Acerra, chiuso negozio di alimentari: sequestrate tonnellate di prodotti

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  Controlli serrati nel centro cittadino sul fronte della sicurezza alimentare. Nel corso di un’operazione congiunta, la Polizia Municipale e il personale dell’ASL hanno effettuato un’ispezione all’interno di un’attività commerciale dove sono state riscontrate gravi irregolarità nella gestione degli alimenti. Durante le verifiche gli operatori hanno trovato numerosi prodotti scaduti e altri conservati in condizioni non conformi alle norme igienico-sanitarie. Parte degli alimenti, inoltre, risultava priva di indicazioni sulla provenienza e sulla tracciabilità, elemento fondamentale per garantire la sicurezza dei consumatori. Alla luce delle criticità emerse è stato disposto il sequestro immediato della merce. Il bilancio dell’operazione parla di circa 113 chilogrammi tra carne e pesce sottratti alla vendita, oltre a quasi una tonnellata di prodotti vegetali ritenuti non adatti al consumo umano. Tutti gli alimenti sequestrati sono stati successivamente distrutti seguendo le procedure previste dalla normativa vigente. Contestualmente è stato disposto anche il provvedimento di chiusura dell’esercizio commerciale. Il titolare dell’attività è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria per le violazioni accertate e sanzionato sul piano amministrativo per il mancato rispetto delle norme in materia di sicurezza e conservazione degli alimenti. L’operazione rientra in un programma di controlli periodici avviato per monitorare le attività commerciali presenti sul territorio e prevenire possibili rischi per la salute pubblica.
Le verifiche continueranno anche nelle prossime settimane con l’obiettivo di assicurare il rispetto delle regole e garantire ai cittadini prodotti alimentari sicuri e controllati. L’attenzione delle autorità resta alta per contrastare qualsiasi forma di commercio irregolare e tutelare i consumatori.

Somma Vesuviana, grande successo per la III edizione del “Fioretto di Scherma” nella palestra di Rione Trieste

Si è svolta questo pomeriggio, presso la palestra del Rione Trieste, la terza edizione del “Fioretto di Scherma”, appuntamento ormai atteso che conferma la crescita e il consolidamento di un progetto sportivo-educativo avviato lo scorso anno.
L’iniziativa, nata con l’obiettivo di avvicinare  i più giovani  alla pratica schermistica, ha visto anche quest’anno la partecipazione entusiasta di numerosi alunni, protagonisti di un percorso che coniuga attività motoria e formazione personale. La scherma, infatti, non è soltanto disciplina sportiva, ma anche scuola di rispetto, autocontrollo, umiltà e osservanza delle regole.
A fare gli onori di casa è stata la Dirigente Scolastica, la prof.ssa Silvia Svanera, che nel suo intervento ha ringraziato i genitori dei piccoli atleti per la collaborazione e per aver creduto nel valore del progetto. Un sentito riconoscimento è stato rivolto al maestro
Mauro Barionovi del club scherma di Portici che , con  la collaborazione degli istruttori Riccardo e Roberto Barionovi,  ha accompagnato con professionalità e dedizione  i giovani schermidori nella scoperta e nell’approfondimento della disciplina.
Presente alla manifestazione anche la Commissaria Prefettizia,  Corinne Palumbo, che ha espresso apprezzamento per l’impegno e la passione con cui la Dirigente del Secondo  Circolo “Don Minzoni” promuove iniziative formative di qualità. Nel suo intervento la commissaria ha inoltre dichiarato che, espletate le necessarie verifiche, “il Comune si impegnerà a valutare la stipula di una convenzione con il club  scherma del Maestro Mauro Barionovi  a sostegno della continuità del progetto”.
La competizione si è articolata in una serie di avvincenti sfide, che hanno visto i piccoli atleti confrontarsi con entusiasmo e spirito sportivo. Al termine delle gare, tutti i partecipanti sono stati premiati con una medaglia, a testimonianza dell’impegno profuso;  Simona e Fabio hanno alzato la coppa  del primo classificato nelle categorie bambine e maschietti, tra gli applausi del pubblico e dei compagni.
Un pomeriggio di sport e condivisione che conferma come la scherma possa rappresentare un efficace strumento di crescita per le nuove generazioni e un valore aggiunto per l’intera comunità.

