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I templi della cremazione nel Vesuviano: una triste questione che può diventare un tristo affare (parte prima)

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I templi per la cremazione non inquinano, se sono dotati di strutture idonee, e, soprattutto, se la correttezza del funzionamento viene controllata accuratamente dai tecnici, giorno per giorno. Ma i templi costruiti con il sistema del “project financing” devono cremare decine di corpi alla settimana per far sì che gli investimenti siano redditizi: e perciò il controllo può diventare più difficile, e più alto il rischio di guasti pericolosi. Sospesa la realizzazione del tempio di Massa di Somma e indagini sull’appalto del tempio di Pompei:in entrambi i casi era prevista la formula del “project financing”. C’è chi ritiene che la struttura del tempio per la cremazione non sia compatibile con la complessa  “vocazione” turistica delle terre vesuviane.

 

Rileggevo, qualche giorno fa, i documenti d’archivio sulle contese non solo verbali che si scatenarono, all’inizio dell’Ottocento, intorno alla costruzione del cimitero di Ottajano (che “serviva” anche San Giuseppe e Terzigno): ci fu un vero e proprio festival dei guappi e dei camorristi che, a suon di minacce e di papagni, e con il condimento di qualche coltellata, cercavano di mettere le mani sugli appalti per la costruzione dei loculi e per la fornitura di marmi e anche, ma sì!, degli alberi destinati a ornare il sacro luogo. Rileggevo e pensavo, ancora una volta, alla domanda che si pone Philippe Ariès nella “Storia della morte in Occidente”, quando cerca di capire quale sarebbe stata la storia sociale dell’Europa, se la Chiesa fin dal primo momento non avesse avversato in ogni modo la pratica della cremazione dei defunti, ora condannandola come rito pagano, ora come rito materialista e massonico.  A partire dagli anni ’60 del sec.XX la Chiesa ha modificato, in parte, la sua posizione, e questo nuovo atteggiamento e gli orientamenti culturali del laicismo e i problemi posti dall’urbanizzazione hanno spinto il sistema sociale ad accettare il rito della cremazione e a considerare l’opportunità di costruire “templi” destinati a ridurre in cenere i corpi dei defunti.

Due mesi fa i sindaci di Massa di Somma, di Cercola e di San Sebastiano hanno deciso di ritirare il progetto che prevedeva la costruzione nel cimitero di Massa di Somma “di un impianto sovradimensionato, costituito da ben sei forni in un’area che registra, dati Istat, 270 decessi l’anno, solo una piccola percentuale dei quali sarebbe stata oggetto di cremazione. E’ chiaro che per rientrare dall’iniziale investimento di oltre sei milioni di euro, sarebbe stato necessario allargare il bacino di utenza all’intero territorio regionale. Con un impatto ambientale considerevole in un’area di straordinario rilievo paesaggistico e naturalistico.” (www.ottopagine.it, 14/12/2018).  Tutti gli avversari del tempio per la cremazione di Massa di Somma hanno senza sosta sollecitato gli amministratori dei tre Comuni a ricordare che l’impianto sarebbe sorto poco lontano da tre ospedali, l’ “Apicella”, la “Clinica Lourdes e l’ “Ospedale del Mare” e avrebbe certamente bloccato “il piano di rilancio turistico del Parco del Vesuvio”.“ Massa era la città del pomodorino del piennolo, e ora corre il rischio di diventare la città dei cremati”: lo disse un consigliere comunale (ilmediano.it, 23/11/2018)

Dicono i tecnici che i templi per la cremazione che siano dotati di “adeguati sistemi di abbattimento dei fumi” non producono inquinanti atmosferici: in teoria: ma capita spesso in Italia che la teoria sia contraddetta dalla prassi. E  “il rischio intrinseco”, per gli impianti usati “in modo estensivo e intensivo”, è legato “non alle specifiche tecniche” che  possono garantire la sicurezza totale, ma “alla conduzione operativa che dovrebbe essere soggetta a scrupolosi criteri di gestione e di manutenzione”. Gestione e manutenzione: dunque,se il personale non assicura, giorno per giorno, il funzionamento corretto dell’impianto, i templi in cui si cremano decine di corpi a settimana “diventano un problema per tutti…poiché possono emettere un’ampia gamma di inquinanti, in forma gassosa e sotto forma di polveri”, comprese le diossine, e tra queste “la famigerata tcdd, che è assolutamente cancerogena “ ( Il Tirreno, 20 giugno 2016). Tra il 2016 e il 2018 il funzionamento di alcuni impianti dell’Italia centrale è stato bloccato dalle forze dell’ordine: negli ultimi giorni di novembre 2017 i carabinieri del NOE misero i sigilli al tempio crematorio di Montecorvino Pugliano, perché i cittadini avevano visto fumi neri uscire dai tre camini dell’impianto. Controlli severi erano stati eseguiti anche l’anno prima, su richiesta del sindaco: in entrambe le circostanze, gli investigatori vollero capire “fino in fondo dove e come vengono trattate le ceneri”. ( Il Mattino, 30/11/2017). E’ utile ricordare che “ nel crematorio di Montecorvino Pugliano, come stimato dal Comune, ci sarebbe un flusso di circa 12.000 (dodicimila) salme all’anno, essendo l’impianto tra i pochi presenti nel Sud Italia”.

Ma può essere controllato con cura meticolosa, ogni giorno, un impianto che è stato costruito con la procedura del “project financing”, e che deve funzionare sempre a pieno regime perché gli investimenti risultino redditizi? Anche il tempio di Massa di Somma doveva essere costruito con lo stesso tipo di finanziamento, e la stessa formula prevedeva l’appalto per il tempio di Pompei, un appalto che, secondo gli inquirenti e la magistratura, era “pilotato fin dal primo momento” da ditte, da tecnici, da politici di vario taglio e da onnipotenti burocrati (Cronache Campania, 15 marzo 2017). Insomma, una nera sequenza di inquinamenti: dell’aria che respiriamo, della pubblica amministrazione, della sacralità del rito e del rispetto che si deve ai defunti. Senza dimenticare la vigile presenza della delinquenza organizzata…..

E le cose, a Ottaviano, come stanno? Alla prossima.