La settimana scorsa si è concluso il progetto che ha consentito agli alunni dell’Istituto di sperimentare le tecniche dei laboratori culinari sotto la guida di Pasquale Giugliano, patron della raffinata pasticceria di San Gennarello che porta il suo nome, e della moglie, Donna Susetta. E’ stato un “gioco”, un gioco vero: e come tutti i “giochi” veri ha portato i ragazzi negli spazi di una riflessione preziosa. Gli “oggetti” parlano e diventano “cose”, come ha dimostrato Remo Bodei.
C’erano anche le nonne e i ragazzi hanno capito immediatamente che la “tavola” è uno dei fondamenti della tradizione, e dunque dell’identità civica. Hanno capito che le zuppette e i babà sono sì dolci nazionali e forse internazionali, ma solo nel nome: perché ogni pasticciere dà – tenta di dare- alle sue creazioni una nota originale, e questo aspetto viene curato dalla pasticceria Giugliano con un’originalità sapiente: gusti le sue creme, le sue sfoglie, i suoi rustici, i suoi “cannuoli” e dici subito “li ha fatti don Pasquale Giugliano”: senti, nell’assaporarne la delicata fragranza, che quei dolci hanno catturato, per vie misteriose, anche il sorriso di Donna Susetta, la moglie del Maestro pasticciere. Immagino il commento delle nonne e l’onda morbida dei ricordi: i ragazzi hanno appreso che in certe situazioni il passato e il presente si scambiano impulsi vitali. Senza aprire libri, i ragazzi hanno scoperto e “sentito” concretamente il fascino della filosofia dell’impastare. Perché, ha spiegato Alberto Capatti, quando impasti, sei tutto concentrato sul presente, sull’attimo che fugge, dimentichi tutti gli “altri” pensieri, ti rassereni, e in questa serenità percepisci con intensità il “corpo” e l’odore della farina, il contatto con l’acqua, e vedi che dalla massa informe dell’impasto il movimento controllato delle mani trae, a poco a poco, forme “geometriche” e le plasma. In quel laboratorio i ragazzi si sono liberati dal peso della conoscenza “virtuale” della realtà e hanno incominciato a scoprire che le cose, che sembrano a prima vista inanimate, invece “vivono” e, se le sai interrogare ed ascoltare, ti parlano, da “oggetti” muti e inanimati diventano “cose”, appunto: e le “cose parlano”, come ha sostenuto, in un suo splendido libro, “La vita delle cose”, Remo Bodei. Infine, i ragazzi incominciano a capire che il piacere della gola non si può descrivere direttamente, ma solo per analogie: e si apre la strada all’esame di un capitolo complesso della filosofia: come gli antichi filosofi giudicavano il piacere. Epicuro giudicava il piacere il massimo bene, capace di mettere il corpo in uno stato di riposo; per Antistene, invece, era il sommo male; Zeusippo si manteneva neutrale e pensava che fosse né un male, né un bene. Il gastronomo J.A. Brillat.- Savarin (1755-1826) tentò di risolvere la questione distinguendo il piacere del mangiare dal piacere della tavola: “Il piacere di mangiare è la sensazione attuale e diretta di un bisogno soddisfatto. Il piacere della tavola è una sensazione riflessa che nasce dalle diverse circostanze legate ai fatti, ai luoghi, alle cose e alle persone che accompagnano il pasto”. Tutti sono d’accordo nel dichiarare che i dolci concludono il pranzo non solo per ragioni connesse alla scienza della digestione, ma anche come espressione simbolica dell’amicizia che lega i convitati e del dolce piacere che essi hanno provato nel mangiare insieme. Un applauso ai docenti e al personale dell’Istituto, un inchino alla Dirigente Scolastica prof.ssa Iolanda Nappi, che si propone di attirare l’attenzione dei ragazzi, e non solo dei ragazzi, sui valori del territorio. E sincera ammirazione per la pasticceria Giugliano, che interpreta, nel segno della saggia originalità, le ricette della tradizione dolciaria napoletana e contribuisce alla storia del territorio con la sua irresistibile produzione.