“La caccia ai colpevoli appaga, ma non ripaga”: monsignor Marino all’addio di Domenico

Il vescovo di Nola monsignor Francesco Marino, durante i funerali del piccolo Domenico svolti nel Duomo di Nola, lo ha ricordato con parole toccanti

I funerali di Domenico Caliendo, bimbo di 2 anni e 4 mesi deceduto a seguito di un trapianto di un cuore “bruciato”, si sono svolti oggi, 4 marzo, nel Duomo di Nola.

A tenere la funzione è stato il vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, che con le sue parole ha commosso tutti i presenti: “In questa chiesa cattedrale, casa comune della diocesi, sentiamo realmente nostro il vostro immane dolore. Il vostro bambino Domenico, in queste lunghe e atroci settimane, è diventato un figlio di tutti noi. E se è vero che i figli so ‘piezz ‘e corè, anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e papà, si è spezzato nel dolore di questa insensata tragedia”.

Durante l’omelia ha ricordato come la giustizia, la caccia ai colpevoli può appagare per un momento, ma non potrà mai ripagare una perdita simile: “La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore.”

“I sentimenti umani – continua – che si agitano in questo momento, forse comprensibilmente, e non dobbiamo spaventarcene, sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo perché, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta”.

Precisa come questa vicenda rimetta in campo il tema delicato della donazione degli organi: “Mi pare che Domenico ci parli ancora, continuando a incoraggiarci sul delicato tema della donazione degli organi. La sua storia ci racconta la generosità di genitori che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità. Incoraggiamo la donazione degli organi come gesto di grande amore e generosità.”

Concludendo, incita a continuare a credere e sperare nella buona medicina: “Continuiamo a credere nella buona medicina, nella formazione scientifica ed etica e non permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell’alleanza fiduciaria tra medico e paziente che è un valore necessario e che, come sappiamo, si rivela occasione di salvezza per tantissimi ammalati nei nostri ospedali, i quali, ricordiamolo sempre, sono delle eccellenze sanitarie. Se tutti possiamo sbagliare, questa dolorosa vicenda deve insegnarci l’umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti”.

Tante sono state le istituzioni presenti al funerale. In primo piano troviamo la premier Giorgia Meloni e tra le istituzioni locali risaltano il sindaco di Nola Andrea Ruggiero, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi e il sindaco metropolitano di Napoli Gaetano Manfredi.

Presenza importante per la famiglia è stata quella del cardinale Mimmo Battaglia che è stato vicino alla famiglia del piccolo Domenico durante gli ultimi giorni e ha impartito l’estrema unzione al bimbo.

Poco prima dei funerali è arrivata per porgere le condoglianze anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, che ha stretto la mano al padre del bambino e ha accolto in un lungo abbraccio la madre di Domenico, Patrizia Mercolino.

Alla cerimonia ha partecipato anche il parroco del Parco Verde di Caivano, Maurizio Patriciello. “Il dolore quando è condiviso è sopportabile perché è un dovere di tutti noi essere qui. Non ho detto nulla. In queste occasioni non ci sono parole” ha detto il sacerdote.

La madre di Domenico ha tenuto a ringraziare tutte le persone che si sono mosse per la funzione: “Se oggi si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni, alla sua dolcezza. Sono certa che ci sta abbracciando tutti. Spero che questo non sia l’ultimo giorno che pensiamo a Domenico, che tutti possiamo tenerlo in un angolo del nostro cuore. Ti amo cuore di mamma”.

Al di fuori della cattedrale Francesco Petruzzi, legale della famiglia, ha annunciato l’invio di un esposto alle segreterie dei Consigli dell’Ordine dei medici di Cosenza e di Benevento.

