Il 22 marzo 2026, la Comunità parrocchiale di S. M. di Costantinopoli si appresta a celebrare il 50° anniversario dell’inaugurazione del nuovo complesso religioso. L’occasione per tratteggiare i momenti salienti della storia di un culto, che esalta una delle figure mariane più venerate sul territorio sin dall’antichità.
Il culto di Santa Maria di Costantinopoli in Italia si diffuse e si concretizzò principalmente tra il XV e il XVI secolo, arrivando nel Sud Italia tramite il flusso di profughi bizantini dopo la caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio del 1453. In effetti, sin dai primi secoli della cristianità, nell’Oriente greco ebbe un enorme sviluppo il culto della Vergine, tra cui quello in particolare dedicato al titolo dell’Odighitria cioè di Colei che indica la via. Quest’ultimo vocabolo, molto diffuso in Italia, è anche abbreviato in «Itria». A Costantinopoli, in particolar modo, l’icona venne collocata in una chiesa custodita da frati basiliani, risalente al V secolo e oggi scomparsa, e divenne famosa perché l’immagine fu attribuita dalla tradizione a San Luca. Il prof. Antonio Bove, storico dell’arte, in un suo articolo apparso sulla rivista Summana n°43 [Studi sul patrimonio, etnico, storico e civile di Somma Vesuviana] afferma che il culto alla Madonna di Costantinopoli fu impiantato in Napoli già in età angioina. In effetti, il professore ha ragione in quanto l’ultimo imperatore latino di Costantinopoli, Baldovino II (1217-1273), fuggendo nel 1264 dopo la riconquista della capitale, cercò sostegno e si legò agli Angioini di Napoli, vivendo stabilmente presso la corte di Carlo d’Angiò. Baldovino portò con sé, oltre a numerose reliquie, il volto dell’icona mariana.
Baldovino II di Costantinopoli
Una leggenda ci tramanda che la raffigurazione della stessa Madonna nera di Montevergine, la schiavona, fu inserita in un quadro, che fu donato nel 1310 da Caterina II di Valois, moglie di Filippo d’Angiò, ai monaci del Partenio. Certamente il culto si radicò fortemente a Napoli tra il 1525 e il 1529 durante la peste. Bisogna ricordare che agli inizi del XVI secolo, Napoli era afflitta anche da gravi problemi, tra cui povertà e fame, che tormentavano la popolazione. La devozione alla Vergine di Costantinopoli si manifestò pienamente tra 1527 e il 1528 quando la Madre celeste apparve ad un’anziana, chiedendo la costruzione di una chiesa nel luogo dove venne ritrovata un’immagine mariana, divenendo un simbolo di salvezza. A conferma, il notaio napoletano Gregorio Russo, la cui attività è testimoniata a Napoli dal 1500 fino al 1540, ci conferma che l’anno 1528 fu infelicissimo a tutta l’Italia, particolarmente allo nostro Regno di Napoli perché ci furono tre flagelli de Iddio, guerra, peste e fame. La peste, in effetti, non cessava di seminare morte e lutti, perdurando ancora ai primi del 1529. Con l’estate, cosa insolita, come si racconta, il flagello accennò a scomparire. Gregorio Rosso attribuì all’intervento della Madonna di Costantinopoli la fine della peste. Il culto si radicò con vigore, oltre a Napoli, specialmente in Puglia e nel Cilento, spesso associato a santuari e processioni ed ebbe un tale incremento che i napoletani decisero di edificare la chiesa lungo il nuovo tracciato viario fatto aprire dal viceré Don Pedro de Toledo (1484 – 1553). La venerazione si diffuse anche nel territorio vesuviano specialmente tra il XVI e XVII secolo con la costruzione di numerose cappelle.
Il culto nell’antica Terra di Somma
Nella Terra di Somma troviamo le prime attestazioni del culto nelle Sante Visite del 1561, 1580, 1586, 1603. A tal riguardo, nella parrocchiale chiesa di San Giorgio Martire, la quarta cappella, a destra di chi entrava, era dedicata a Sanctae Mariae de Costantinopoli in qua magnifici Lucas et Porzias Figliola pro comune devotione celebrari faciunt duas missas […]. La cappella nel 1561 non aveva beni né dotazioni [cit. Francesco Migliaccio (1826 – 1896), Notizie inedite di Somma Vesuviana, Tomo II, dal 1268 al 1885 – 1939]. Nella Santa Visita del 1580 fu disposto che l’altare fosse dotato di tre tovaglie e due candelabri di legno. Nella Santa Visita del 1603 si attesta la celebrazione di quaranta messe per un legato di d. Scipione Figliola.
Santa Visita 1580, Cappella S.M. Costantinopoli in San Giorgio martire
Un’altra notizia sul culto di Santa Maria di Costantinopoli ci viene fornita dal padre d. Gianstefano Remondini (1699 – 1777) nella sua immensa opera Della nolana ecclesiastica storia in tre tomi, pubblicata a Napoli tra il 1747 e il 1757 e dedicata a Papa Benedetto XIV. Nel tomo 1, a pagina 302, scrive: Evvi parimente la Chiesa di S. M. Costantinopoli col Convento de’ PP. dell’Ordine di San Giovanni di Dio edificata nel MDCXXVI da Giannalfonso Signorile, e data a cotesti Religiosi […]. Quindi, nell’antico quartiere Casamale, e precisamente nel rione Portaterra, alla Vergine era tributata una chiesa annessa all’Ospedale dei Fatebenefratelli.
Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram
Manni G. B. (+1728), Pianta del 1714 con la chiesa e masseria
Precedentemente, però, il 20 agosto del 1613, un provvedimento del regio consigliere e utroque iureScipione Rovito (1556 – 1636), consultore della Curia del Cappellano Maggiore, ordinò che il Sacro Ospedale dell’Annunziata AGP con i suoi religiosi era mantenuto nel possesso di una cappella sita et positain terra Summe Nolanae dioc(esis) intus Massariam eiusdem S.ma Annuntiatis de Neapoli vulgo detta la Masseria delle Piane. Una notizia straordinaria emersa di recente dalle pergamene dell’Archivio della Real Casa Santa dell’Annunziata. Da tempo immemorabile, infatti, la Casa Santa possedeva, in una propria masseria, una cappella intitolata Madonna di Costantinopoli, ch’anticam(en)te si chiamavalafigura dell’Arco dell’Annunziata, la qualea proprie spese di detta Casa S(an)ta, et con l’elemosine s’ è andata ampliandoet in quella affisse l’arme di marmo di d(et)ta S(an)ta Casa, et tenutosi uno dei suoi sacerdoti per celebrare le messe […]. Il Vescovo di Nola, mons. Fabrizio Gallo, ragguagliato dal clero locale che detta Cappella andava crescendo in devozione et elemosine, havendoci essi supplicanti ottenuto Indulgenza plenaria da Sua Santità [Paolo V] nella festivitàche se vo celebrare alli 14 del presente mese di agosto, tentò di prendere il controllo delle celebrazioni, che, comunque, spettavano al cappellano e ai sacerdoti della Santa Casa dell’Annunziata. Il dissenso dei presbiteri locali non tardò ad arrivare: una quantità de preti di d(et)ta Terra con ordine […] con molta violenza non permesero dicta celebrazione […] levando l’arme di detta Casa Santa ponendove altre. La Casa Santa dell’Annunziata ricorse, quindi, al Cappellano Maggiore affinché fosse appianata la questione in virtù degli antichi Capitoli del Regno. Il caso, comunque, si risolse con una provvisione del 20 agosto del 1613, in cui fu stabilito che la Casa Santa aveva la facoltà di esigere e poter amministrare senza l’ingerenza del clero locale [Archivio dell’Annunziata di Napoli, album 3, RIP. 0045].
Archivio della Real Casa dell’ Annunziata, Provvisione del 1613
Due anni più tardi, 13 luglio del 1615, il Banco del Governo dell’Annunziata di Napoli pagò ducati quaranta a Scipione Galluccio a conto de la manifattura de uno altare de marmore che haverà da fare nella chiesa di S. M. di Costantinopoli di Somma. Quest’ ultima notizia viene riportata dall’archivista e studioso di storia napoletana cav. Giovan Battista D’Addosio (+1921) – segretario capo della Reale Santa Casa dell’Annunziata a Napoli per oltre trent’anni e curatore del Sommario delle pergamene – nella sua opera dal titolo Documenti inediti di artisti napoletani dei secoli XVI e XVII, Napoli, 1920, pag. 193. Scipione Galluccio (notizie 1588 – 1619) era un artigiano marmoraro di Cava de’ Tirreni, attivo a Napoli tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Lavorava il marmo, spesso collaborando con altri noti artisti napoletani dell’epoca, tra cui Giovanni Antonio Dosio e Cristoforo Monterosso. Famoso era anche il fratello, Giovan Antonio Galluccio, con cui Scipione collaborò nella realizzazione della fontana dell’Università di Gragnano nel settembre del 1603. Nel 1613, quindi, ecco che appare per la prima volta menzionata una cappella titolata a Santa Maria Costantinopoli, appartenente alla SS.ma Annunziata di Napoli: una cappella rurale che serviva una masseria, non solo come luogo di culto, ma un vero e proprio fulcro della vita sociale ed economica di quella zona ai confini con Ottajano. In effetti, le suddette notizie concordano pienamente con quelle riportate dallo studioso sommese avv. Francesco Migliaccio (1826 – 1896) nelle sue Notizie inedite: l’antica chiesa di S. M. Costantinopoli era originariamente una piccola cappella in un luogo detto all’Arco, che stava per la strada in un trivioformante triangolo e dietro detta Cappella vi era la siepe che serrava un territorio della Casa dell’Annunziata di Napoli, la quale attendeva al mantenimento della cappelluccia. Oggi la fatiscente struttura è ubicata al km 14,800 dell’attuale statale 268 del Vesuvio, al margine sinistro, all’incrocio della dismessa strada borbonica che collegava Napoli a Nola. In essa – continua Migliaccio – stava un bel quadro con l’immagine della SS.ma Annunziata. Nel 1605, infatti, due devoti, Giovanni Antonio Capuano e Clerico Alfonso de Marco o Marzo, si impegnarono – con l’oblazione dei fedeli circonvicini e con molti mezzi forniti dalla detta Casa Santa dell’Annunziata e col permesso del Reverendissimo Vescovo di Nola Fabrizio Gallo [+ 1614] – di costruire e ridurre quella cappelluccia a una grande e comoda chiesa come attualmente rattrovasi. Fu fornita di quadri, suppellettile sacra e di un comodo altare, al quale fu sovrapposto il sopraccennato quadro della SS.ma Annunziata. Aveva un paliotto di broccato di seta con le armi o insegne della Nunziata di Napoli. Vi erano due altri altari: l’uno al lato destro, entrando dalla porta, fatto a spese del cennato Clerico Alfonso di Marzo dedicato a S. Vito, col quadro rappresentante detto Santo, e l’altro a sinistra dedicato a S. Giovanni Battista, col quadro raffigurante il Battesimo di Gesù, donato dal sig. Gio: Battista d’Alessandro [Visita episcopale, 1616].
