Il culto della Madonna di Lourdes e la Montagna di Ottaviano

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Il culto della Madonna di Lourdes contribuisce a sottolineare la stretta relazione che gli Ottavianesi  e i Vesuviani hanno da sempre avvertito tra la “Montagna” e la “presenza” salvifica della Madonna, poiché la Montagna era “luogo” di ricchezza, ma anche di terrori . Le riflessioni del dott. Giuseppe Maria Carusi.

 

 

Dunque, la statua della Madonna di Lourdes, “restaurata” e “ingentilita” in modo magistrale dal dott. Umberto Maggio, è tornata nella  Sua grotta. Rinnoviamo il grazie a Vincenzo Caldarelli e ai suoi amici per l’impegno profuso nella soluzione dei problemi connessi all’ “attentato” e ricordiamo l’intensità dell’attenzione con cui sabato la folla di devoti ha ascoltato le belle parole di don Michele Napolitano, parroco della Chiesa di San Michele, e ha contemplato il volto luminoso della statua restaurata. Il culto della Madonna è strettamente legato alla Montagna di Ottaviano a partire dall’eruzione del 1660: sarebbe bello descrivere la cura che nel ‘700 Maria Vincenza Caracciolo, moglie di Giuseppe III, principe di Ottajano, e la nuora Maria Isabella Albertini di Cimitile, moglie del figlio Michele, profusero nel rendere più “maestosa”  la processione della Madonna del Carmine,  chiedendo, e ovviamente ottenendo, che il corteo arrivasse alle grotte che si aprivano oltre il Palazzo. E anche le famiglie ottajanesi che fondarono il culto della Madonna di Montevergine sapevano che la Montagna, ricca di selve preziose e di vigneti spettacolari, era anche il “luogo” di terrori. Dopo l’eruzione del 1631 la Chiesa nolana ritenne che sul Vesuvio ci potesse essere un ingresso dell’Inferno, da cui negli anni successivi uscivano gli smisurati nugoli di insetti voraci, “muroli et campe”, che devastavano i vigneti: e ai Vesuviani non era concesso di sterminarli, perché secondo i teologi, “gli animaletti” erano uno strumento “biblico” della punizione che Dio infliggeva alle “genti del territorio, corrotte dal peccato e dall’inclinazione alla violenza”: inclinazione che, secondo Paolo Mattia Doria, sarebbe stata favorita dallo zolfo vulcanico che i Vesuviani respiravano sciolto nell’aria. Nel 1858 il dott. Giuseppe Maria Carusi, di Baselice, fa “tre passeggiate scientifiche” sul Vesuvio e finalmente capisce perché dal 17 al 20 luglio 1842 aveva visto stormi di farfalle dirigersi dal territorio di Benevento verso il lontano vulcano: “ andavano a piccoli drappelli di cinque a sei alla volta: erano stordite, si lasciavano prendere facilmente,  si posavano per poco su fiori, cespugli e siepi, e poi quasi spinte da forza irresistibile, si levavano in volo e seguivano il loro viaggio.”.  Capì, il dottore di Baselice, che questa “forza irresistibile” era “l’elettricità”  del vulcano, di cui in quegli anni aveva incominciato a parlare Luigi Palmieri. Ma  il Carusi si era avvicinato a questa verità già durante l’eruzione del ’55, quando nel Fosso Grande presso San Sebastiano, mentre osservava il “ corso uniforme e costante della liquida lava”, aveva visto, all’improvviso, balzar fuori dal magma lento e compatto alcuni artigli di fuoco, che avevano colpito gli alberi più vicini al flusso e li avevano bruciati “come fiammiferi”.  E’ probabile che di “artigli” del genere siano state vittime, secondo le cronache, anche alcune “fattucchiare” che durante le eruzioni si erano avvicinate troppo alla lava per assorbirne la forza magnetica, il misterioso potere infernale.  Il  Carusi  non nascose il suo sospetto che questa “elettricità” del Vesuvio attirasse implacabilmente non solo le farfalle e molti tipi di insetti, ma anche gli uomini, e che dunque non tutti gli uomini che erano morti nel cratere si fossero gettati giù  spinti da volontà suicida. Trasformò il suo sospetto in certezza “l’acerba morte del prussiano dott. G.F. Delius che, lieto tra amici, l’11 maggio  1854 all’improvviso ruinò nel cratere più boreale e vi restò spento”.  Si augurò il dottore che Ferdinando II, come aveva fatto sorgere rapidamente, quasi per miracolo,  l’Osservatorio Vesuviano, con un uguale miracolo istituisse  “un  centro di studio delle influenze vulcaniche sugli esseri organizzati.”. Dunque, il culto della Madonna di Lourdes  diventa un capitolo di una gloriosa tradizione: la protezione che la Madre di Cristo garantisce a tutti i Vesuviani, con tutti i suoi “titoli”,  come Madonna del Carmine, come Madonna di Montevergine, come  Madonna di Pompei e come Madonna dell’Arco.