“L’esposto sarà solo per il dottor Oppido e per la dottoressa Farina che verte sulla mancata comunicazione dell’esito negativo del trapianto ai pazienti. Ci aspettiamo che i consigli dell’ordine e anche il Consiglio nazionale con il presidente Anelli prendano posizione, perché al di là di quello che sarà l’esito delle indagini il fatto che non sia stata data comunicazione dell’esito ai genitori credo sia un fatto abbastanza certo ad oggi e che vada sanzionato disciplinarmente” conclude Petruzzi.

Sono arrivate anche delle prime dichiarazioni in riferimento ai primi esiti dell’autopsia: “Siamo contenti che non sia stata riscontrata una lesione in fase di espianto perché sarebbe stato un ulteriore scempio al corpo di Domenico”.

Il legale spiega che ora resta da valutare l’eventuale presenza di lesioni da congelamento o di danni legati alla congestione avvenuta durante la fase di espianto: “Quello che ora dovrà essere valutato a livello microscopico sono le lesioni da congelamento ed eventuali lesioni riportate dall’organo in seguito alla congestione che ha avuto durante la fase dell’espianto, il famoso ingrossamento del cuore che avrebbe potuto ledere le camere interne ma questo lo diranno gli anatomopatologi”.

Somma, scoperti due impianti meccatronici senza autorizzazioni: scattano sequestri e sanzioni

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Sequestri e sanzioni a Somma Vesuviana nell’ambito di un’operazione di controllo della Polizia Metropolitana di Napoli contro attività meccatroniche abusive. I controlli sono stati effettuati in via Matarazzo e hanno portato al sequestro di due distinte attività gestite da persone legate da vincoli di parentela.

L’intervento rientra nelle attività di vigilanza intensificate dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla Terra dei Fuochi. Le verifiche sono state effettuate su indicazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto di Napoli Michele di Bari.

I funzionari e gli agenti del distretto di Nola della Polizia Metropolitana, coordinati dal comandante Lucia Rea, hanno eseguito diversi accertamenti amministrativi e ambientali che hanno fatto emergere numerose irregolarità.

Il primo controllo ha riguardato un capannone di circa 100 metri quadrati utilizzato per attività meccatronica. Dagli accertamenti è emerso che l’attività veniva svolta senza la necessaria iscrizione alla Camera di Commercio, requisito obbligatorio previsto dalla normativa per l’esercizio del settore. Per questo motivo gli agenti hanno proceduto al sequestro amministrativo dell’officina.

Il secondo intervento ha invece interessato un’altra attività meccatronica situata poco distante, composta da un locale coperto e da un’area esterna per una superficie complessiva di circa 310 metri quadrati. In questo caso le verifiche hanno evidenziato l’assenza totale delle autorizzazioni previste dalla normativa ambientale.

Gli agenti hanno quindi disposto il sequestro giudiziario dell’intera area e delle attrezzature presenti, contestando la violazione del Codice dell’Ambiente. In particolare sono state riscontrate irregolarità legate alla gestione, al trasporto e allo smaltimento dei rifiuti senza le necessarie autorizzazioni.

L’operazione si inserisce nel più ampio piano di controlli avviato sul territorio metropolitano per contrastare attività abusive e pratiche illegali che possono avere ricadute sull’ambiente e sulla salute pubblica.

La Polizia Metropolitana ha fatto sapere che le verifiche proseguiranno anche nelle prossime settimane in altri comuni dell’area napoletana, con l’obiettivo di garantire il rispetto delle norme e rafforzare la tutela del territorio e dei cittadini.

L’ultimo viaggio di Domenico: il saluto sulle note di Guerriero. La folla vuole giustizia, presente Meloni

Un lungo applauso, lacrime e centinaia di persone strette attorno a una piccola bara bianca. Così Nola ha dato l’ultimo saluto a Domenico Caliendo, il bambino morto dopo il trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli. I funerali si sono svolti nel pomeriggio nel Duomo della città, dove è stato proclamato il lutto cittadino.