In base alle ricerche effettuate, la pergamena del 1613 fa riferimento ad una prima dedicazione della cappella alla figura dell’Arco dell’Annunziata. In latino, il sostantivo femminile figura – ae significa anche immagine; mentre la raffigurazione dell’ Annunciazione in contesti architettonici specifici, come portali o archi trionfali, fu una moda evidente in epoca angioina per celebrare la Vergine sotto tal vocabolo. L’intitolazione originaria della cappella, quindi, era a Maria SS.dell’Annunziata. Non abbiamo, però, notizie certe e documentate su come sia arrivato il culto alla Madonna di Costantinopoli; ma una considerazione, sostenuta dallo studioso arch. Nicola Castaldo di San Paolo Belsito, sostiene che il beneficio della Cappella di Santa Maria di Costantinopoli in San Giorgio Martire, sia transitato, tra il 1605 e il 1613, proprio nella piccola chiesetta di proprietà della SS. Ma Annunziata, da cui la denominazione successiva alla Vergine bizantina. A riguardo, nella Santa Visita del 1621 non appare più la cappella costantinopolitana in San Giorgio. Tutto ciò, però, è ancora da appurare attraverso studi, indagini e consultazioni. Rimaniamo col dubbio. Nella Santa Visita del 4 luglio del 1642, comunque, appare Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram legata alla vicina Ottajano, officiata da Gio: Battista Valletta che ne teneva cura. F. Capitello
Lo storico Fabrizio Capitello, a pagina 158 del suo libro dal titolo Raccolta di Reali Registri, Poesie diverse et discorsi historici dell’antichissima, Reale & Fedelissima Città di Somma, Per Antonio Bortoli, Venetia 1705, addirittura, scrive fantasiosamente che la suddetta chiesa era stata fondata proprio da Baldovino II e nella quale vi pose la Santis(sima) Ima(gine) di Mo(nte) V(ergine) nel luogo dove si dice Costantin(opoli) […] poi doppo molto tem(po) miracolosam(ente) fu trasfer(ita) dal d(etto) Imp(eratore) in Mon(te) Verg(ine) dove risiede con massimo onore […]. Pura leggenda, ripeto, oltretutto mista ad una ricca fantasia dell’autore.
Nel 1658 vi si celebrava la messa per divozione del Cantore Can. Francesco Roselli. Nel 1744, epoca della redazione del Catasto Onciario borbonico, non solo appare il geotoponimo le Fontole, la località ad ovest della cappella; ma risulta che la Casa Santa dell’AGP di Napoli possedeva annui ducati venticinque e grana 60 per causa di censo sopra il territorio detto Costantinopolise li corrispondono da Giovanni Aliperta del quondam Bonaventura. Nel 1800, a conferma della suddetta notizia, tale possedimento dietro la chiesa, di circa sei moggia, era censito al figlio di Giovanni, Bonaventura Aliberta (Aliperta); inoltre i numerosi vigneti, che la circondavano, appartenevano alla maggiore nobiltà e notabilità cittadina: Scozia, Cito e de Felice [L. Marchese, Pianta di Somma, Museo di Capua, 1800-01].
L. Marchese, Pianta di Somma
Nel Catasto provvisorio francese del 1811 in relazione, invece, alla chiesetta di Costantinopoli risulta esattore dell’AGP il possidente e legaled. Andrea De Felice (+ 1825). Nella Santa Visita del 1824, il Vescovo di Nola, mons. Nicola Coppola, Visitavit Cappellam B.M.V. Costantinopoli et iussit Ostiolum Tabernaculi restaurari. Interdicto vero subjecit altare S. Antonii, donec de sepulcro Mm. provideatur: sedes confessionales donec de novis cratibus provideatur: et plarietam designatam diversorum colorum [Visitò la Cappella della Beata Vergine Maria a Costantinopoli e ordinò il restauro della porta del tabernacolo delle Ostie. Dispose, inoltre, che la cappella di Sant’Antonio fosse interdetta, finché si provvedesse al luogo delle sepolture e fino a quando i sedili confessionali fossero muniti di nuove grate e la parete ornata con diversi colori]. Nella Santa Visita del 1829 di mons. Gennaro Pasca la cappella rurale di S. M. Costantinopoli della SS.ma Annunziata AGP di Napoli ha doc(ati) dodici e g(ran)a 60 lordi per legato di messe festive fatto dal fu D. Francesco Antinolfi della Cava che se pagano ora da D. Angelo Pacileo, [benestante napoletano]. Il legato è di g(ra)na quindici per ciascheduna messa; si aggiungono da convicini coll’elemosina in giro, altre g(ran)a quarantacinque e si celebrano le messe festive dal Can(oni)co Salvatore Auriemma, quale confessa e spiega l’Evangelo. Il 28 giugno del 1858, la Casa dell’Annunziata AGP la cedette definitivamente al Vescovo di Nola, Mons. Giuseppe Formisano (1811 – 1890), che provvide subito alla nomina di un economo curato per l’amministrazione dei sacramenti. La Santa Visita del 1883 dispose che il ciborio in legno non doveva stare fisso sull’altare in marmo. Mancavano sia la serratura del confessionale che la cortina della porta d’ingresso; inoltre, alcuni finestroni alti erano rotti e il Crocifisso sull’altare del Rosario non era visibile. Vi erano voti d’argento e i panni cerati (incerati) non erano fissi sugli altari. Dippiù il messale era mancante della mantissa. Nel 1885 la chiesa fu richiesta dalla laica Confraternita di S. Maria della Libera, officiante nella Chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo, per motivo che la località ove officiava era indecentissimo ai divini offici. La confraternita, dal canto suo, si obbligò ad abbellirla, tenerla decentemente, farvi celebrare una messa quotidiana con la benedizione del SS.mo nei giorni festivi [cit. F. Migliaccio, ibidem].
