I capolavori della letteratura (e di ogni altra arte) ci svelano significati nuovi, quando li rileggiamo alla “luce” di una conoscenza più ampia e più profonda del “privato” dei loro autori. Pietro Citati e Marcello Dell’Orta, per esempio, ci inducono a pensare con i loro libri che Leopardi sia stato il primo a “sentire” il mito delle due Napoli, quella che recita a “mettere” e quella che recita “a levare”. A Napoli il poeta della “Ginestra” capì definitivamente che ironia e immaginazione sono i pilastri della conoscenza. L’ incredibile elogio del vino e l’elenco dei 49 “piatti” che il cuoco Pasquale Ignarra gli doveva preparare.
Leopardi diceva di non amare i Napoletani, ma riconosceva la bellezza della città. In un “pensiero” del febbraio 1821 egli aveva scritto che “la vita è una rappresentazione scenica” e che per questo “il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un’altra”. Dunque, siamo tutti “recitanti”, non ci sono spettatori, “il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti” e perciò la “rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta” e noiosa. L’ Ottocento avrebbe compiuto un’azione veramente degna se avesse conciliato “per la prima volta al mondo” i “detti e i fatti”, e, nel concreto, essendo i fatti “immutabili”, avesse deciso di mutare i “detti” e chiamare “le cose con i nomi loro”. In una splendida pagina del libro su Leopardi pubblicato nel 2010 Pietro Citati segue il poeta nel suo “vagabondaggio” quotidiano per il centro storico di Napoli, da una bottega antiquaria colma di vecchi libri al caffè “delle Due Sicilie, in via Toledo, “dove assaporava una granita o un sorbetto”; dalla pasticceria di Pintauro, in via Santa Brigida, con il suo “spettacolo” di frolle e di sfogliatelle, al caffè di Vito Pinto, “al largo della Carità, con i tarallini zuccherati che avevano procurato a Vito Pinto il titolo di barone”. C’erano giorni in cui il poeta scendeva alla Riviera di Chiaia e si fermava a un banco del lotto dove “’o ranavuottolo” – Leopardi aveva la doppia gobba- “circondato da una venerazione superstiziosa dava i numeri ai giocatori”. Capitava che i giovani lo insultassero: e una volta Antonio Ranieri, per portar via l’amico dal caffè “delle Due Sicilie”, rischiò di essere coinvolto in una rissa. “ E infine – la penna di Citati vola alto – c’era Mergellina, coi suoi banchi pieni di alici, di triglie, di ostriche, di ricci marini, di dattili, di cozze, di cannolicchi, di frutti di mare. Per Leopardi era un nuovo piacere, che non aveva provato né a Bologna, né a Pisa, né a Firenze: camminare fino a perdersi tra la folla, divenuto anche lui, come tutti gli altri, un corpo, un colore, un suono, un gelato, un riccio.”. Dunque, i Napoletani riuscivano a conquistarlo, a trascinarlo nella “recita”, a costringerlo a domandarsi quale fosse la vera natura di questo popolo. Leopardi fu uno studioso delle “virtù” del vino: e ciò che sul vino egli ha scritto nello “Zibaldone” suscita un lungo moto di sorpresa in coloro che hanno conosciuto il poeta di Recanati solo attraverso i libri di letteratura, quelli scolastici, anche di livello alto. Dunque, scrive Leopardi, il vino è capace di suscitare “nuove speranze” e di dissolvere l’amarezza dettata dalle tensioni dell’animo. Deve bere vino che si propone di “ottenere dalle donne quei favori che si desiderano”: il vino infatti dà il coraggio necessario per avviare l’azione di conquista, e se questa azione non raggiunge l’obiettivo sperato, nel vino lo sconfitto troverà un impulso alla consolazione e all’allegria. Al vino non resiste nemmeno il filosofo, perché al potere del vino si arrende anche “la più invecchiata e radicata filosofia”. Queste riflessioni sulle “virtù” del vino non sono solo un omaggio che Leopardi rende a un tema assai caro ad Orazio, che egli considerava il più grande poeta di Roma, e a Marziale, al quale egli dedicò fin dai primi studi una grande attenzione. Il vino “distrae” e, consumato in misura eccessiva, produce “dimenticanza”: “L’ubriachezza è madre dell’allegrezza”, perché “cagiona la dimenticanza del vero, dalla quale sola può nascere l’allegrezza.” (Zibaldone, 109). Leopardi irrise gli intellettuali e i patrioti napoletani, classificandoli seguaci della filosofia dei maccheroni. Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è conservato un documento autografo in cui il poeta elencò, forse per ricordarli a Pasquale Ignarra, il cuoco di casa Ranieri i 49 “piatti” preferiti: e tra questi ci sono tortellini di magro, gnocchi di latte, di semolino e di polenta, pasticcini di maccheroni, tagliolini: la “buona tavola” – sentenziò Leopardi – “importa che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo.”. Incredibile don Giacomo….