Il feretro del piccolo è arrivato davanti alla cattedrale tra la commozione generale. A portarlo all’interno della chiesa è stato il padre Antonio, mentre sul sagrato e tra le navate si sono radunate centinaia di persone. Sulla bara bianca la foto del bambino e un peluche. Tra i fiori anche una letterina lasciata da un coetaneo: «Ti voglio bene, troverai tanti angeli che giocheranno con te».

La cerimonia è stata presieduta dal vescovo di Nola, mentre tra i presenti c’erano numerose autorità istituzionali e religiose. In Duomo è arrivata anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha voluto partecipare alle esequie per esprimere vicinanza alla famiglia. Presenti anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il prefetto e diversi sindaci del territorio.

Momenti di grande intensità si sono vissuti quando il cardinale Domenico Battaglia si è inginocchiato davanti alla bara del piccolo Domenico prima di abbracciare la madre. Un gesto simbolico che ha colpito profondamente i presenti.

Durante l’omelia è stato ricordato come il piccolo sia diventato «figlio di tutta la comunità» nelle settimane della sua battaglia in ospedale. «Il vostro bambino – è stato detto – è entrato nel cuore di tutti».

All’esterno della cattedrale, tra la folla, si sono levate anche grida di rabbia: «Pagheranno per quello che hanno fatto. Giustizia per Domenico».

Al termine della funzione, la bara è uscita dal Duomo sulle note di Guerriero di Marco Mengoni. A prendere la parola è stata la madre Patrizia: «Ringrazio tutte le persone presenti oggi e tutte le istituzioni. Oggi, se si è mossa tutta questa folla, è grazie a Domenico e al suo sorriso. Spero che questo non sia l’ultimo giorno che pensiamo a lui, ma che ognuno lo conservi nel suo cuore. Ti amo amore mio».

Referendum, a Somma l’evento per il comitato del No

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Somma Vesuviana – Difendere l’equilibrio costituzionale e l’autonomia della magistratura è l’obiettivo che ha portato alla costituzione, lo scorso 16 febbraio, del Comitato per il NO al referendum sulla giustizia a Somma Vesuviana, in vista del voto del 22 e 23 marzo 2026. Il Comitato aderisce alla rete vesuviana Comitati per il No. Secondo i promotori, la riforma oggetto del referendum non rappresenta un miglioramento del sistema giustizia, ma un intervento che rischia di incidere in modo significativo sull’indipendenza della magistratura e sull’assetto dei poteri previsto dalla Costituzione. Per questo motivo, venerdì 6 marzo alle ore 18.00, presso la Sala Santa Caterina (Via A. Gramsci 5), si terrà l’evento pubblico: “Referendum Giustizia – Le ragioni del No” Un momento di confronto aperto alla cittadinanza, con contributi tecnici e politici, per approfondire i contenuti della riforma e le sue possibili conseguenze. Interverranno: ​•​Marianna Imbimbo, Sostituto Procuratore presso la Procura di Foggia ​•​Giuseppe Izzo, Giudice civile presso il Tribunale di Lagonegro ​•​Anna Bianco, Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Reggio Calabria ​•​Roberto Oratino, Avvocato e referente del Comitato Avvocati per il No – Tribunale di Nola ​•​Davide Trezza, Avvocato ​•​Nicola Ricci, Segretario Generale CGIL Napoli Modera Grazia Vernillo, avvocato e componente del Comitato per il NO di Somma Vesuviana. L’iniziativa si inserisce in un percorso di mobilitazione e informazione che proseguirà nelle prossime settimane sul territorio vesuviano. A seguire, alle ore 20.00, momento conviviale “AperiNO” presso MALT (Via Turati 58). Il Comitato invita cittadine e cittadini a partecipare attivamente a un confronto che riguarda la qualità della democrazia e il futuro delle istituzioni.

Parco dei Pini, via alla riqualificazione in 3 mosse

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CASORIA. Importante passo avanti per gli interventi di riqualificazione del complesso ERP Parco dei Pini.

Nella mattinata del 3 marzo, l’adunanza del Comitato Tecnico Amministrativo del Provveditorato alle Opere Pubbliche ha approvato la progettazione relativa agli interventi di manutenzione straordinaria degli edifici.