Il 10 dicembre del 1927, il Vescovo Mons. Egisto Domenico Melchiori (1879 – 1963) firmò il decreto di erezione canonica della suddetta chiesa a parrocchia. L’utilità della formazione della nuova parrocchia fu ravvisata dal vicario D. Antonio dott. Amarotta, il quale individuò in S. Maria di Costantinopoli la chiesa adatta alla cura d’anime. L’atto di erezione fu scritto il giorno 3 dicembre del 1927 nell’oratorio del SS. Rosario, sotto al campanile di San Domenico, alla presenza del vicario foraneo [cit. G. Mirolla, Aspetti della vita religioso – ecclesiastica a Somma Vesuviana in Rivista trimestrale Merdione, Anno XVI, N.4, 2016, 109]. La nuova comunità religiosa assorbiva in parte le due antiche parrocchie di S. Michele Arcangelo o dell’Angelo, in cui ricadeva, e di S. Croce. I parroci che si susseguirono nel corso degli anni furono: Don Angelo Antignani nel 1928; Don Francesco Rastelli nel 1932; Don Giuseppe Bifulco da febbraio a ottobre del 1941; Don Francesco Mormile (1915 – 1969) dal 24 maggio 1944 al 19 maggio 1969. Nel 1954 la struttura, interna ed esterna, era già in cattivo stato di conservazione. Gli altari erano cinque ed erano dedicati alla Madonna titolare, all’Immacolata, al Sacro Cuore, all’Addolorata ed a Sant’ Anna. Vi era un quadro di santa Maria Goretti. Contava 4000 anime, con circa 700 famiglie. La sacrestia era alquanto umida, mentre il campanile era in buono stato di conservazione. Sull’abside si trovava la casa canonica, adibita ad abitazione del parroco. Le cappelle rurali o gentilizie, che rientravano nei confini territoriali della parrocchia e dipendevano dalla sua gestione, erano ubicate nella villa De Siervo al Bosco, nella masseria Madama Filippa (Bambino Gesù), nella villa Lamagna – Tedeschi e nella contrada Caprabianca. Il Canonico della Collegiata, Don Giovanni Mosca, di età avanzata, si rendeva disponibile ad amministrare il Sacramento dellaPenitenza. Fu Don Francesco Mormile, a insistere sulla costruzione di una struttura più grande, che potesse ospitare più fedeli e avere annesso finalmente un complesso per le varie attività parrocchiali.
Un viaggio nel “dietro le quinte” della tutela archeologica promosso dal Parco
Dal 5 marzo al 23 luglio 2026 i cantieri attivi negli Scavi di Pompei apriranno ufficialmente al pubblico. Un’iniziativa che consentirà ai visitatori di entrare nei luoghi dove quotidianamente si lavora per restaurare, consolidare e valorizzare uno dei siti archeologici più importanti al mondo.
Il progetto, promosso dal Parco Archeologico di Pompei, punta a raccontare in maniera diretta e trasparente il lavoro che normalmente resta invisibile agli occhi dei turisti. Non soltanto visite guidate, ma un vero percorso all’interno dei cantieri, dove archeologi, restauratori, ingegneri e tecnici illustreranno interventi e metodologie adottate per la conservazione del patrimonio.
Durante il periodo dell’iniziativa saranno coinvolti numerosi interventi distribuiti tra l’area degli Scavi e i siti collegati. Dalle domus oggetto di restauro agli scavi in corso, fino alle opere di messa in sicurezza e consolidamento strutturale, il pubblico potrà comprendere la complessità delle operazioni necessarie per preservare ambienti antichi, affreschi, mosaici e strutture esposte da secoli agli agenti atmosferici.
L’apertura dei cantieri rappresenta anche un momento di educazione alla tutela. Pompei non è soltanto un luogo da visitare, ma un patrimonio fragile che richiede manutenzione costante, studio scientifico e investimenti continui. Mostrare il “dietro le quinte” significa rendere partecipi i cittadini e i turisti di un processo delicato, fatto di competenze specialistiche e interventi mirati.
Negli ultimi anni il sito ha conosciuto una stagione di grande rilancio, con nuove scoperte, riaperture di ambienti storici e importanti opere di messa in sicurezza. L’iniziativa in programma fino al 23 luglio si inserisce proprio in questo percorso di valorizzazione, offrendo un’esperienza diversa rispetto alla tradizionale visita tra le strade dell’antica città romana.
Un’occasione preziosa, dunque, per osservare Pompei non solo come testimonianza cristallizzata dell’eruzione del 79 d.C., ma come laboratorio permanente di ricerca, conservazione e innovazione.
La Mostra, curata da Marilena Marotta, e allestita nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, potrà essere visitata fino al 5 aprile. Scriveva Ernst Gombrich: “Poiché la nostra percezione deve essere sempre selettiva, lo storico dell’arte è allenato a notare la selettività dell’”occhio” del pittore, o piuttosto l’insieme degli aspetti della realtà che gli artisti selezionano per costruire la propria immagine del mondo visibile, qualunque sia il mezzo usato, l’appartenenza a una scuola o a un periodo.”. Introduce l’articolo la foto di un acrilico su carta di Marilena Marotta, “La tempesta”.
“I pittori vedono nelle ombre e nelle sporgenze più di quanto vediamo noi” (Cicerone)
La percezione di chi osserva i quadri in mostra è condizionata anche dal luogo in cui la mostra è allestita. E la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio sta in un luogo – Piazza Mercato, Piazza del Carmine, la Basilica della Madonna del Carmine – in cui l’aria che si respira sa di storia, la storia passata e sempre presente di Napoli. La percezione di chi si accinge a osservare i quadri è condizionata dalle simmetrie definite dall’architetto Francesco Sicuro, che nel 1781 ebbe l’incarico di sistemare anche Piazza del Carmine, devastata il 22 luglio da un incendio provocato dai fuochi d’artificio. Il gruppo “Cchiù Art” è un collettivo che “abbraccia artisti di provenienza diversi.”, un gruppo che sperimenta “molteplici linguaggi figurativi e non” e comprende anche poeti. Fondato nel 2015, “CChiù Art” ha partecipato a mostre anche in Francia.
