È tempo di tirare le somme, ma le conclusioni sono alquanto soggettive: tutto dipende dalle misure che si usano.
Il The Economist di ieri ha pubblicato un articolo in seguito alla pubblicazione dei dati dell’IFS (Institute for Fiscal Studies); il titolo già dice tutto: “Some measures are more equal than others”, che, tradotto, significa “alcune misure sono più uguali di altre”.
L’articolo indaga sulla differenza di reddito tra ricchi e poveri, guardando all’evoluzione di tale gap dagli anni ’60 in poi. Importante specificare che lo studio è condotto guardando al reddito prima dei costi sulla casa.
Il grosso divario si manifestò per la prima volta negli anni ’80, ma già nel decennio successivo cominciò a diminuire. Oggi il rapporto tra i “redditi” è ai livelli più bassi degli ultimi 25 anni. Quindi, il gap tra ricchi e poveri sembrerebbe ridursi, ma è meglio andare più a fondo. Una grossa misura di diseguaglianza economica è che “the richests”, gli individui appartenenti alla fascia di ricchezza più alta nel mondo, rappresentano solo l’1% della popolazione. Per di più, se guardiamo alla differenza di ricchezza tra questo 1% e il resto, essa continua ad aumentare.
In Italia la storia è più o meno la stessa.
L’ISTAT ha diffuso i dati sulla povertà pochi giorni fa. I commenti a caldo esaltano il governo e la ripresa italiana; anche qui, è meglio andarci cauti.
La notizia è che l’indice di povertà assoluta delle famiglie italiane, dopo due anni di aumento, nel 2014 è rimasto stabile.
Per comprendere meglio lo studio, andiamo a chiarire i parametri.
I poveri “assoluti” sono coloro non in grado di acquistare un paniere di beni e servizi essenziali. I poveri “relativi” sono coloro sotto una certa soglia di spesa mensile. Tale soglia, ovviamente, varia a seconda delle aree di residenza e della composizione del nucleo familiare. Ad esempio una famiglia composta da due adulti tra i 18 ed i 59 anni e due figli tra i 4 ed i 10 anni è considerata povera se spende meno di € 1555,90 se vive in un grande comune del Nord, meno di € 1459,82 se del centro, meno di € 1231,90 del Sud.
Se parliamo, invece, in termini assoluti l’indice di povertà è del 4,2% al Nord, 4,8% al centro e 8,6% al Sud.
Tralasciando la forte discrepanza tra Nord e Sud, che si commenta da sola, andiamo ad indagare meglio su questi numeri che così elencati parlano poco.
6,8% l’indice di povertà italiano del 2014. 1,5 milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà assoluta, vale a dire 4milioni e 100mila persone.
Il dato dell’anno scorso era 6milioni: la povertà è diminuita? In realtà, ci sarebbe da ridire. Dettaglio non trascurabile è il fatto che l’ISTAT, quest’anno, ha cambiato la base di indagine, con effetti retroattivi. L’ “Indagine sui consumi” è stata sostituita dell’ “Indagine sulle spese delle famiglie”, risultante essere una base più dettagliata e sofisticata. Quanto i nuovi questionari e i nuovi campioni siano più rappresentativi lo si può vedere dalla forte differenza del dato finale.
I dati diffusi l’anno scorso dall’Istat riportavano 10milioni di poveri relativi e 6milioni di poveri assoluti. In realtà, andando a ricostruire le serie storiche con i nuovi criteri di analisi, i poveri relativi erano 7,8milioni e quelli assoluti 4,4.
L’Italia non ha “svoltato”, si registra piuttosto una sostanziale stabilità.



