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Eruzione 1872

Francesco Mastriani alla fine del 1872 pubblicò una notevole memoria sull’eruzione del  26 aprile. L’incipit della cronaca non poteva essere più mastrianesco: la catastrofe smuo­veva con la furia delle lave e delle “bombe” la “monotona bonaccia dell’orizzon­te politico”, che isterilisce slanci del cuore e affetti, e invigoriva lo spirito della Nazione, così che grazie al Vesuvio gli Italiani potevano dimostrare all’ invido straniero” che il cuore del popolo nostro batteva “unisono” il ritmo della solidale concordia. Subito dopo si arroventa il furore immaginativo dello scrittore, e pare, nei suoi impeti ,ora ossessivi, ora smorzati, un modello di quel furore naturale che intende rappresentare. Il Vesuvio, “curiosità napoletana” insieme con Pompei e il San Carlino, è “una vecchia fucina infernale”, un “mostro dell’inferno” eruttato dallo sto­maco della natura, che sa fingere il sorriso, che si diverte a fumare e a cicisbeare con Napoli che gli siede in grembo, che gioca sornione con le vispe creature, Ercolano, Portici, Resina, appese ai suoi fianchi e intente a bamboleggiare. Il Vesuvio del 79 d.C. è un allocco che ha soffocato quelle vispe creature nei suoi  bituminosi amplessi. Il Vesuvio distrugge il tempo, ne condensa la durata vertiginosa in un punto immobile, eterno, nero: per cui i 18 secoli intercorsi tra il 79 d.C. e il 1872 sono il niente dell’ombra di una nube, del  volo di un augello, del  fiato dell’aura, e pare che i pompeiani siano fuggiti dalle rovine del foro e dal cupo silenzio delle case diroccate non allora, ma ora. Il furor metaforico esplode in una grandinata di immagini: le eruzioni del Vesuvio sono coliche, isterismi, furiosi deliri, sono un vescicatorio, che ci brucia il braccio, ma ci salva da un colpo apoplettico, da un eccesso epilettico, da un tifo mortale, sono un beneficio per i pittori e i sediarii che affittano  sedie a chi vuole godersi lo spetta­colo, per i calessieri e i ciceroni, sono un mero sollazzo di tutti gli sfaccen­dati d’Europa. Il Vesuvio è un vecchio atrabiliare che si sbizzisce col mostrare di giorno il pennacchio bianco e di sera  i suoi denti di melograno, è un pirotecnico che spara in aria  folgori pazze  e  salterelli  grandi come una cupola, è una cucina crepitante di bollori e di sfrigolii, è l’Ignoto, la Morte, il Destino. E’ la motrice di un treno: e Napoli è il convoglio.

Cinque anni dopo Renato Fucini così scriveva: Togliete a Napoli il Vesuvio, e la voce incantata della sirena avrà perduto per voi le sue più dolci armonie. Nelle notti stellate, quando la bruna verruca manda i suoi sospiri di fuoco a riflettersi in una lucida striscia sul mare silenzioso; nei giorni sereni, allorché gli ultimi ciuffi della sua chioma sparpagliati al vento si stendono come un vello diafano fra i dardi del sole ed il profumo dei colli di Sorrento, piovono sui vostri sensi onde così sature di altissima poesia, che, ammaliato davanti al sublime spettacolo, l’animo vostro a poco a poco si confonde, e va a per­dersi in un mare di ineffabile malinconia. Il fascino di questo abbrustolito Prometo, che avviva con la sua anima di fuoco tutte le membra della bellissima sfinge posata voluttuosamente ai suoi piedi, è qualche cosa di strano, qualche cosa di irresistibile… Il Vesuvio è il cuore, è l’anima, è il sunto di tutti gli splendori del Golfo; è il rubino gigantesco che sta come il fermaglio in questa collana di perle composta nel cielo, forse per adornare il seno di Venere, e smarrita tra le alghe dal Genio della spensieratezza…  è il  gran delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello. L’Arcangelo Michele è un poli­ziotto volgare; Lucifero è un eroe.

Il 19 Novembre 1872 il canonico Raffaele Longo scrive, su carta intestata della Diocesi di Nola, una lunga lettera  a Girolamo Milone, direttore del periodico La libertà cattolica:… Nell’ultima Eruzione Vesuviana, circa le due del pomeriggio del 26 aprile 1872, mentre la incendiosa lava del cratere terribile, che vomitava fumo, lapillo, cenere soffocante, gettava nella costernazione tante famiglie e quasi rendeva desolate le circostanti campagne, qui in Nola accadde un fatto straordinario sul quale ho serbato un prudente silenzio finché non fosse pronunziata la sentenza della competente autorità ecclesiastica. Una fanciulla di umili condizioni, e che da pochi mesi era uscita dal sessennio, mentre soletta trastullava dentro il cancello che circonda la Statua in marmo di S. Felice Vescovo e Martire, sita nell’Emiciclo orientale, nel largo della Stazione ferroviaria di Nola, vide muoversi la Statua suddetta, e temendo le fosse caduta addosso fortemente sbigottita gridò chiamando sua Madre che poco lungi da lei attendeva al lavoro delle funi. A quelle grida corse molta gente, che nulla vide del muoversi della Statua suddetta, tutti però l’osservarono col volto diretto non più come prima, verso l’occidente della città, sebbene con la faccia verso il mezzogiorno direttamente alla bocca principale del Vesuvio. Quando accadde il fatto, il cielo era bello e sereno, né vi erano nubi per l’aria, eccetto un pino di cenere e fumo, che sollevato dal monte terribile pendeva in aria quasi sulla  Città…

Il Vescovo di Nola, Giuseppe Formisano, aprì, sul miracolo, un regolare processo canonico, che durò circa sei mesi. Vennero discusse le perizie di artisti statuari, di architetti e di periti muratori, e vennero esaminate le dichiarazioni di un grandissimo numero di testimoni, sotto ogni riguardo autorevoli: Avvocati, Artisti, Pittori, Impiegati e Proprietari e conoscitori del luogo e della Statua. Si giunse, infine, al felice risultato: il contorcimento della statua constava dalle ginocchia in su, restando fermi e immobili, e nella loro antica posizione, i piedi, lo zoccolo e la base sottoposta, in cui non si osserva né frattura, né smossa di terreno, né alcuna sgretolatura: il fatto poi è sensibile e permanente.

Il Direttore del Pungolo  raccontando la storia in un articolo del 27 novembre, intitolato Un miracolo a noi vicino,  si divertì a fare da avvocato del diavolo sui punti oscuri della vicenda. Il portavoce della Curia nolana non gradì, ovviamente: riconobbe al giornalista miscredente il diritto di sentire in materia di religione come a Lui meglio pareva e piaceva, ma gli ricordò che ne avrebbe dovuto dar conto a Dio. E’ lecito sperare che Dio abbia perdonato tutti quelli che meritavano di essere perdonati.  

 

 

 

 

 

 

 

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