e uno dei più eroici atti di carità cristiana: virtù eccelse del Cristianesimo.

A partire dalla metà del secolo XVI, grazie all’enorme impegno profuso dall’Ordine dei Gesuiti, l’attenzione si rivolse alle anime del Purgatorio, soprattutto verso quelle che non avevano nessuno che pregasse per aiutarle verso il cammino per la salvezza: sul finire del Cinquecento infatti, nacquero molte confraternite laicali dedite a questa attività caritatevole, e altre vi si specializzarono. In Italia, questa forma di devozione non ebbe grande rilievo sino alla fine del Seicento.

Si ebbe una certa accelerazione nella diffusione, quando i Teatini introdussero questa devozione nella Confraternita di San Paolo Maggiore a Napoli nel 1624, e da lì poi si sparse nell’ intero Regno. Le confraternite laicali furono assai attente a promuovere tutte le opere di carità che potessero essere di suffragio per le anime dei defunti fratelli vivi e i morti che facevano parte della stessa fratellanza. Tale devozione si espresse attraverso l’erezione di cappelle gentilizie e, successivamente, cimiteriali, in un tempo in cui il sentimento della morte era più pressante e sentito. In questo periodo valse l’uso di seppellire i morti nelle chiese ad sanctos  (vicino alle reliquie dei Santi) o nelle congreghe di appartenenza. Quest’ usanza durò fino all’inizio del XIX secolo: parecchie malattie contagiose indussero i governanti a proteggere le loro città dalle esalazioni nocive dei cadaveri in putrefazione, iniziando a far seppellire i morti in luoghi sacri posti fuori all’abitato. Con l’Editto napoleonico di Saint Cloud del 12 giugno 1804 si mise fine a questa deplorevole e antigienica condizione. Più tardi, sulla scia francese, si mosse il governo borbonico che, con decreto del 17 marzo 1817 di Sua Maestà Ferdinando I, ordinò la costruzione di pubblici camposanti in tutti i comuni del Regno a salvaguardia della salute pubblica e nel rispetto dei riti del sacro culto dei morti.