Giustamente Andrea Buonfino, che ha scritto la prefazione e i commenti alle opere pubblicate nel catalogo di questa mostra, “vede” nel quadro di Marilena Marotta, che “apre” l’articolo, i segni dell’espressionismo astratto e la “presenza” della lezione di Jackson Pollock e dell’Action Painting. L’osservatore “percepisce” immediatamente il movimento del pennello, l’impeto della mano dell’artista, la sua “immersione” nei colori che corrono sul supporto per poi sospendere la corsa: e questa “sospensione” diventa la chiave di lettura dell’opera. Il mio “occhio”, condizionato dalla luce del luogo e dai miei orientamenti, riesce a vedere, in questo splendido acrilico su carta, la realistica immagine di quei pensieri che in certi momenti si aggrovigliano nella nostra mente: a questi grovigli Irene Sparagna ha dedicato un libro e una profonda riflessione: “non credo di essere riuscita a dipanarli, ma forse non ho mai voluto che accadesse”.
La Marotta vuole che accada e ci induce alla speranza, perché scopre e indica all’osservatore il filo dell’attorcigliarsi e dunque la “chiave” che consentirà lo snodarsi: il celeste, colore della speranza, irretisce e blocca il blu scuro, proietta riflessi vitali su bianco e su un giallo particolare, che suggerisce il senso dell’attesa. L’acrilico su carta (57×43 cm.) ha un titolo in francese, “La tempète”, “la tempesta” un titolo che conforta la mia “lettura” dell’opera, perché ogni tempesta finisce, e il cielo si apre, diceva il poeta, alla quiete e alla serenità. Risultano interessanti alcuni versi della poesia “Radici d’angoscia”, scritta proprio dalla Marotta e pubblicata nel catalogo della mostra: “Le parole sono /silenzio, / sentieri per smarrire/ allontanare/, nascondere/ il male.” In appendice ho pubblicato l’immagine di un quadro del pittore iraniano Amir Sabetazar, un olio su tela (53×39 cm.), intitolato “Breath of renewal”, “Respiro di rinnovamento”.
La tecnica è notevole: l’artista si serve in modo magistrale di tutte le sfumature del verde e del celeste, e degli effetti plastici del bianco. Se “leggo” l’immagine dal centro – il naso, l’occhio, la bocca – verso le macchie e i filamenti dell’esterno, allora, è “un volto che si scioglie nel colore, un volto che si dissolve”, come ha scritto Andrea Buonfino, ma se il mio sguardo sale dall’esterno verso il centro, la percezione mi suggerisce un significato opposto: il disordine delle macchie diventa ordine e forma chiara, il nulla diventa vita, e sono spinto a notare che l’intero impianto è dominato dalla perfezione dell’arco – l’occhio, le narici, le labbra. Nel catalogo, come ho già detto, sono pubblicate anche alcune poesie. Mi piace citare i versi di “Attimo ramingo”, scritta da Antonio Messina, giovane poeta napoletano: “Un attimo ansimante defluisce nel corso / irregolare diun secondo/ mi sento trasognato e sommesso dal millesimo, / elevo lo sguardo perpendicolare /rivolgo le tempie ad ovest immergendomi nel minuto/ e con sospiro serafico, rimango deferente /al tempo /rigurgito quegli attimi di sagace esistenza.”. La visita alla mostra mi ha procurato una lucida emozione.
Inquinamento delle acque e incendi nei siti di stoccaggio: sono questi i focus della missione in Campania condotta dalla Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti in Campania. “Due giorni intensi di lavoro durante i quali abbiamo dedicato una parte significativa degli incontri all’ascolto delle associazioni ambientaliste e dei comitati che da anni operano sul territorio, svolgendo un lavoro prezioso di monitoraggio e denuncia. L’ascolto delle realtà associative, molte delle quali conosco da tempo e con cui ho mantenuto un’interlocuzione costante in questi anni, si è rivelato particolarmente utile.
I contributi emersi saranno preziosi per orientare le prossime iniziative che la Commissione intenderà portare avanti”, ha dichiarato la deputata del Movimento 5 Stelle Carmela Auriemma, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e relatrice di minoranza del filone d’indagine sulla Terra dei Fuochi.
“La missione ha confermato la giusta e fondata intuizione di voler approfondire la questione dell’inquinamento delle falde acquifere, mantenendo però alta l’attenzione sul fenomeno dei frequenti incendi nei siti di stoccaggio dei rifiuti, spesso caratterizzati da dinamiche anomale e coincidenze sospette – ha aggiunto Auriemma -. Il timore è che il business delle mafie nel settore del riciclo dei rifiuti abbia cambiato forma: non più l’interramento illecito dei rifiuti, ma il loro deposito in siti di stoccaggio formalmente autorizzati per poi incendiarli, trasformando così un’attività apparentemente legale in un’operazione illecita mascherata da incidente. Su questo non smetteremo di tenere alta la guardia”.
Tutto è inziato tre giorni fa quando ignoti si sono introdotti di notte nell’ istituto e hanno imbrattato le pareti delle aule di creolina o di altre sostanze tossiche .
La Dirigente Scolastica si è vista costretta a sospendere le attività didattiche per due giorni ma, nel frattempo, la notte successiva avviene un altro identico episodio vandalico che fa peggiorare ancora di più la situazione . La Dirigente denuncia i fatti alle autorità competenti e dispone la pulizia dei locali, avvisando genitori ed alunni che il 5 marzo le lezioni si sarebbero svolte regolarmente. In verità il cattivo odore e’ ancora forte e l’ aria ancora irrespirabile. A questo punto una rappresentanza del consiglio d’ Istituto si reca dalla Dirigente per avere ulteriori chiarimenti.