Il progetto prevede in particolare: – il rifacimento di tutti i lastrici solari – il rifacimento degli impianti citofonici – la sostituzione di cinque impianti sollevatori (ascensori).

All’incontro presso il Provveditorato alle Opere Pubbliche erano presenti l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Casoria Andrea Capano e il consigliere comunale Rino Trojano, che hanno partecipato ai lavori in rappresentanza dell’amministrazione comunale.

«Si tratta di interventi molto attesi dai residenti del Parco dei Pini» ha dichiarato il sindaco di Casoria Raffaele Bene. «L’approvazione della progettazione rappresenta un passaggio importante che consentirà di avviare finalmente lavori necessari per migliorare le condizioni degli edifici e la qualità della vita nel quartiere».

«Continueremo a seguire con attenzione tutte le fasi dell’iter» ha aggiunto il sindaco «affinché gli interventi possano essere realizzati nel più breve tempo possibile».

 

Il tesoro dei Pellini finisce allo Stato: confiscati 204 milioni di euro

  ACERRA – I Militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria – G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Napoli hanno eseguito un decreto di confisca emesso dal Tribunale di Napoli – Sezione Misure di Prevenzione, avente a oggetto un patrimonio del valore complessivo di oltre 204 milioni di euro, riconducibile ai fratelli Pellini Giovanni, Pellini Cuono e Pellini Salvatore, imprenditori di Acerra operanti nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali.   Il provvedimento rappresenta l’ultimo sviluppo di un articolato iter giudiziario avviato nel 2017, quando il patrimonio degli imprenditori fu sottoposto a sequestro di prevenzione a seguito della loro condanna definitiva per disastro doloso continuato e degli accertamenti patrimoniali che avevano evidenziato una marcata sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati. Le indagini dei finanzieri avevano infatti ricondotto una parte rilevante delle ricchezze accumulate ai proventi del traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Dopo una prima confisca nel 2019, confermata in appello nel 2023, nell’aprile 2024 la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento per vizi di carattere formale, disponendo la restituzione dei beni.   La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ritenendo tuttora sussistenti i presupposti della misura e permanenti gli elementi di pericolosità qualificata e di sproporzione patrimoniale, ha quindi disposto una nuova e approfondita ricognizione patrimoniale, estesa anche ai nuclei familiari. Nel maggio 2024 la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha nuovamente sequestrato i beni e, con decreto depositato il 19 febbraio 2026, all’esito dell’istruttoria camerale, ha disposto la confisca, ribadendo la perdurante pericolosità qualificata dei proposti, la strutturale e significativa sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi leciti dichiarati e l’inidoneità delle giustificazioni difensive atte a dimostrare, in modo plausibile e documentalmente riscontrabile, la provenienza delle risorse impiegate.   Il provvedimento di confisca, suscettibile di impugnazione, riguarda 8 compendi aziendali, con sedi nelle province di Napoli, Frosinone e Roma, 224 immobili ubicati nelle province di Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone, 75 terreni, 70 rapporti finanziari, 72 autoveicoli, 3 imbarcazioni e 2 elicotteri, per un valore complessivo pari a euro 204.914.706.      

La camorra napoletana sotto i Borbone: i capi, gli affari e le relazioni con la polizia borbonica

