Tutto sembra essere in regola con le direttive europee, e la crescita c’è, seppur lieve.
l Def è stato approvato il 10 Aprile, così come previsto da Bruxelles. Una delle ultime novità del semestre europeo è stata, infatti, la fissazione di una data comune a tutti i paesi membri, entro la quale approvare tale documento, in modo tale da poter meglio coordinare le politiche economiche dei singoli paesi prima del varo delle relative leggi di bilancio.
Il Def è un documento di natura prettamente programmatica, che contiene gli indirizzi di politica economica e l’aggiornamento delle principali variabili macroeconomiche per l’anno in corso e per il triennio successivo, non è un testo avente forza di legge. L’operatività delle posizioni annunciate nel documento avviene unicamente con la definizione della manovra di bilancio vera e propria e con l’approvazione della legge di stabilità. È solo in ottobre quindi, allo scattare della sessione di bilancio, che si potrà avere un’idea più concreta degli effetti delle direzioni annunciate nel Def, ed è solo dal 1° gennaio, che le norme attuative degli indirizzi programmatici entreranno in vigore, salvi decreti di legge anticipati.
Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha definito il Def approvato due giorni fa di natura “espansiva”, in grado di sfruttare le risorse a disposizione e al contempo rispettare la regola del debito, vale a dire il quadro di riforma della governance economica dell’Ue, che prevede una regola numerica per l’avvicinamento del debito al valore soglia del 60% del Pil.
I punti cruciali sono un non-aumento delle tasse e una spending review di 10 miliardi di euro. Il rischio di tagli ingenti è quello di riduzione dei trasferimenti alle regioni e agli enti locali, con conseguente pericolo di aumento delle addizionali Irpef o di riduzione dei servizi ai cittadini.
Le grandezze macroeconomiche maggiormente messe in luce dal documento, alle quali si deve guardare per valutare la salute di un Paese e la bontà dei suoi conti pubblici, sono il Pil, il deficit pubblico e il rapporto debito/Pil.
Circa il Pil le previsioni del Def sono in crescita: in aumento dello 0,7% nell’anno corrente, dell’1,4% nel 2016 e dell’1,15% nel 2017.
Il deficit pubblico è il disavanzo pubblico, la differenza negativa tra entrate e uscite dello Stato; nel Trattato di Maastricht uno dei cinque parametri richiesti ai paesi membri dell’Unione Europea è un rapporto deficit/Pil inferiore al 3%. Il deficit nominale è previsto scendere al 2,6% del Pil nel 2015 e all’1,8% e allo 0,8% nei due anni successivi, per giungere nel 2017 al tanto discusso pareggio strutturale di bilancio e nel 2018 all’azzeramento del rapporto deficit/Pil nominale, in pieno rispetto della regola del debito.
Il deficit e il debito sono due grandezze completamente diverse anche se strettamente correlate; all’aumentare del deficit aumenta il debito, perché chiudere con un bilancio passivo equivale ad accumulare debito, sul quale andranno pagati gli interessi.
L’attuale rapporto debito/Pil è del 132,6%, il Def prevede che il rapporto si attesterà al 132,5% entro la fine di quest’anno, per poi scendere al 130,9% nel 2016, al 127,4% nel 2017 e al 123,4% nel 2018.
La notizia emersa dall’approvazione del Documento di economia e finanza è l’ esistenza di un tesoretto di 1,5 miliardi, un “bonus” – come definito dal premier Matteo Renzi – il cui impiego sarà definito in un decreto ad hoc.
L’origine del “bonusDef” è da ricercare nel margine di manovra che il governo si è voluto lasciare sulla percentuale di deficit 2015. In effetti, il deficit programmatico è fissato al 2,6%, mentre quello tendenziale – vale a dire quello che i conti avrebbero senza ulteriori interventi – sarebbe del 2,5%. Il governo ha deciso di non ridurre il deficit ulteriormente e “accontentarsi” del tasso previsto per recuperare lo 0,1% del Pil, che equivale esattamente a 1,5 miliardi di euro, per destinarli a provvedimenti pro-cittadini. L’ipotesi più attendibile è che tali fondi saranno indirizzati a interventi sul welfare.


