La trasformazione della civiltà e del mercato del lavoro, imposta dalla globalizzazione, sta provocando gravissimi danni sociali e sta distruggendo, nella dimensione dell’opera dell’ uomo, ogni connotazione spirituale. Bisogna creare una “nuova democrazia dei sentimenti” e riportare al centro del sistema “la persona”, come sostengono la Chiesa e il pensiero laico.
Non c’è giorno in cui i politici, da destra a sinistra, non “scoprano” che il lavoro non c’è, e quando c’è, è il lavoro voluto dai signori che controllano i mercati, dalle banche, dai piloti della globalizzazione: un lavoro precario, che alimenta la disuguaglianza, che produce miseria, lotta tra poveri e tutto il teatro degli egoismi. Immagino già i comizi di oggi, e il concerto delle chiacchiere.. Alan Greespan, che è stato Presidente della Federal Reserve sotto tre Presidenti degli Stati Uniti, scriveva nel 2007: “Nel ceto medio americano ha preso piede la sensazione che, in anni recenti, i benefici della prosperità economica non sono stati distribuiti equamente. Prima o poi l’elettorato cederà alle sirene di certo populismo che promette, per esempio, l’innalzamento di barriere tariffarie.”. Nella sua sfera di cristallo il banchiere dei banchieri già vedeva, dieci anni fa, la chioma di Trump.
Nel 2012 Franca Alacevich notava che la delocalizzazione delle imprese, la possibilità di spostare semilavorati e prodotti finiti in poco tempo su grandi distanze e la “dematerializzazione” di molti processi produttivi, consentita dalle nuove tecnologie, rendevano radicale e irreversibile l’allontanarsi delle giovani generazioni dai luoghi di lavoro degli adulti. E’ un fenomeno drammatico, anche perché contribuisce a sgretolare ulteriormente l’identità civica di alcune comunità, soprattutto al Sud. La nuova economia imposta dal capitale modifica le relazioni dei lavoratori non solo con gli spazi, ma anche con il tempo: l’interdipendenza tra le economie e la distribuzione in diverse parti del mondo delle fasi di lavorazione dei prodotti della stessa azienda fanno sì che orari e calendari non abbiano più valore. Per esempio, un’azienda che ha stabilimenti in Italia e in Olanda deve tener conto del fatto che in Italia il Primo Maggio è festa e in Olanda no. Rientra nello stesso problema il dibattito sull’apertura degli esercizi commerciali la domenica: è stato notato che essa danneggia la trama del tessuto sociale e indebolisce il senso dell’identità e dell’appartenenza.
E’ superfluo indicare i numeri connessi alla precarietà del lavoro e al basso livello dei salari: c’è chi pensa, e non è facile dargli torto, che “il sistema” del capitale e degli imprenditori favorisca l’immigrazione proprio per assumere il controllo totale del mercato del lavoro e per ridurre ulteriormente i livelli dei salari contrapponendo disperati a disperati. La flessibilità del lavoro, in linea di principio, non è un aspetto negativo: già Adam Smith pensava – lo ricordano Richard Sennet e Luigi Vigilante- che il lavoro di routine uccidesse lo spirito e fiaccasse l’intelletto. Ma nel sistema contemporaneo la flessibilità fa crescere o la disoccupazione, o la disuguaglianza tra i redditi: il “neoliberismo” se ne serve per tenere sempre vivi, tra impiegati e operai, la preoccupazione della precarietà e il terrore di non trovare più lavoro. Come abbiamo ricordato in un altro articolo, Richard Sennet ha sottolineato la gravità del problema del “lavoro illeggibile”. Oggi i fornai di Boston, scrive lo studioso, utilizzano tecniche all’avanguardia, premono uno, due tasti, sempre gli stessi, su un display, e il pane si impasta e si cuoce da solo. Le mani del fornaio non toccano più la farina, non avvertono più il caldo del forno: la semplicità dell’operazione fa sì che il fornaio si senta estraneo alla produzione, si veda totalmente sostituito dalla macchina.
“ Il lavoro – scrive Sennet- è diventato più semplice, e quindi più illeggibile”: l’addetto che si limita a premere i due tasti non sa in che modo la macchina produca, concretamente, il pane. Ne consegue che gli operai meno specializzati, “ i sudditi più deboli del regime flessibile sono costretti a restare in superficie.”. Una conseguenza drammatica della flessibilità è la paura del lavoratore che la sua storia personale giunga a un solo approdo possibile: la sconfitta, il fallimento. Il “rischio” non ha più la connotazione positiva che gli attribuì il capitalismo classico disegnando il presente nella prospettiva del futuro, valutando la possibilità di non farsi sorprendere dall’incertezza e preparandosi a trasformare la crisi del momento in una spinta verso nuovi traguardi. Eppure, dice Giddens, da questo principio bisogna partire anche oggi, poiché la globalizzazione è una logica conseguenza del passato, non nasce da un salto nel filo della storia: siamo tutti sollecitati, dalle devastazioni dell’economia globale, a risistemare la nostra visione del mondo, a ripensare le categorie dell’intelletto e il nostro rapporto con le istituzioni: non dobbiamo cadere nell’errore di credere che i nuovi modelli siano inferiori a quelli precedenti sul piano del valore intrinseco e della necessità oggettiva.
Giddens riflette sulla trasformazione dell’istituto famigliare, dei valori dell’amore e della sessualità, e, di conseguenza, sul tramonto del modello della “famiglia tradizionale”, messo in crisi dalla globalizzazione e dai nuovi sistemi economici: nei rapporti di amore e di sesso e in quelli tra genitori e figli, egli scrive, si sta progressivamente realizzando il nuovo modello della “relazione pura”, costruito su “un processo di fiducia attiva che induce un soggetto ad aprirsi all’altro”, a costruire una nuova “democrazia dei sentimenti”.
Bisogna rimettere “la persona” e la creatività materiale e spirituale del lavoro al centro del sistema. Lo dice, da tempo, anche la Chiesa, e forse, su questo punto, si incontreranno la cultura cattolica e la cultura laica.



