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“Forza maggiore”, l’esplosiva commedia noir di Ruben Östlund

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“Forza maggiore” è la storia, analizzata con l’occhio attento e preciso di Östlund, di una famiglia che implode in modo spettacolare, rendendosi consapevole della propria insicurezza e imparando a convivere con essa.

Con una forza impetuosa e travolgente  il regista svedese Ruben Östlund (giunto ormai al suo quarto lungometraggio) in “Forza Maggiore” esplora la realtà di una normalissima famiglia borghese che lentamente si squarcia, rivelando, dietro la sua apparente stabilità, un edificio fatiscente e pieno di crepe. Il regista prende nota in maniera brillante e divertente del lento e feroce declino del mondo borghese che ancora si compiace di sé stesso. Il film  ridicolizza gli stereotipi di genere e stravolge le sicurezze di una struttura sociale ipocrita e inesorabilmente fragile: è lo stesso tema dei film  del regista tedesco Michael Haneke.

Al centro di “Forza Maggiore” vi è la storia di una famiglia svedese che viaggia per le Alpi francesi per godersi qualche giorno di sci e trascorrere del tempo prezioso l’uno con l’altro. Il sole splende e le piste sono spettacolari, ma, nel corso di un pranzo in un ristorante di montagna, una valanga capovolge ogni cosa. Con commensali in fuga in tutte le direzioni, la madre Ebba (Lisa Loven Kongsli) reclama invano l’aiuto del marito Tomas (Johannes Bah Kuhnke) mentre cerca di proteggere i loro figli. Tomas, invece, sta correndo via per mettere in salvo la sua vita.  Ritornata la calma, l’uomo ritorna a tavola dai familiari, cerca di riavviare il flusso normale della vita con una risata imbarazzata, si comporta come se nessuno avesse notato che lui era scappato via, e a nessuno egli dovesse spiegare perché aveva pensato solo a sé stesso. E così, mentre il mondo circostante ritorna alla sua placida normalità, la famiglia di Tomas appare visibilmente scossa nelle sue certezze. Un punto interrogativo incombe sulla loro tranquillità borghese e sulla figura del padre in particolare.  Il matrimonio di Tomas e Ebba, da questo momento, è pericolosamente in bilico e Tomas non può far altro che tentare disperatamente di recuperare il suo ruolo di solido patriarca della famiglia e la fiducia di sua moglie.

Nei momenti di più acuta disperazione, a cui il regista riserva una durata assai breve ma un ritmo intensissimo, Ebba, Tomas e i bambini  piangono e si struggono. Nell’ atmosfera dell’albergo in cui si svolge la storia aleggia  il sentire mistico e profondo dei popoli nordici e si percepiscono gli influssi delle atmosfere di Bergman e di Conrad:  ben presto il super-chalet di pino temperato diviene la cassa di risonanza di un’angoscia assurda e dolorosa. Ebba mette in discussione la mascolinità di Tomas, Tomas si ostina a rifugiarsi in una teca di omertà e lacrime, i loro alti e bassi emotivi vengono analizzati con ostinata perfezione dal regista, che contrappone il loro dissidio alla calma piatta del meraviglioso paesaggio innevato che li circonda. Östlund analizza ogni sfogo emotivo e ogni riflessione con imparzialità, così tutti sembrano meritevoli di simpatia, e lo spettatore riesce a sentirsi vicino a  ciascuno dei principali personaggi, intrappolati in un universo claustrofobico dove tutte le strade portano al panico e alla delusione. Oltre ad Ebba, Tomas e ai loro figli, vi sono personaggi secondari, come la coppia di amici (lui divorziato e con figli, lei giovane e fatua), la cui presenza in scena sembra unicamente volta a ridicolizzare ancor di più i valori della classe borghese contemporanea.

“Forza maggiore” sembra un film progettato per “buttare” lo spettatore  in una prospettiva squilibrata: il finale inquietante, per esempio, ha senso solo se visto come uno dei sogni del personaggio. Östlund, il suo cast superbo e le sue inquadrature millimetrali, hanno fatto un film strano e nel contempo avvincente, in cui l’isteria e i comportamenti paradossali dei personaggi sono volti, probabilmente,  a dimostrare che nei momenti di pericolo le persone, sia che pensino solo a proteggere i propri cari, sia che si preoccupino solo  di salvare sé stessi,  perdono il controllo della ragione e il senso dei valori morali.

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