Da parte dei genitori è arrivato un aggiornamento dopo un colloquio con la Dirigenza scolastica. In una comunicazione rivolta alle famiglie si legge:
«A seguito del colloquio tenutosi con la Dirigente scolastica, riteniamo opportuno aggiornare tutti i genitori sulle informazioni che ci sono state comunicate e sulle iniziative intraprese. Nel corso dell’incontro la Dirigente ha riferito che la sede centrale dell’istituto resterà regolarmente aperta, in quanto non ritenuta interessata dalle problematiche segnalate nei giorni scorsi.
Per quanto riguarda invece il plesso Fiordaliso, è stato comunicato che lo stesso rimarrà aperto, con l’unica eccezione di tre aule, per le quali è stato disposto lo spostamento temporaneo delle relative classi in altri spazi dell’edificio scolastico.
La Dirigente ha inoltre dichiarato di assumersi la responsabilità della decisione di mantenere agibile il resto del plesso, ritenendo che non sussistano condizioni tali da giustificarne la chiusura o la sospensione delle attività didattiche.
Con riferimento all’odore segnalato da numerosi genitori, studenti e personale scolastico, la Dirigente ha espresso la propria valutazione secondo cui lo stesso sarebbe riconducibile alla creolina o comunque ai detergenti utilizzati per le operazioni di pulizia, escludendo allo stato ulteriori cause.
È stato inoltre precisato che l’assenza degli alunni nella giornata odierna non sarà considerata giustificata, in quanto la scuola è stata ritenuta regolarmente funzionante.
Come rappresentanza dei genitori, ritenendo comunque necessario ottenere chiarimenti puntuali e formali su quanto accaduto, abbiamo provveduto a protocollare una richiesta ufficiale di informazioni.
Nel corso dell’incontro è stato inoltre riferito che alcune finestre del plesso sono state temporaneamente bloccate, proprio al fine di evitare il ripetersi di eventuali atti teppistici o comportamenti esterni che possano arrecare ulteriori disagi alla scuola.
Al tempo stesso, riteniamo importante sottolineare che non bisogna permettere che eventuali comportamenti irresponsabili o atti vandalici finiscano per compromettere il regolare svolgimento della vita scolastica. Per questo motivo, pur continuando a chiedere trasparenza e verifiche, riteniamo altrettanto importante non arretrare e continuare a far frequentare la scuola ai nostri figli, evitando di “darla vinta” a chi sta creando questi problemi.
Continueremo naturalmente a seguire con attenzione l’evolversi della situazione, mantenendo un dialogo costante con la Dirigenza scolastica e con le istituzioni competenti, e vi terremo tempestivamente aggiornati su ogni eventuale sviluppo o comunicazione ufficiale.»
Parallelamente anche gli studenti, attraverso il rappresentante d’istituto, hanno segnalato la situazione denunciando le difficoltà riscontrate all’interno degli edifici scolastici.
“Vorrei segnalare -scrive il rappresentante d’ istituto- la situazione che stiamo vivendo da martedì: nei due plessi della scuola è presente un forte odore riconducibile a sostanze tossiche che sta rendendo gli ambienti praticamente inagibili e sta impedendo il normale svolgimento delle attività didattiche.
Nonostante la gravità della situazione, le procedure che sono state attivate finora risultano del tutto insufficienti. Nessuno degli enti competenti ha effettuato controlli concreti sull’agibilità delle strutture né sulla qualità dell’aria all’interno dell’edificio.
Inoltre, questa mattina noi studenti abbiamo trovato alcuni addetti della Città Metropolitana di Napoli che stavano addirittura sbarrando con dei chiodi tutte le finestre del piano terra.
Nel frattempo diversi ragazzi continuano ad accusare malori come già accaduto nei giorni scorsi, tanto che è stata anche chiamata un’ambulanza”
La vicenda resta dunque al centro dell’attenzione di famiglie e studenti, che chiedono verifiche approfondite e rassicurazioni sulle condizioni di sicurezza degli ambienti scolastici.
Nel frattempo i genitori hanno formalizzato una richiesta di chiarimenti alle istituzioni competenti e dichiarano di voler continuare a monitorare attentamente l’evolversi della situazione.
Intanto è iniziato il tam tam sui gruppi whatsapp degli studenti: l’ invito è quello di scioperare domani e sabato per consentire una radicale e adeguata sanificazione degli ambienti…
Disagi e lezioni sospese al Liceo scientifico e classico “E. Torricelli” di Somma Vesuviana dopo un nuovo episodio di vandalismo che ha reso l’aria irrespirabile nei locali scolastici. Per due giorni gli studenti non hanno potuto accedere agli edifici a causa del lancio di fialette maleodoranti, un gesto che si ripete ciclicamente e che ha costretto la scuola a interrompere le attività didattiche.
Secondo quanto comunicato dalla dirigente scolastica Anna Giugliano in una circolare del 4 marzo, nella notte tra il 3 e il 4 marzo si è verificato un secondo atto vandalico che ha coinvolto entrambe le sedi dell’istituto, rendendo necessaria la sospensione delle lezioni anche per la giornata del 4 marzo.
La preside ha spiegato che l’Istituto ha già presentato denuncia alle autorità competenti per entrambi gli episodi e ha disposto interventi straordinari per ripristinare la sicurezza e la salubrità degli ambienti. In particolare, è stata effettuata un’ulteriore pulizia accurata dei locali, secondo quanto previsto dal Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) della scuola.
Per prevenire nuovi episodi, la dirigenza ha inoltre deciso di attivare un servizio di sorveglianza notturna per i due plessi dell’istituto.
Le lezioni sono riprese oggi, 5 marzo, ma con un ingresso posticipato per tutte le classi alle ore 9:55, a causa di un’assemblea sindacale indetta dalla Federazione Gilda-Unams per il personale docente e ATA nelle prime ore della mattinata.
Con il ripristino delle condizioni di sicurezza e l’introduzione delle nuove misure di controllo, la scuola ha quindi comunicato la ripresa regolare delle attività didattiche.
