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Il prezioso libro del prof. Carmine Cimmino “I briganti del Vesuvio” e i numerosi contributi degli storici locali ci svelano le vicende del brigantaggio vesuviano con particolare riguardo a Vincenzo Barone e i suoi affiliati.

Negli anni postunitari dell’Italia nei paesi vesuviani due bande si erano rese famose, quella di Antonio Cozzolino, detto Pilone, che operava tra Boscotrecase, Terzigno, Torre Annunziata e Ottaviano e quella del telaiuolo e proprietario Vincenzo Barone, che esercitava la sua azione criminale e violenta nei paesi di Sant’Anastasia, Somma, Pollena, Ponticelli, San Giorgio e Portici. A queste due bande si aggiunse anche quella di Cipriano La Gala nel territorio nolano.

Vincenzo Barone di Sant’Anastasia era figlio di Luca e Serafina Coppola e aveva altri due fratelli: Antonio, un giovane bizzarro, e Giovanni, monaco dell’Ordine del Sacro Cuore di Secondigliano, accusati di connivenza e di collusione con il brigantaggio. Gli affiliati della banda Barone provenivano dai paesi vicini di Ponticelli, Portici, San Giorgio, Pomigliano e Somma. La maggior parte dei briganti, però, erano di Sant’Anastasia, il paese natale del telaiuolo. A Somma, sotto la bandiera di Vincenzo Barone, vi erano alcuni briganti come Salvatore Alberino, Antonio Caputo, Giuseppe Maiello, Sabato Mautone, Alfonso Sessa Porchiacca e Alfonso Aliperta ‘o Malacciso. Vincenzo Barone nel 1861, appena ventenne, accolse nella sua banda anche numerosi assassini e grassatori, soprattutto di Somma, come Arcangelo Parisi e Gennaro di Mauro, quest’ultimo conosciuto per le sue estorsioni in danaro ai numerosi proprietari del territorio vesuviano. La banda Barone, per sopravvivere, aveva bisogno comunque di soldi per autofinanziarsi: serviva l’acquisto di fucili, di polvere da sparo, di coltelli e pugnali. Era logico, quindi, ricorrere alle grassazioni (aggressioni a mano armata) e alle vessazioni (maltrattamento continuato ai più deboli) per la ricerca dei fondi. Soldati sbandati, come Alfonso Aliperta, militari insoddisfatti della Guardia Nazionale, ex borboni e nuovi liberali erano affiliati alla banda di Barone: circa un centinaio o poco più, armati di schioppi e di pistole. A Somma, intanto, il 23 luglio del 1861, alle ore 15, in Largo Mercato, attuale Piazza Vittorio Emanuele III, si verificò una strage di giovani e non, la cui causa è ancora da capire e forse da ricercare, stando alle ultime acquisizioni, nei giochi della politica locale, poiché l’eccidio parve più un regolamento di conti tra fazioni sommesi ormai divise in filoborbonici e non. I fucilati furono Francesco Mauro, Giuseppe Iervolino, Angelo Granato, Luigi Romano, Saverio Scozio e Vincenzo Fusco. Furono risparmiati il canonico Felice Mauro della Collegiata e un altro sacerdote non identificato, ma che, secondo lo storico Russo Domenico, sospetta essere stato un De Felice.  Infatti nessuno dei fucilati apparteneva alle famiglie più compromesse del brigantaggio; inoltre, il nuovo Sindaco di Somma, Michele Pellegrino (nato nel 1833), dichiarò ufficialmente – come riferisce il prof. Enrico Di Lorenzo – che Angelo Granato e Giuseppe Iervolino erano stati sempre veri liberali, attaccati all’unità italiana e guardie nazionali di esemplare lealtà. Barone, intanto, il 20 agosto del 1861 preparò una spedizione contro Miceli, un ex funzionario del Ministero Borbonico di Grazia e Giustizia, barbaramente trucidato in seguito nella sua casa. Quattro sommesi, che avevano rifiutato di partecipare alla spedizione di Pollena, furono accusati di ribellione contro il capo e, giudicati colpevoli, furono giustiziati a morte. Arcangelo Parisi, brigante della strada Traversa del quartiere Margherita di Somma, fu ucciso dallo stesso compaesano Alfonso Sessa. Qualcuno riferì che il Parisi era stato ucciso perché si era perdutamente innamorato della donna del capobrigante Barone. Il 26 agosto successivo, quaranta guardie nazionali di Somma a capo di Enrico e Carlo Giova e un gruppo di bersaglieri, comandati dal maggiore Calcagnini, salirono sul monte Somma per scovare i briganti di Barone tra pagliari e capanne. Arrestarono Vincenzo Terracciano in possesso di pistola e cartucce e lo giustiziarono a Sant’Anastasia. Intanto il fratello di Vincenzo, il monaco Giovanni Barone, scriveva al suo amato fratello che doveva stare accorto che Pasquale Avummaria e gli Scamoni gli stavano facendo il picchetto, ovvero lo stavano vendendo. La sera del 27 agosto 1861, i piemontesi del Maggiore Calcagnini, accompagnati dai sommesi Enrico e Carlo Giova, circondarono un palazzo di Pollena, dove il Barone si era rifugiato. Era li ubicata la casa della vedova e amante Palamolla. I due ufficiali Sartoris e Calcagnini entrarono nell’appartamento della donna e la sorpresero. Luisa Mollo, questo era il nome, indicò un armadio in cui era nascosto il capobrigante. I due sfondarono la porta e mentre il Barone stava rispondendo con la sua pistola, fu abbattuto da una scarica di fucile. Dopo la sua morte, tra quelli che si arresero, quelli uccisi e i tanti prigionieri, della banda nel 1865 non c’erano più tracce. Più tardi la stessa sorte toccò ad Alfonso Aliperta ‘o malacciso, definito il brigante più feroce della banda, anche lui ucciso in una località di Somma detta Masseria San Giorgio dal milite sommese Sabatiello di Palma alias ‘o scansone, informatore delle forze dell’ordine e devoto alla patria.