L’ “affare” del “Mose” di Venezia. Una signora ingegnere, accusata di corruzione, patteggia una pena di due anni e mezzo di carcere e 650.000 euro “di confisca”. La società per cui lavora la licenzia, giudicando il patteggiamento “una dichiarazione di colpa”. Il giudice del lavoro ritiene illegittimo il licenziamento: “il patteggiamento non è un’ammissione di responsabilità”.
Spesso la carta stampata, quella di grande nome, porta nelle pagine interne, quelle della cronaca, notizie che meriterebbero la prima pagina, perché il significato delle vicende di cui parlano va oltre le vicende stesse: insomma, ci sono notizie che strappano la maschera dalla faccia della società e ci fanno capire, immediatamente, come stanno le cose, ci svelano la nuda verità dei fatti al di là dei proclami, delle chiacchiere, delle interpretazioni. Inauguriamo la rubrica “Il Paese dei punti di vista” con l’articolo che Andrea Pasqualetto dedica sul “ Corriere della Sera”. del 14 gennaio alla signora Maria Brotto, ingegnere, “che fu potente braccio destro di Giovanni Mazzacurati all’epoca della grande corruttela del “Consorzio Venezia Nuova” e del Mose”.
Qualcuno se la ricorda, l’ondata di mazzette e tangenti che nel giugno 2014 travolse una trentina di personaggi, e tra questi il sindaco di Venezia e l’ex presidente della Regione Veneto. Il dispensiere era, secondo la Procura, Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio che gestiva l’appalto gigantesco per la costruzione del “Mose”, l’opera di geoingegneria destinata a difendere Venezia dalle acque alte. Anche Maria Brotto, “braccio destro” del Mazzacurati, venne indagata, e poi arrestata “e punita con due anni e mezzo di reclusione per corruzione e 600 mila euro di confisca da lei stessa patteggiati”.
Nel gennaio del 2015 i due commissari a cui Raffaele Cantone aveva affidato la cura del Consorzio “Venezia nuova” licenziarono la Brotto argomentando che “chi ha patteggiato se ne deve andare”, il patteggiamento “è un’ammissione di responsabilità.”. Per le intelligenze comuni non ci sono dubbi: il ragionamento è rigoroso. Ma la Brotto ricorre al giudice del lavoro di Venezia, una signora, la quale sentenzia che la signora ingegnere non doveva essere licenziata, poiché, nonostante il patteggiamento, “in questa sede non può dirsi provata la corruzione che è stata posta alla base del licenziamento”: dunque la Brotto riceverà dal Consorzio 1.359.000 euro, come risarcimento per l’”illegittimo licenziamento”: concorrono a definire la somma 12 mensilità per il mancato preavviso – lo stipendio lordo della signora è di 27.000 euro al mese -, più altre venti mensilità “a titolo di indennità supplementare”.
Il giornalista del “Corriere della Sera” definisce il “risultato” “grottesco e paradossale”: la giustizia penale impone alla Brotto di versare 600 mila euro “in quanto partecipe di un sistema di mazzette”, la giustizia civile le riconosce il diritto ad averne più del doppio, “perché le mazzette non sono state provate dal datore di lavoro che l’ha licenziata in tronco”. E’ una logica così complessa che le intelligenze comuni devono arrendersi: non bastava al datore di lavoro che il giudice penale avesse giudicato reale e vera la vicenda delle mazzette, tanto da condannare l’imputata? Il patteggiamento della pena, richiesto e accettato dall’accusata, non bastava a confermare la fondatezza delle accuse? No, ha risposto l’avvocato della signora Brotto: “Il patteggiamento non è un’ammissione di responsabilità”. E allora il giornalista, presumibilmente scosso dallo stupore, domanda alla Brotto perché ha patteggiato. E lei risponde:” Ero agli arresti domiciliari e non potevo permettermi il lusso di rimanere a casa di mia madre, malata terminale”.
Nell’ultima parte dell’articolo Andrea Pasqualotto scrive che il giudice civile è entrata nel merito, giudicando poco credibile un “supertestimone” e “infondata l’accusa di corruzione”: il che “ha infastidito la Procura di Venezia”, costretta a ricordare che le accuse sono “corroborate da intercettazioni e testimonianze”.
Non entro nel merito. Diceva Luciano Gallino che i cittadini di una democrazia hanno il diritto di avere una giustizia certa, ma sappiamo che non è cosa facile. Ma è la questione del patteggiamento che mi lascia perplesso: questo istituto giuridico poggia su una premessa che non può essere messa da parte: nel momento in cui accetta di patteggiare l’accusato già si è dichiarato colpevole. E allora?