Lunedì 9 marzo alle ore 18.30, presso la Parrocchia di San Giorgio Martire in Somma Vesuviana, sarà celebrata la Santa Messa in occasione del trigesimo di Giuliano Cefalo, un momento di raccoglimento, memoria e profondo amore condiviso con la comunità.
Giuliano non è stato soltanto una persona amata: è stato un incontro che lasciava un segno. In ogni sorriso, in ogni parola, in ogni gesto di amicizia ha saputo donare qualcosa di raro e potente: un amore forte, autentico, capace di rimanere nel cuore di chiunque lo abbia conosciuto anche solo per un istante.
Il suo ricordo oggi non è solo memoria, ma diventa forza che genera vita.
Durante la celebrazione, la sorella Bianca Cefalo darà l’annuncio ufficiale della nascita dell’associazione “Giuliano Cefalo – Il Cuore di una Tigre”, un progetto che nasce dal dolore ma che sceglie di trasformarlo in speranza e impegno concreto.
Perché il dolore, quando si trasforma, può diventare vita.
L’associazione porterà avanti un messaggio semplice e potente: l’amore di Giuliano non si ferma, continua a camminare accanto agli altri. La famiglia ha deciso infatti di destinare i proventi dell’associazione al sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare, con particolare attenzione a quelle cardiache.
È un gesto che racchiude il senso più profondo della sua eredità: il cuore di Giuliano continuerà a battere in ogni giovane che verrà aiutato, in ogni ricerca che potrà salvare una vita, in ogni speranza che nascerà da questo impegno.
Giuliano è vita.
Giuliano è amore.
Giuliano è una forza senza fine.
E quel cuore, il cuore di una tigre, continuerà a pulsare per sempre nella comunità e in tutti coloro che porteranno avanti il suo nome con lo stesso amore forte che lui ha saputo donare al mondo.
La famiglia Cefalo invita la cittadinanza e gli amici a partecipare a questo momento di preghiera e di memoria, affinché il ricordo di Giuliano diventi un segno tangibile destinato a durare nel tempo.
ACERRA – Raccontare la malattia attraverso la medicina narrativa, l’arte e la creatività dei ragazzi per sostenere gli ‘invisibili’ e dare voce a chi soffre in silenzio. E’ il senso dell’iniziativa organizzata questa mattina dall’amministrazione comunale di Acerra che ha presentato le opere degli studenti dell’Istituto Munari ospitando Lucia Marotta, presidente di A.N.I.Ma.S.S. ODV- Associazione Nazionale Italiana Malati di Sjögren. Un abito ‘blu notte’ realizzato dai ragazzi dell’indirizzo design-moda, “un omaggio alla ‘Notte Stellata’ di Van Gogh, perché nella malattia c’è la notte profonda e silenziosa, un momento di sospensione in cuoi il futuro appare incerto e il cielo dell’anima sembra farsi tormentato, proprio come quello di Saint Remy” ha spiegato la dirigente scolastica Lea Vitolo.
“Un abito che ci invita a restare in piedi, proprio come fa Lucia Marotta – sottolinea il sindaco Tito d’Errico – perché la malattia non deve mai spegnere la voglia di lottare: chi è affetto da questa patologia deve potersi curare in maniera adeguata. Una malattia di genere che non ha ancora una terapia definita, ma grazie alla ricerca scientifica ci sarà un farmaco innovativo in grado di modificare la patogenesi della malattia. Proprio per la sua particolare complessità, la Malattia di Sjögren deve essere inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza, è una questione di dignità”.
Oltre all’abito, nella Sala dei Conti del Castello è stato proiettato il fumetto animato – a cura della Sezione Architettura – con la voce e la musicalità della storia di Alice.
“Un particolare ringraziamento va al Munari – le parole dell’assessore all’Istruzione Milena Petrella – ai ragazzi diciamo di farsi portavoce di questa iniziativa per impegnarci per queste persone. Come istituzioni dobbiamo portare avanti l’impegno perche chi soffre necessita innanzitutto di rispetto”.
Per l’assessore alle Pari Opportunità Milena Tanzillo, invece, “per politiche di genere significa anche condividere stati d’animo. Una malattia silenziosa, un dolore che accompagna per intere giornate: ecco perché oltre alla riconoscenza per medici e ricercatori, occorre dare dignità e coraggio alle persone che convivono con questa patologia”.
Un carico di droga trasportato senza particolari accorgimenti, semplicemente nel bagagliaio dell’auto. È quanto hanno scoperto i carabinieri di Poggiomarino durante un controllo che ha portato all’arresto di un uomo di 42 anni.
Il protagonista della vicenda è un cittadino marocchino, già noto alle forze dell’ordine. L’uomo viaggiava a bordo di un’Alfa Romeo 159 quando è stato fermato dai militari impegnati in un’attività di controllo del territorio.
Durante la perquisizione dell’auto i carabinieri hanno scoperto che nel portabagagli era custodito un vero e proprio carico di stupefacenti. Nel cofano posteriore erano infatti presenti 27 chilogrammi di hashish, appoggiati direttamente sul pianale del bagagliaio.
La droga non era nascosta in vani segreti né occultata con particolari sistemi. L’hashish era semplicemente poggiato nel cofano e il suo caratteristico odore pungente ha contribuito a insospettire i militari durante il controllo.
Oltre all’hashish, nel corso delle verifiche i carabinieri hanno rinvenuto anche 327 grammi di cocaina pura. Si tratta di una sostanza che, secondo quanto ipotizzato dagli investigatori, sarebbe stata destinata al taglio e alla successiva suddivisione in dosi per lo spaccio.
Il quantitativo sequestrato avrebbe potuto fruttare migliaia di euro una volta immesso sul mercato illegale.
Per il 42enne sono quindi scattate le manette. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio.
Dopo le formalità di rito è stato condotto in carcere, dove rimane a disposizione dell’autorità giudiziaria.
