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Identità e Memoria per un nuovo Rinascimento: a proposito della XXVIII edizione del Palio di Somma Vesuviana

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Il palio è un buon viatico per l’abbattimento dell’ipertrofia dell’individualismo. Si organizza col concorso di molti, si gareggia a squadre, si vince o si perde insieme. È il palio, soprattutto, una opportunità culturale…(a cura di Ciro Raia)

 

 

Il Vesuvio è hora molto coltivato, e vi si fa eccellentissimo vino Greco e ottimo lachrima; e grano assai, e vi si raccolgono gran copia di buoni frutti; il chiamano hoggi il monte Somma, perché sta dirimpetto a Napoli, e sta quasi sommo e superiore. Da una parte ha le campagne, dall’altra il mare. Evvi alle radici di esso monte la bella terra di Somma, che è ornata dal titolo di Ducato”, (Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, 1601).

Sono sempre stato convinto che, a scuola, il territorio debba essere il vero libro di testo! In esso sono racchiusi miriadi di archivi invisibili, che contengono Memoria sui nostri padri (pater/patrimonio) e sulla loro/nostra Storia. Quella stessa Memoria, che traducendosi, poi, in raccolta di eventi a carattere comunitario, diventa necessaria per costruire una coscienza pubblica, per rinsaldare una consapevolezza identitaria ed un legame forte col mondo dei padri. È ovvio, perciò, che l’identità non può vivere unicamente di individualità; la vera identità si costruisce come gruppo sociale, vive della crescita e dei cambiamenti sociali, matura nella coscienza collettiva. L’identità, inoltre, essendo mutabile, permette a ciascuno di poter partecipare attivamente ai processi di crescita sociali e politici, che, com’è giusto che sia, richiedono, pertanto, che ogni attore si rimodelli, sia disponibile a una revisione/rivisitazione del proprio io, che nulla ha a che vedere, però, con la deprecabile pratica del trasformismo.

Identità e Memoria costituiscono un antidoto alla decadenza (delle idee, dei valori, dei comportamenti, dei saperi e dei loro significati), diventano l’anello di congiunzione fra le differenti culture delle diverse generazioni e rappresentano la strada obbligata per la rimozione del mondo degli spettatori. In un momento in cui, infatti, imperversa la crisi del pensiero, l’opinione pubblica (la gente, la folla, i cittadini, gli scoraggiati, i mortificati, gli indignati, i confusi, gli ignoranti volontari) ha bisogno di storie, fatti, uomini, che raccontino,  criticamente, come si è arrivati a oggi. Maggiormente perché, nei giorni dei ritorni a pericolosi individualismi/nazionalismi e ad antistoriche supremazie etniche, i luoghi (borghi, paesi, città, nazioni) non possono avere più orizzonti solamente fisici ma ogni spazio visivo deve tendere all’infinito ed essere costruito con incontri tra le persone.

Il palio è, così, occasione di incontro della gente, con la gente, tra la gente. Lo sforzo, oramai ultraventicinquennale, del Palio di Somma Vesuviana è impegnato, perciò, a dare un nuovo senso ad un evento (storicamente segnato dall’omaggio di uno stendardo ad una città rivale, dall’offerta di un simbolo ad un capo di una comunità), che superando la conquista momentanea ed effimera di un drappo – il  pallium – intende, invece, costruire ponti per nuovi incontri, per nuove conoscenze, per nuovi infiniti. Perchè il palio, in fondo, per nascita e proliferazione, è manifestazione plurale; come plurale è l’appartenenza ai simboli, e plurale è anche il gruppo vincente.

Il palio è un buon viatico per l’abbattimento dell’ipertrofia dell’individualismo. Si organizza col concorso di molti, si gareggia a squadre, si vince o si perde insieme. È il palio, soprattutto, una opportunità culturale, che, rifiutando vetrine da utilizzare in chiave politica (clientelare), cerca di raccontare (una narrazione con sollecitazioni, analisi, riconoscimento di errori, proposte) la storia dell’antropologia e dei sentimenti, del quotidiano e dell’immaginario, di una comunità e della sua economia, del passato e del futuro di una città fortunatamente sorta in una bella terra.

E per fare tutto questo, c’è bisogno di molta passione, di voglia di partecipazione, di abbastanza coraggio. Nel mettersi in gioco c’è bisogno di un nuovo umanesimo e di un nuovo rinascimento. Un nuovo umanesimo – cristiano o marxista che sia – per ricordare che alla base di ogni progetto/processo di conoscenza/trasformazione c’è sempre l’uomo. Un nuovo rinascimento, per ribadire, inoltre, una concezione etica della cultura, per esprimere una visione chiara della realtà, per orientare con coscienza ogni scelta.

Un nuovo umanesimo ed un nuovo rinascimento, per poter dare, infine, una rinnovata dignità/fierezza a un territorio chiamato a riflettere, problematicamente, sul suo passato e, simultaneamente, ricondotto a dare comprensibile senso a ciò che fa nella costruzione del suo futuro.

Ciro Raia