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I soci del Rotary Club visitano il quartiere San Giovanni, un “libro” di storia ottajanese

La chiesa è ricca di opere d’arte, e il quartiere consente di parlare anche della storia politica e sociale di Ottajano, perché nel Settecento fu il centro di una borghesia “illuminata” che traeva profitto non solo dall’agricoltura, ma anche dall’industria tessile, dall’edilizia e dal controllo dei mercati. C’erano mestieri particolari, dei quali parleremo in un’altra occasione.

 

 

Domenica, con i soci del Rotary Club, di cui è presidente Pino Saetta, abbiamo ammirato il “San Giovanni che predica alle turbe” e lo fa dall’altare maggiore della Chiesa: uno splendido quadro, opera o del Bonito o del De Matteis, e uno splendido altare di legno, dipinto in modo da sembrare di marmo, e in parte rovinato dall’incompetenza di due architetti ottajanesi dell’Ottocento. Abbiamo parlato dell’organo del ‘600, un prezioso strumento “ad acqua”, che già nel 1670 venne controllato e di nuovo “registrato” da un noto musico veneziano, Alessandro Gambiraso; abbiamo osservato con grande attenzione la scultura del “Cristo crocifisso”, donata alla chiesa dalla famiglia sarnese degli Scudieri, che si trasferì a Ottajano nella prima metà del Seicento e amministrò, per conto dei Medici, il patrimonio delle selve. Abbiamo parlato di “un’eccellenza ottavianese e vesuviana”, Umberto Maggio, che ha restaurato con grande arte la scultura. Il telero smisurato (m. 26xm.10) che copre la volta della Chiesa, in cui nel 1759 Crescenzo Gamba dipinse la Trinità e un corteo di Santi e di Angeli, rovinò a terra il 3 ottobre del 1929 e Pietro Capolongo fu costretto dalla crisi finanziaria ad affidarne il restauro e la sistemazione sotto la volta a un certo Eberardo Perrone: che però non solo rovinò la tessitura dei colori con pennellate “a come viene”, ma sistemò la tela al contrario. E Capolongo lo trascinò in tribunale e vinse la causa. Ho parlato delle due Congreghe annesse in passato alla chiesa e sono stato costretto dalla verità della storia a ricordare che fino al 1860 intorno al ruolo di Priore di Congrega si combattevano dovunque battaglie chiassose e violente: per capirne le ragioni, basta leggere, con calma, l’elenco dei beni di proprietà delle due Congreghe di San Giovanni. Il quartiere, che è classificato come il secondo centro storico della nostra città, era abitato, già nel ‘700, da una borghesia “illuminata” che traeva la sua ricchezza dall’industria tessile, dal commercio del vino, dal controllo dei mercati. Lele Saggese ha fatto da guida ai soci del Rotary durante la visita al palazzo di famiglia: i Saggese furono, nell’Ottocento, tra i più importanti costruttori dell’Italia meridionale di “cati”, di botti e barili per la vinificazione. Ho ricordato agli amici che nel ‘600 il Monastero napoletano di “San Severino e Sossio” acquistò le terre lungo la strada che ancora oggi si chiama “San Severino”: sotto vi sono ancora le tracce delle grotte scavate nel tufo che i monaci napoletani davano in affitto ai produttori di vino, anche a quelli del Vallo di Lauro: il tufo tempera il calore dell’estate e mitiga il freddo invernale. E i “Sangiovannari” impararono a costruire cantine, soffitti, muri e “suppigni” in tufo, e la loro opera veniva richiesta anche a Napoli. I figli e i nipoti dei Guastaferro, dei Pisanti, degli Scudieri, dei Cola e dei Ranieri divennero, nella seconda metà del ‘700, medici, avvocati, architetti e notai, ma conservarono il controllo del sistema dei trasporti lungo le importanti strade “commerciali” che si incrociavano a Ottaviano. Avrei dovuto parlare dei mestieri degli “umili”: i cocchieri, i “bardari”, i “cravunari”, i “lattaroli”, gli “ugliarari”. Ma non volevo annoiare gli amici: e poi, se non ricordo male, agli antichi mestieri degli Ottajanesi dedicheremo un intero “incontro”. Ringrazio i soci e il presidente del Rotary ; ringrazio, per l’ospitalità, don Salvatore Mungiello, parroco della chiesa di San Giovanni, Lele Saggese e Lorenzo Pisanti., priore della Congrega.

 

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