L’operazione dei carabinieri rappresenta un ulteriore colpo alle reti di traffico e distribuzione di droga nell’area vesuviana, dove proseguono senza sosta i controlli delle forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dello spaccio.
Riceviamo dal signor Felice Romano e pubblichiamo
“Ci sono emergenze che non possono essere rinviate, né giustificate da difficoltà amministrative o da fasi di incertezza politica. La tutela dell’ambiente e della salute pubblica è una priorità assoluta, e quanto sta accadendo nell’area di Via Bosco Gaudio a Piazzolla ne è una prova evidente e allarmante.
Il degrado dell’area cresce a dismisura, trasformando quello che un tempo era un vero e proprio polmone verde della frazione in una discarica abusiva a cielo aperto, con evidenti illeciti ambientali. La denuncia arriva dai cittadini e dagli utenti della strada, costretti in più punti a manovre pericolose: in alcune zone, infatti, non è nemmeno possibile transitare con l’automobile, se non scantonando oltre il ciglio della carreggiata.
Le immagini raccolte costituiscono una testimonianza eloquente dello stato di abbandono in cui versa l’area e rafforzano l’appello a una maggiore coscienza civica, rivolto sia ai cittadini di Piazzolla sia alle autorità preposte alla tutela dell’ambiente e al rispetto delle norme vigenti. È bene ricordare che l’abbandono incontrollato di rifiuti in aree agricole costituisce un reato, disciplinato dal Decreto Legislativo 152/2006 (Testo Unico Ambientale) e, in particolare, dall’articolo 192, che vieta lo sversamento illecito e prevede sanzioni anche molto severe.
“Quell’area di campagna non è una discarica. È tempo che le istituzioni agiscano”: è questo il grido che si leva da una comunità sempre più preoccupata. Una crisi ambientale che non conosce precedenti nella zona e che ha attirato l’attenzione di numerosi cittadini e dell’unica testata giornalistica locale, con l’obiettivo di portare la questione fino alle aule consiliari, affinché si arrivi finalmente a una soluzione concreta di un problema ormai annoso.
Via Bosco Gaudio, un tempo nota per i vigneti più belli alle falde del Monte Somma e per le campagne fertili e produttive, oggi appare come una landa avvelenata, un territorio desolato dove vengono scaricati rifiuti di ogni genere: plastica, imballaggi agricoli, elettrodomestici dismessi, materiali pericolosi e persino eternit. Una situazione che rappresenta un grave pericolo per l’ambiente e per la salute pubblica, con il rischio concreto di contaminazione del suolo e delle falde acquifere, danni alla fauna e un pesante impatto paesaggistico.
La responsabilità è certamente di chi compie questi gesti incivili, ma anche delle istituzioni, chiamate a garantire un controllo più efficace del territorio e a comminare sanzioni adeguate contro chi smaltisce rifiuti illegalmente. Le conseguenze non sono solo ambientali, ma anche economiche e legali: i costi di bonifica ricadono sulla collettività, mentre il danno d’immagine colpisce duramente l’agricoltura locale. Le sanzioni previste dalla normativa possono arrivare fino a 18.000 euro, oltre alle responsabilità penali nei casi più gravi.
Per sollecitare un intervento immediato, è stata inviata una lettera al Sindaco di Nola, (Prot. 78918 del 22/11/2025) cui spetta la vigilanza dell’area per competenza territoriale, chiedendo la rimozione dei rifiuti e un rafforzamento dei controlli per evitare il ripetersi di simili scempi ambientali. Ad oggi, tuttavia, non è pervenuta alcuna risposta da parte dell’amministrazione comunale.
I cittadini di Piazzolla hanno fatto la loro parte: hanno segnalato, documentato, denunciato. Hanno scritto al Sindaco chiedendo un intervento immediato. A quella richiesta, però, non è ancora seguita una risposta concreta. Un silenzio che pesa, soprattutto mentre il degrado continua a crescere giorno dopo giorno.
È vero: il Comune di Nola attraversa una fase complessa, segnata da difficoltà politiche e amministrative che rallentano decisioni e interventi. Ma proprio in questi momenti la presenza delle istituzioni sul territorio dovrebbe essere più visibile, più determinata e più vicina ai cittadini, perché l’emergenza ambientale non conosce sospensioni né attende equilibri politici da ricostruire.
Un segnale di attenzione è invece arrivato dal Consigliere comunale Raffaele Giugliano, che si è mostrato sensibile alle istanze dei cittadini di Piazzolla, impegnandosi a presentare un’interrogazione al Sindaco di Nola nel prossimo Consiglio comunale. L’obiettivo è duplice: ottenere la rimozione immediata dei rifiuti accumulati e individuare quei correttivi sociali e organizzativi necessari a prevenire nuovi abbandoni.
La tenacia dimostrata dal Consigliere Giugliano rappresenta oggi un punto di riferimento concreto per una comunità che chiede ascolto. Non si tratta solo di rimuovere rifiuti — operazione urgente e non più rinviabile — ma di avviare un cambio di passo nella gestione del territorio: controlli, sanzioni per chi inquina, strumenti che aiutino cittadini e agricoltori a smaltire correttamente i rifiuti, educazione ambientale e prevenzione.
Tra le proposte avanzate figurano l’istituzione di aree di raccolta dedicate, incentivi per lo smaltimento corretto dei rifiuti e programmi di educazione ambientale, a partire dalle scuole. Perché proteggere i nostri campi significa, oggi più che mai, proteggere il nostro futuro.
Via Bosco Gaudio non può restare il simbolo di un territorio lasciato a sé stesso, né la vittima collaterale di una fase politica difficile. La politica locale ha il dovere di dimostrare che, anche nelle difficoltà, l’interesse pubblico viene prima di tutto.
Su questo terreno, oggi più che mai, servono fatti. Non domani. Ora.
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