Il salto di qualità la camorra lo fece, scrive il Di Fiore, nel 1860, quando Liborio Romano le affidò il compito di mantenere l’ordine pubblico negli ultimi mesi del regno di Francesco II e nei primi di Napoli garibaldina e piemontese. È una interpretazione “parziale”. Liborio Romano chiese l’aiuto dei camorristi Salvatore De Crescenzo, Pasquale Merolla e Antonio Lubrano proprio perché sapeva che la camorra esercitava da decenni un controllo ampio e profondo non solo sulla plebe della città, ma anche sulla polizia borbonica. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Pasquale Mattei “I camorristi”     E proprio della polizia borbonica aveva paura don Liborio, perché riteneva che fosse capace di fare ciò che avevano fatto e avrebbero fatto tutte le polizie delle “tirannie“ in disfacimento: agitare le acque attraverso una sistematica campagna di rappresaglie e di provocazioni. Il piano lo aveva già approntato il commissario Schenardi prima dei moti del ’48 (Archivio di Stato di Napoli, Alta Polizia, f. 202). Certo, tra l’estate del 1860 e il gennaio del 1861 Liborio Romano e alcuni “ liberali “ adottarono, in favore dei camorristi, disposizioni che sarebbero risultate catastrofiche, se Silvio Spaventa e Filippo De Blasio non avessero tentato di annullarne, o almeno annacquarne, gli effetti, anche attraverso provvedimenti formalmente illegittimi. La camorra napoletana prese coscienza della propria forza tra il 1830 e il 1856. In questi 25 anni essa progettò e realizzò un disegno ambizioso: inquinare la polizia tutta, dai livelli più bassi agli uffici direttivi. Sebbene Ferdinando II avesse disposto, nel 1832, che non si parlasse e non si scrivesse apertamente di certi argomenti, Intendenti, Sottointendenti, giudici, sindaci e poliziotti onesti, non riuscendo a diventare, contemporaneamente, ciechi, sordi e muti, scrissero centinaia di note riservate sui commissari e sulle guardie che estorcevano danaro ai negozi, alle cantine e ai caffé, e imponevano tangenti sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione. Il Commissariato del Porto proteggeva i contrabbandieri, anche se, di tanto in tanto, delinquenti e poliziotti litigavano per ragioni di “sala“, cioè sulla spartizione del bottino.In questa amministrazione del malaffare la polizia borbonica divenne, scrive Francesco Barbagallo, “un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica“ (Storia della camorra, 2010, p.13 ). Nel maggio del ’61 Silvio Spaventa, segretario generale del dicastero di polizia, comunicò al Conte di San Martino, Luogotenente Generale, che la polizia borbonica non aveva lasciato agli atti nessun documento importante sulla camorra. Nei giorni confusi del passaggio da una dinastia all’altra, i poliziotti più compromessi con la dinastia che se ne andava bruciarono migliaia di fascicoli: è accaduto e accade sempre e dovunque, in circostanze analoghe. E tuttavia qualcosa si salvò. Nel giugno del 1861 il questore Tajani fornì al Luogotenente l’elenco delle “comitive“di camorristi che controllavano, da anni, i quartieri di Napoli. Luigi Capozzi, di una storica famiglia gamorrista, Gabriele Alterio e Luigi Tramontana avevano il controllo dell’Avvocata; la famiglia Cappuccio dettava legge, e da quasi un secolo, nella sezione Vicaria; il quartiere San Carlo all’Arena era in mano a una comitiva di contrabbandieri, protetta dai Cappuccio, e guidata da due picciotti di sgarro, Carmine detto Passarulo e Giovanni detto lo Sorice. La registrazione del solo nome di battesimo seguito dal soprannome era una delle procedure adottate dalla polizia borbonica, quando voleva proteggere qualcuno e confondere le acque. I membri della comitiva più numerosa, quella del Mercato, erano dotati di soprannomi strepitosi, alla Mastriani: Andrea e Gennaro, detti entrambi Carta Carta, Raffaele lo Zeccato, che con Titillo ‘o figlio ‘e Tore, era l’armiere del gruppo; il terribile Domenico Esposito detto Pichicchio, che dieci anni dopo dichiarò guerra alla camorra vesuviana per il controllo del mercato delle carni; Vincenzo detto Micco, ma anche Sfesso, soprannomi entrambi poco dignitosi per un camorrista che nel 1867 la polizia ritenne uno dei capi dell’associazione. I “terribili” Mazzola, una genìa peggiore delle altre, governavano il quartiere Orefici e attraverso gli Stampo, loro luogotenenti, gestivano il fiorente mercato degli oggetti preziosi rubati nella provincia di Napoli e in Terra di Lavoro. I Mazzola vennero costantemente protetti dalla Direzione stessa della Polizia borbonica, e restarono borbonici anche dopo l’unità d’Italia. Le strade percorse dai flussi dei preziosi rubati erano cosparse di cadaveri, perché i furti dell’oro e dell’argento furono, per decenni, l’attività principale della camorra provinciale, e causa prima di sanguinose battaglie fra comitive avversarie. Il Porto era in mano a Antonio Lubrano, detto di Porta di Massa, capo storico della camorra borbonica, nemico di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘ e Criscienzo, che lo fece uccidere in carcere poche ore dopo l’arresto, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1862. Lubrano controllava, da almeno 20 anni, il mercato degli agrumi e la bonafficiatella, e aveva ai suoi ordini “una ventina di guaglioni di malavita”. Suoi soci “nel negozio dei portogalli“, cioè delle arance, erano il fratello Pasquale, che però, osserva il Tajani, lettore di Manzoni, “è meno bravo di Antonio“, Antonio Fierro, Nicola Di Palma e Giovanni Sacco, detto caparotta, che è camorrista che si appicica. Giova ricordare che i succhi di arancia e di limone svolgevano un ruolo importante nella medicina del tempo, come sostanze ricostituenti, antiscorbutiche e anticoleriche, e i succhi di limone anche come sostanza disinfettante. Legato ai Lubrano era Carmine Rubs, guappo di primo rango, che sotto Ferdinando II era stato caposquadra di polizia. A Toledo imperava, dal 1849, una comitiva di camorristi “alti“, di cui erano capi, secondo una nota del 9 giugno 1861, Salvatore De Mata, proprietario di un negozio di “cappelleria“ in vico Baglivo Uriès e Luigi De Martino, nipote di quel Peppe Aversano che era stato, sotto i Borbone, “famigeratissimo“ capo della camorra e spia della Direzione di Polizia. Dopo l’Unità, il De Mata divenne fornitore ufficiale di cappelli per la Casa Reale.

