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I racconti di Stefania Castella: i ritmi e i colori di una prosa che “si muove” come le forme della realtà.

 

Intervista alla scrittrice Stefania Castella che cerca di “rappresentare” nei movimenti delle parole gli impulsi dei sentimenti e il flusso delle esperienze. Ama G. Garcia Marquez, E. Allan Poe, Van Gogh e Angelo Savelli, il pittore del “Bianco”.

 

Come il coro di onde che in cerchio vengono a infrangersi sui sassi della battigia, in un sussurro senza fine, scivolando l’una sull’altra, e, all’improvviso ti accorgi che fingono di dissolversi, ma in realtà riemergono intatte e rifluiscono all’indietro, verso la quiete nervosa del mare aperto, per prepararsi a ripetere il gioco, quando arriverà il loro turno, e tu le aspetti e le riconosci e immergi i sensi nel loro liquido corpo, e vi trovi frammenti di immagini e di sinfonie, che, se riesci a rimetterli insieme, raccontano la storia tutta del mare infinito, le albe e i tramonti delle tempeste, le notti abbaglianti di luce lunare, l’abisso del buio, l’ ossessione del sole, i canti delle sirene, e i loro pianti, e portano messaggi che aspettano di essere decifrati: così è la prosa dei racconti di Stefania Castella.

In questi racconti, pubblicati su “ilGiornaleweb”, le proposizioni si aprono, si addensano, si dispiegano, avvolgono lo spazio, e lo attraversano, osano – è l’audacia dolorosa del coraggio – proporsi come specchio e modello di una realtà cangiante, dalle mille maschere, un luogo di illusioni e di inganni come il Castello di Atlante: una realtà che Stefania vorrebbe conoscere, e rappresentare, tutta: fibra per fibra. “Inseguo sensazioni- dice Stefania-, cercandole ovunque, ma la donna è il filo che lega tutte le mie storie. Le donne delle mie storie cercano di riscattarsi e di purificarsi: sanno, però, che bisogna imparare a bastare a sé stesse, e che l’altro si cerca non per riempire i vuoti dell’esistenza, ma per misurarsi e crescere: solo chi ha la sua personalità, e non la rinnega, può confrontarsi con l’altro.”. La metafora marina la usa anche lei, quando dice che la sua scrittura segue “l’onda di una ispirazione ogni volta diversa. L’apnea che senti passando per certi vicoli, la luce prepotente che scivola attraverso le nuvole dopo un temporale. Il rumore delle onde. Affondare nel ricordo evocato da un profumo, da un odore che senti che ti appartiene: e poi, l’impresa più emozionante: tentare di dar vita nuova al ricordo, attraverso la parola.”.

E Stefania ci riesce, come dimostra l’incipit del racconto “La Musa” : Resto ferma, resto muta. Mi viene da ridere. Non posso smettere di ridere, non posso smettere di essere quello che sono. Questo lo sai. Lo sa. Lo sanno. La vita va presa a sorsi grandi, enormi, tu dicevi “per te potrei smettere di bere…” non ci credevo, e nemmeno tu “perché -ti dicevo- se sei felice brindi, se sei triste, bevi per dimenticare…” e intanto ingoiavo l’ennesima esplosione di rabbia. Frantumata col bicchiere sulla tela. La tua rabbia, in fondo ti faceva bene, la gelosia ispirava. Io ti ispiravo. Il desiderio di me, ti ispirava. Legata, imprigionata per sempre, resterò per sempre, tra i salotti rumorosi, quelli che ho desiderato, quelli dove il mio passo faceva silenzio, il mio incedere voltare le teste. Io dicevo di me “troppo lunga, troppo magra” ed è stata una fortuna, forse…

Le chiedo quale musica detta il ritmo della sua sintassi e lei mi risponde che non c’è musica che non metta in movimento i suoi sentimenti e la sua immaginazione: jazz, rock, le canzoni classiche napoletane, il rap, la voce della Callas, le “struggenti ballate del Maestro De Andrè, il flauto magico di Ian Anderson, la voce ipnotica di Nina Simone.”. Dice che l’ ispirazione la coglie di sorpresa, come capita ai musicisti:” Le idee per un racconto nascono improvvise. Mi colpisce uno sguardo, un gesto. Porto sempre una penna con me, per registrare un momento, per evitare che mi sfugga. I personaggi raccontati fino ad oggi sono sempre stati folgorazioni, istantanee. Sono facce apparse quando avevo smesso di cercare, che si portavano dietro ciascuna la propria storia.”.

Stefania Castella è di Bagnoli, e ora vive ai piedi del Vesuvio: di Bagnoli si porta dentro non le immagini dell’Italsider e dell’inquinamento, ma di uno scorcio di mare e di una collina.  Con il mondo vesuviano “ci siamo studiati per un po’- dice- io venivo dal mare, e il mare mi mancava. Oggi la montagna mi saluta accompagnando i miei occhi lungo i pendii che sembrano dipinti.”.

L’ultima parola innesca la domanda sugli scrittori e sui pittori che predilige. Stefania Castella ama Gabriel Garcia Marquez, e la magia della sua parola che crea mondi, e, per bilanciare, ama anche  gli investigatori della realtà e dei suoi sotterranei, Edgar Allan Poe, Guy de Maupassant, Oriana Fallaci, e Giorgio Faletti. “Io Uccido”, il  primo romanzo di Faletti, “ lo avevo con me durante un’operazione in ospedale, l’ho letto velocemente mi ha tenuta lontana da quella realtà…In quei giorni ho iniziato a pensare alla scrittura in un modo diverso. Gli ho scritto, la sua risposta ha confermato la sua grandezza d’animo, la grande umiltà, la bontà e la purezza che immaginavo. Il suo Ad Maiora non lo dimenticherò”. Stefania racconta,  e il ricordo si fa, nei moti del volto, nello sguardo,  nelle pause della voce, un tempo presente e vivo.

Stefania ama Van Gogh, i “paesaggi malinconici” di Maurice Utrillo e le opere di Angelo Savelli. Dell’ archivio di Savelli ella è stata “curatrice e responsabile editing”. E il cerchio si chiude. Leggendo i racconti di Stefania mi ero immaginato la sua  sensibilità come un filo da equilibrista teso tra la luce e il buio, tra la storia e la cronaca, tra  lo stupore che viene dell’ideale e il fascino spesso impuro della terra. E dunque è naturale che Stefania ami Garcia Marquez, e Van Gogh, e i colori degli aggettivi – “sono la mia dannazione, non ho ancora imparato a limare, ad asciugare..”. Ed è altrettanto naturale che ella sia attratta dalle opere di Savelli,  l’artista delle monocromie “in bianco” che ha fatto di questo colore un segno metafisico, forse il simbolo del Nulla da cui parte il veliero del nostro spirito, e anche dell’ Assoluto  che è l’ultimo approdo.

Oltre ai racconti, Stefania Castella scrive articoli per la rivista cartacea “Ora” e per “ilmediano.it”. Il suo stile e le sue emozioni fanno sì che i racconti e gli articoli di cronaca e di attualità  facciano parte della trama di un solo, vasto romanzo.

Voglio essere banale. Stefania Castella mette vita nelle parole: perciò , in questo tempo sepolto sotto mucchi di parole vuote come gusci di vongole “succhiate” e gettate via, Stefania è una scrittrice speciale, è già “ un ‘eccellenza” del nostro territorio. L’intervista credo che lo confermi.

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