I valori simbolici della “carcioffola”: la pazienza, la conoscenza di sé, e dunque la consapevolezza dei propri peccati, l’eros. Questi simboli spiegano, in un modo o nell’altro, perché l’8 maggio, sacro al patrono San Michele, gli Ottavianesi mangiano “carcioffole arrustute”. Il complesso significato di “’nziriuso”. Perché l’articolo è corredato da un’opera del Maestro Ciro Giaquinto.
….Dunque, gli Ottavianesi rispettosi delle tradizioni l’8 maggio, giorno sacro a San Michele, loro patrono, mettono in tavola pasta e piselli e “carcioffole arrustute”. La ragione può essere semplice e lineare: piselli e “carcioffole” sono prodotti di stagione, e, oggi si direbbe, a chilometro zero: i piselli, nel territorio, si coltivano anche oggi, e “’e carcioffole” venivano coltivate ancora nella prima metà del ‘900 tra Sant’ Anastasia e Pollena. I venditori di “carcioffole arrustute”, con le loro “furnacelle” piazzate in luoghi strategici e annunciate dal fumo e dall’odore aggressivo, fanno parte del paesaggio vesuviano e ricordano un costume che recente non è. Ma la storia del cibo non si accontenta di spiegazioni troppo semplici. La struttura particolare del carciofo conferisce al campo dei suoi valori simbolici una complicata ampiezza che i Greci cercarono di riassumere nel mito di Cynara, la ninfa bellissima, che Zeus corteggiava. Ma lei, capricciosa, gli diceva sempre di no, finché un giorno il re degli dei si scocciò e la trasformò in un ortaggio dalla forma strana: un “volume” di foglie dure e spinose, che però proteggevano un cuore delicato e tenero. Questo ortaggio Zeus lo battezzò, in greco, con il nome della ragazza, “kynara”, che i Latini trascrissero fedelmente, mentre la parola italiana “carciofo” deriva dall’arabo. Dicevano gli antichi che chi sogna “’ a carcioffola” è preoccupato per l’esito di un’attività in cui è impegnato, ma nello stesso tempo ha fiducia nell’ esito positivo, ha la fondata speranza di raggiungere tutti gli obiettivi indicati dal progetto: dietro le foglie dure, dietro la barriera delle spine, scriveva Neruda in una poesia dedicata all’ortaggio, sta il cuore tenero e saporoso.
Il carciofo è simbolo della conoscenza: della conoscenza degli altri e della conoscenza di sé: la verità- il cuore tenero-la scopre solo chi accetta di sopportare l’”ammaruosteco” delle foglie e la trafittura delle spine. Ma chi non conosce sé stesso non può acquistare la consapevolezza dei propri peccati, non può salvarsi dalle fiamme dell’Inferno: l’iconografia teologica spesso indica il cardo e il carciofo come simboli del peccato originale e della Passione di Cristo. Forse proprio il simbolo della conoscenza e del pentimento spiega perché il giorno di San Michele gli Ottavianesi mangiano “’a carcioffola arrustuta”.
Il carciofo rappresenta anche, per motivi evidenti, la pazienza: diceva Cavour – il concetto è attribuito anche ad altri politici – che l’Italia non può essere conquistata in un sol colpo, ma bisogna mangiarla come un carciofo, una foglia alla volta. Nel 1893 Eduardo Di Capua musicò uno “scherzo” di Di Giacomo, “Carcioffolà”: una ragazza scarta, come se fossero le foglie dure di un carciofo, tutti i mariti che la madre le propone: scarta il pompiere, e giustamente, perché egli il fuoco è abituato a spegnerlo, non ad accenderlo, e scarta il campanaro, perché si alza all’alba e lascia la sposa, sola, nel letto freddo. Lo “scherzo” di Di Giacomo ci ricorda che già gli antichi attribuivano all’ortaggio un potere afrodisiaco e che in lingua italiana “carciofo” indica anche l’organo sessuale maschile, mentre in lingua napoletana il nome diventa femminile,”’ a carcioffola”, e indica l’organo sessuale della donna. In verità, nella lingua vesuviana c’è anche la variante maschile “’ o carciuoffolo”, che è un sinonimo di “vruoccolo”, e indica lo stupido. Ogni lingua ha le sue stranezze. San Michele è anche il Patrono dell’agricoltura, maggio è il mese in cui la Natura risveglia gli umori fecondi, e dunque i piselli e le “carcioffole” degli Ottavianesi sono anche un omaggio alla fertilità della terra, degli uomini e delle donne.
Il sapore delle “carcioffole arrustute” mi piace definirlo “’nziriuso” e arricciato. Arricciato, perché quel tono amaro lo percorre tutto, dalle foglie al cuore, senza tregua, pur variando l’intensità: è un tono caparbio, come devono essere la pazienza, la ricerca della conoscenza, e la seduzione. In lingua napoletana “’nziriuso” non significa solo “capriccioso”, significa anche “ caparbio, ostinato”. In questo senso “’nziriosa” è la penna di Ciro Giaquinto, notevole artista ottavianese, che “tormenta” il colore con la calcolata tensione dei fasci di linee, e crea, con questa tecnica, un suggestivo contrasto tra la quiete e il moto, tra la luce e l’ombra, tra il presente immediato dello sguardo e il fascino del ricordo. I suoi disegni, che corredano l’articolo, sono un omaggio al Patrono di Ottaviano, e, nello stesso tempo, uno splendido documento di arte “’nziriosa”: di arte ispirata, rigorosamente sicura di sé, e perciò anche un poco capricciosa.