Domani i funerali di Domenico, lutto cittadino a Nola. Quattro mesi ai periti per l’autopsia

Si svolgeranno domani alle 15 nel Duomo di Nola i funerali di Domenico, il bambino deceduto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore rivelatosi fatale. Il piccolo era morto sabato 21 febbraio, a distanza di due mesi dall’intervento effettuato lo scorso 23 dicembre.

In segno di vicinanza alla famiglia e di partecipazione al dolore dell’intera comunità, il Comune di Nola ha proclamato il lutto cittadino per la giornata delle esequie. Le bandiere saranno esposte a mezz’asta negli edifici pubblici e l’amministrazione ha invitato cittadini, associazioni e attività commerciali a osservare un momento di raccoglimento durante la celebrazione funebre.

A darne comunicazione è stato l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, parlando con i cronisti al termine dell’udienza davanti al gip.

“C’è stata un’apertura grande sul dibattimento, non è stato il solito incidente probatorio, sono stati dati 120 giorni a partire da oggi ai periti per sviluppare la loro relazione, il rinvio va all’11 settembre 2026. La salma sarà liberata in serata, c’è il nullaosta cosiddetto ‘in bianco’ consegnato al medico legale, una volta finite le operazioni, il medico libererà la salma, con i funerali domani mattina”, ha spiegato l’avvocato Petruzzi.

Intanto emergono nuovi elementi dalla documentazione tecnica. Nei verbali dell’audit interno dell’Azienda ospedaliera dei Colli, richiamati nella relazione trasmessa dalla Regione Campania al Ministero della Salute, si evidenzia una “insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto”.

Gli esperti hanno messo in luce una possibile “assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo”. Secondo quanto riportato, sarebbero state rilevate incongruenze nelle ricostruzioni fornite e “non sono state intercettate le criticità prima del completamento della cardiectomia”, ovvero la rimozione del cuore malato prima dell’arrivo dell’organo destinato al trapianto, successivamente risultato “congelato”.

Tra gli aspetti critici segnalati figurano anche “l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto” e soprattutto “la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo”, elementi che, secondo quanto riportato nei documenti, sarebbero riconducibili proprio a “una insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto”.