Capita da sempre che un personaggio considerato da tutti geniale, chiamato a governare la cosa pubblica, deluda le aspettative e venga condannato anche dai suoi amici. Tra i tre triumviri, Cesare, Pompeo e Crasso, che presero il potere a Roma nel 60 a.C. Cicerone riservava la sua ammirazione a Pompeo. Ma si accorse subito della mediocrità maligna del suo amico, e “dipinge” questa mediocrità con suo magnifico stile che trasforma le parole in immagini e in tocchi di pennello. Correda l’articolo l’affresco di Cesare Maccari “Cicerone accusa Catilina in Senato” (cm.400 x900, dipinto nel 1880).
All’improvviso Pompeo appare così insignificante da non suggerire a Cicerone un’immagine definitiva, la forma sintetica della propria nullità: l’oratore non dimentica del tutto l’amicizia, anche se si accorge che l’amico è invidioso di lui. Pompeo non evoca parole icastiche, ma solo biliosi giri di frase. Pompeo, a chiacchiere, rispetta Cicerone: me diligit, amplectitur, amat, laudat: ma in realtà invidet, non mi può vedere. Non a caso Cicerone sceglie questo verbo: l’“invidia” è un’ostilità che presuppone nell’invidioso la coscienza del suo essere inferiore all’invidiato. E l’inconsistenza del carattere di Pompeo è tale che egli vorrebbe nascondere questo disturbo della sua “vista”, ma non sa che un disturbo che si vede a occhio nudo, perspicuum est: invidia perspicua est: è un sottile gioco di parole, condotto sulla base di una figura, l’antitesi, che Cicerone usa magistralmente. La nullità di Pompeo è un cumulo di nullità disposte a scala: nihil simplex, nihil en tois politikois illustre, nihil honestum, nihil forte, nihil liberum. Questa somma di mediocrità è lo stesso Pompeo di cui Cicerone si dichiara ancora amico: ma anche in questo caso l’incoerenza ha una sua logica. Questa “mezza calzetta” piace a Cicerone: egli è un “margutte”, un gigante restato nano, che cerca l’autore che lo allunghi un poco, e Cicerone crede di poter essere questo autore, ed è convinto che Pompeo sa che solo Cicerone può esserlo. E perciò Cicerone fa il proprio gioco: lo deprime, lo smonta, lo umilia, lo disegna sempre in bilico, incerto, impotente, perché si sappia che solo lui gli potrà fornire il filo perché non si sperda nel labirinto e trovi la porta verso il sole. Così scrive ad Attico il 25 luglio del 59, poche ore dopo che il console Bibulo ha rinviato i comizi elettorali dimostrando platealmente che l’arroganza dei triumviri, esacerbata dai fischi della massa, sibilis vulgi, e dai mormorii ostili dell’intera Italia, vuole lo scontro: e Pompeo non sa che fare: questo nostro amico, insolens infamiae, non abituato al disprezzo del popolo, semper in laude versatus, abituato da sempre a muoversi tra folle plaudenti, circumfluens gloria, sempre avvolto in un alone di gloria, deformatus corpore, fractus animo quo se conferat nescit, ora non sa dove sbattere la testa, ed è rotto dentro, e si è accasciato. Non ho saputo trattenere le lacrime quando l’ho visto parlare al popolo sugli editti di Bibulo. Lui che in quel luogo, in altri, tempi era solito fare sfoggio di tutta la sua magnificenza, in mezzo al favore e all’amore del popolo, come teneva gli occhi bassi, oggi, e come stava abbattuto, e come dispiaceva a sé stesso, e non solo a coloro che si trovavano lì. Stava tra le stelle e ora si trovava in una fogna: Cicerone gli concedeva – ma era un’attenuante più maligna di un’aggravante – gli concedeva la scusa dell’errore: non vi è caduto per sua libera scelta, vi è scivolato dentro, e se ne è accorto solo quando si è trovato giù. E’ come se Apelle avesse visto la sua Venere, o Protogene il suo famoso Ialiso, imbrattati di sudiciume. Penso che ne avrebbero sofferto molto: e così io ho visto, con molta amarezza, deformarsi all’improvviso l’immagine di quest’uomo che era stata da me dipinta e rifinita con tutti i colori dell’ arte. Nonostante tutto, dice Cicerone, il mio amore per lui è così grande che non c’è oltraggio che possa cancellarlo. In quel momento, l’artista e autore Cicerone metteva da parte il risentimento e riapriva la strada dell’amore: la sua creatura aveva bisogno del suo Apelle: senza i “ colori ” dell’artista vir tam vehemens tamque acer in ferro et tam insuetus contumeliae, quest’uomo così incapace di controllare i suoi sentimenti, così energico nell’usare le armi, così poco abituato all’oltraggio, non avrebbe saputo frenare la sua ira. Ma Pompeo è un uomo finito: anche la terza moglie lo ha tradito. E con chi, poi… Pompeo il conquistatore dell’Oriente, il vincitore di Mitridate, il novello Alessandro, torna in Italia, onusto di corone e di bottino, nel dicembre del ’62. E prima ancora che la flotta entri nel porto di Brindisi, arriva a Pompeo la notizia che la moglie Mucia, in sua assenza, se l’è spassata con un drappello di amanti, tra cui c’è anche Cesare. Non si sa come Pompeo prenda la cosa. Secondo Svetonio ( Caes. 50, 1), egli si aggrappa alla cultura: gemendo, gemens, fa ricadere ogni colpa sulla testa di Cesare bollandone l’infamia col dotto soprannome di Egisto. Ma secondo lo storico Carcopino, Pompeo, il conquistatore dell’Oriente si comporta da vero romano, senza banali sentimentalismi: immediatamente spedisce alla moglie infedele una lettera di ripudio, asciutta e breve: non si degna nemmeno di spiegare le ragioni della sua decisione. Ma Carcopino fu un ammiratore di Pompeo.



