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Il nonno non ce la fa con poche centinaia di euro al mese e scende in piazza

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Sabato primo giugno eravamo in tantissimi, gli anziani, in piazza San Giovanni a Roma. Distratti da emergenze morali e materiali, si parla molto di reddito e poco di povertà e di miseria. In ogni caso, per alcune fasce sociali stiamo nel bel mezzo di una crisi senza fine. Gli stessi strumenti adottati dai governi per uscirne, oltre che sbagliati perché ridimensionano lo Stato sociale e il sistema della conoscenza, sono iniqui perché colpiscono tutti allo stesso modo: chi ha e chi non ha. Prendiamo la parte sempre più consistente della popolazione, gli anziani. Il 60 per cento di essi vive con meno di 750 euro al mese.

In Campania molti di più vivono con ancora meno, soprattutto le anziane: hanno una pensione media di 420 euro. Una miseria. Ma anche chi sta un po’ meglio vede la propria pensione sempre più inadeguata al costo della vita e aggredita da un sistema fiscale profondamente ingiusto. I nostri anziani, non solo si impoveriscono, ma si indebitano pure. Recenti statistiche hanno evidenziato che le famiglie i cui capifamiglia hanno più di 64 anni risultano quelle con il debito più elevato. Soprattutto nella nostra regione, dove la percentuale di disoccupazione è passata alle due cifre da tempo immemorabile, e riguarda sempre prima le donne. Nella nostra regione, dove gli inoccupati, cioè quelli che rinunciano a trovare un lavoro, neanche li contiamo più.

In tale contesto sono le anziane e gli anziani a doversi fare carico, spesso, dei figli, e dei nipoti; e magari accendere per loro un mutuo a settant’anni, chi può. Le misure per il rientro del deficit della sanità in Campania, al di là delle polemiche, colpiscono gli anziani, quelli che hanno più bisogno di farmaci e prestazioni specialistiche. Con un reddito di un euro superiore alla pensione sociale pagano tutti i ticket nelle farmacie e negli ospedali. E chi ci governa in regione ha ben pensato di rivedere il sistema delle esenzioni, riducendole. Come fece il governo centrale, che cominciò il risanamento dei conti dagli invalidi.

Non stupisce quindi che gli anziani abbiano cominciato un periodo di protesta. Per ora illustrano la loro piattaforma rivendicativa. Innanzitutto la rivalutazione delle pensioni, eliminata senza che fosse neanche scritta nel “contratto”. Poi la riduzione della pressione fiscale: i nostri pensionati sono i più tartassati d’ Europa. Ancora, una spesa sociale che mantenga il welfare a livelli dignitosi, a cominciare dai non autosufficienti. Ma non si fermano qui. Fanno proposte per i giovani, per l’istruzione, la ricerca pubblica, per l’occupazione, per la qualità della vita nelle città, per la salvaguardia dell’ambiente. E lo fanno con consapevolezza, perché gli anziani, essendo passati per tutte le fasi della vita, avendo fatte tutte le esperienze, di formazione, di lavoro, di cittadinanza, hanno tutti, e i problemi di tutti, nei loro pensieri e nelle loro rivendicazioni.

E non si fermeranno all’illustrazione della loro piattaforma nelle piazze e alla protesta garbata. Passeranno allo sciopero. Avete capito bene, lo sciopero degli anziani. Lo sciopero dei nonni, dirà qualcuno tra il sorriso e il compatimento. Guai a sottovalutarlo o, peggio, a considerarlo inutile. Esso invece è importante. Per la consistenza numerica della categoria che scende in piazza e perché non c’ è famiglia che non sia interessata. A vedere la protesta determinata e compatta degli anziani non ci sarà categoria che non deciderà di imitarli. Mette assieme i problemi di alcuni con quelli di tutti, e lo sciopero di categoria diventa lo sciopero generale. Ha una valenza politica che può dare la spallata definitiva al governo.

L’ errore più clamoroso dell’attuale esecutivo è stato attentare ai diritti degli anziani. Quando i grandi comunicatori si renderanno conto che gli elettori più affezionati ritornano in piazza e scioperano contro di loro, allora capiranno davvero di essere giunti al capolinea.