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Diventano sempre più gravi le condizioni in cui versa la Chiesa di Santa Maria della Consolazione, devastata dai continui crolli e da infiltrazioni d’acqua.

Pochi giorni fa l’ennesimo crollo all’interno della Chiesa di Santa Maria della Consolazione, il complesso che troneggia al centro di una vasta area denominata S. Agostino, dall’antico convento dei monaci eremitani agostiniani scalzi.

Sul lato destro dell’atrio, infatti, sono rovinosamente venuti giù pezzi di calcinacci. Ma non è tutto. I problemi riguardano anche gli interni, messi sotto assedio da continue infiltrazioni d’acqua dovute al tetto sventrato che rendono problematiche le funzioni religiose e rovinano le opere d’arte di cui è ricca la chiesa.

Le pessime condizioni in cui versa il vecchio convento agostiniano che, solo due anni fa ha festeggiato i quattrocento anni, travalicano però i confini della fede. Si tratta, certamente, di una delle più interessanti chiese a livello artistico di tutto l’arco vesuviano. A sinistra dell’ingresso vi è un’epigrafe in latino in cui si dice che, nel 1613, il conte Scipione de Curtis donò agli agostiniani un vasto podere che si estendeva fino al mare. L’epigrafe è forse anche la più antica testimonianza scritta sulle bellezze naturali di Resina: si accenna al litorale, alla salubrità del clima, al fascino dei giardini, delle sorgenti e dei boschi.

Di grande interesse è anche il cimitero della chiesa; in archivio è conservato il registro manoscritto dei religiosi e laici sepolti dal 1629 al 1813 in cui è annotata anche la sepoltura di donna Anna Carafa, principessa di Stigliano morta nel 1644. Insomma un vero e proprio tesoro abbandonato a sé stesso che potrebbe, invece, destare l’interesse di cultori ed appassionati d’arte. Ed è proprio su questo aspetto che la comunità guidata dal parroco don Marco Ricci, intende puntare.

Per ovviare ai problemi strutturali della chiesa, occorrerebbe una sinergia tra il pubblico e privato che miri proprio alla riscoperta di un patrimonio nel cuore della città degli scavi. Sulla base di queste considerazioni, la comunità tutta intende appellarsi a David W. Packard, figlio del magnate americano proprietario del colosso informatico HP che, nel 2001 decise di interessarsi proprio di Ercolano attraverso la sua fondazione. E così, proprio grazie ad una partnership tra pubblico e privato, in dodici anni la fondazione senza scopo di lucro “Packard humanities institute” ha investito oltre 20 milioni di euro nell’area archeologica campana in un progetto a lungo termine, che portasse i maggiori benefici nel giro di decenni. Parola d’ordine dunque è rallentare e allontanare il degrado con la continuità dell’azione.

E forse avrebbe bisogno proprio di questo la chiesa di S. Agostino. Una chiesa che era frequentata dall’aristocrazia napoletana che dimorava o villeggiava a Resina e a Portici e che era nota come chiesa dei signori. Ora sarebbe il caso che proprio un “signore” se ne occupasse, visto che la comunità non è in grado di fronteggiare le spese e che il pubblico non intende prendersi l’onere e l’onore di intervenire su uno dei tanti gioielli del Miglio d’Oro caduto in disgrazia.

Infine la comunità di S. Agostino, vive nel territorio significative dinamiche di coinvolgimento, recupero, riscatto di ragazzi, giovani e famiglie dal degrado e dalla pervasività della malavita. Salvare il tempio fatto di pietra dal degrado è contribuire anche alla trasformazione di quello spirituale, fatto di persone da liberare dai mali e dalla sottocultura dell’abbandono, della rassegnazione e del vittimismo.

(Fonte foto: Rete internet)