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Diceva Francesco D’Ascoli che certi pensieri un napoletano li può esprimere solo nella sua lingua: altrimenti, “fa acqua ‘a pippa”……

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E’ difficile trovare nel lessico dell’Italiano dei termini che esprimano tutti i “significati” e tutti i valori di molte parole della lingua napoletana: su questo patrimonio hanno costruito la loro fama Di Giacomo, Viviani, Eduardo e i Maestri della canzone. Secondo Francesco D’Ascoli, che fu uno studioso profondo della civiltà napoletana, il fascino della lingua di Partenope sta anche nella capacità di trasformare immediatamente il concetto in immagine: è una lingua “icastica e figurativa”, una lingua “pittorica”.

 

Nel 1999 Francesco D’Ascoli pubblicò con “Adriano Gallina Editori” un libretto che qualcuno ha definito di “oro antico”, per dire che occupa un posto particolare tra i libri dello studioso, che sono tutti d’oro.  Il libretto è un’antologia di “locuzioni tipiche” della lingua nostra, che egli intitolò “La Filosofia popolare napoletana” e presentò come suo contributo alla soluzione di un problema con cui ogni napoletano è chiamato a confrontarsi almeno una volta al giorno: quando, avvertendo l’urgenza di esprimere chiaramente e con pienezza il suo pensiero e il suo giudizio su fatti e personaggi del mondo quotidiano, trova le parole che gli servono non nella lingua italiana, ma in quella materna, la lingua di Napoli. Per esempio, quando incontri un babbeo – e oggi può capitare frequentemente – come fai a dirgli, in modo rapido, definitivo e inequivocabile, che è un babbeo? Gli dici, accompagnando la frase con un gesto: maccarone, sàutame ‘ncanna: maccherone, saltami in gola. Il babbeo non riesce nemmeno a portare alla bocca una forchettata di pasta, e perciò invita i maccheroni a saltargli in gola: inoltre non sa, il babbeo, che mentre il maccherone plana in aria per saltare nella sua gola spalancata, una forchetta pirata può infilzarlo e portarlo verso la bocca di un furbacchione in agguato. L’espressione venne usata dal Cortese, in una lettera che commentava  “La Vajasseide”, ed ebbe la scorta di una decina di termini che ne riassumevano il significato, e tra questi, scolavallene, ‘nzallanuto, pacchiano, cuopp’allesse, e, a un gradino più basso, scampolo d’allesse.

Uno punta danaro, prestigio e il suo futuro sulla partecipazione a una società commerciale, a un’impresa, a un’amministrazione comunale, al governo della Nazione, Capita che la società, l’impresa, l’amministrazione e il governo vengano travolti dal fallimento: i soci astuti riescono a salvare qualcosa, ma i babbei se ne escono cu na mano ‘nnanze e una arreto, con una mano sul davanti e una sul didietro. E cioè nudi, come le antiche statue di donne nude che, pudiche, coprivano con le mani le parti delicate. Per dire che la miseria e i fallimento dilagano, i napoletani e i vesuviani usano una enigmatica espressione: fa   acqua ‘a pippa. Che è, questa “pippa”, non la pipa dei fumatori, ma la “pipa” spagnola, una “botte di forma bislunga” adatta a contenere liquori e vini: quando da queste botti usciva solo acqua, era il segno evidente della miseria che attanagliava il proprietario. Grazie al gioco dei traslati, il detto passò a indicare il comportamento di quei personaggi, politici, imprenditori, proprietari di squadre di calcio che si presentano promettendo al popolo che grazie a loro si nutriranno con vini, spumanti, arrosti, torte, successi, lauti stipendi: ma poi promesse e illusioni “sfiatano”, si intrecciano incapacità e fallimenti,  e “fa acqua ‘a pippa”, solo acqua. Questi venditori di fumo, di solo fumo, i napoletani li bollano ricorrendo anche all’immagine della pipa nostra, quella dei fumatori: “ si’ ‘na pippa appilata”, sei una pipa che non serve a niente, non riesci più nemmeno a fare fumo, a ingannare gli altri con le chiacchiere e con le false promesse. E tuttavia talvolta anche gli intelligenti si lasciano vincere dalle chiacchiere degli imbroglioni, perfino dalle mezze calzette dell’imbroglio: “’o scemo s’è fumato ‘o dderitto.”.

A quelli che vedono i loro beni consumati, giorno dopo giorno, dalla crisi si addice un detto poco noto, ma carico di storia: i’ arreto comm’’o funaro, andare all’indietro come “’o funaro”, il cordaio, che intrecciava funi, corde e spago con la canapa: quella campana era considerata tra le migliori al mondo. I “funari” di Napoli, di Terra di Lavoro, del Pianillo di Ottajano, per intrecciare convenientemente i fili tessili lavoravano in piedi, sempre in spazi aperti, perché nell’intrecciare la fune che si allungava essi dovevano camminare a ritroso. E dunque il loro movimento divenne, in modo improprio, l’immagine di un lavoro improduttivo, di un’attività che perde senza sosta clienti e consuma il danaro di chi la gestisce. Perché “ nun sempe s’adda credere a chello che se vede”. E tuttavia quello che si vede, l’apparenza, ha una sua realtà, che le parole non possono nascondere: “Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono, ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro, chillo, o fatto, è niro, niro, niro, niro comm’a che!.”

I  Napoletani sanno essere, secondo le necessità della vita e della storia, sia filosofi razionalisti che filosofi empiristi: ‘addò’ ‘o vvuò’, ‘a llà t’’o ttaglio: sono pronto ad adeguarmi alle tue richieste, ai tuoi desideri. Lo dice il macellaio alla signora che chiede fettine “da questo lato qui”, e non da “quello”. Lo dice, sarcasticamente, il “guappo” a qualcuno che vorrebbe dire di no ai suoi ordini, ma non è sicuro di sé: scegli tu, gli dice il “guappo”, la mia reazione dipende da ciò che decidi di fare, e sarà comunque una reazione brutta, per te: ma la colpa sarà solo tua. L’altro capisce, e si arrende: “sempre pronto all’obbedienza”.

Tanto, cchiù nera d’’a mezanotte nun po’ venì’…già sto in mezzo a un mare di guai: uno in più non porta nuovi problemi. E’ questa “sentenza” il cardine del fatalismo napoletano.