Attaccare gli insegnanti per giustificare le azioni criminali delle baby gang è troppo facile, la scuola è l’anello più debole della catena; le responsabilità sono tutte dell’assenza della politica.
L’accoltellamento del tredicenne a Napoli da parte di una baby gang ha scatenato padre Alex Zanotelli contro i docenti. Il volontario comboniano ha dichiarato che la categoria sa solo prendersi lo stipendio, è incapace di gestire e risolvere il problema dei minori che la scuola respinge perché non si adeguano alle regole. Già. Il problema è proprio quello: le regole. Padre Zanotelli ha tanti meriti ma stavolta ha proprio scantonato. Cosa possono fare i docenti per convincere gli alunni violenti, minacciosi e strafottenti, che la scuola è casa loro e che in quella comunità ognuno deve fare la propria parte? Chi lavora tra le mura scolastiche sa che su dieci alunni del genere forse uno resta “impressionato” dalle regole, gli altri nove se ne fregano allegramente e fanno quello che gli pare.
Il problema nasce da lontano: dall’assenza del Welfare comunale nei confronti delle famiglie bisognose che, abbandonate, diventano incubatori di violenza e sopraffazione. Arrivati a 12, 13, 14 e 15 anni, è tardi per intervenire pretendendo dalla scuola ciò che non può nè sa fare. Il modello di scuola in cui viviamo non è adatto per lavorare con quei ragazzi. Bisogna dirselo; bisogna essere politicamente scorretti: bisogna dirlo che il re è nudo.
Nelle scuole arrivano ragazzi che sono il frutto dell’abbandono educativo delle loro famiglie, a loro volta lasciate sole dai comuni che hanno speso male, o per niente, soldi del Welfare locale e gestito male o per nulla l’ufficio degli assistenti sociali. Questi ragazzi a scuola non si possono gestire nè si lasciano gestire. Vanno lasciate perdere le panzane secondo cui certi casi difficili si affrontano trasformando le aule in laboratori; una bugia gigantesca che nasconde la povertà di mezzi, strutture e strumenti in cui soccombono le scuole. È troppo grande il divario che quegli adolescenti vivono tra il loro ambiente è quello che offre l’istituzione scuola.
L’attenzione è prossima allo zero, sono sempre in cerca della vittima di turno. Gli insegnanti, quando riescono in qualche cosa con uno di questi ragazzi, hanno compiuto un vero e proprio miracolo. A questi giovani poco interessa dell’italiano, della matematica, dell’arte, dei film, della musica. Hanno bisogno di mettersi in gioco con la manualità, con l’impegno cinestetico, con la creazione o il modellamento di manufatti, di capire in che modo funziona e si aggiusta una moto, un’auto, e di conoscere altre abilità professionali. Ma a chi bisogna dirle queste cose? Sono tutti assenti e sordi. Tutti. La scuola c’è, è presente e lotta tutti i giorni con i (pochi) mezzi che ha a disposizione.
Chi manca è l’ente locale, ad esempio. Manca la fantasia dell’iniziativa, l’impegno a farsi promotore di accordi tra scuole, ente locale, botteghe artigiane del territorio. Esistono figure politiche capaci in questo senso? Visti i risultati che ci regala la cronaca nera, sembra proprio di no.
In tutta questa confusione, non vanno taciuti i diritti di “quegli altri”, quelli che vorrebbero studiare, che vanno a scuola per vivere in un ambiente formativo, che offra conoscenze culturali, che sappia far maturare abilità e competenze. I loro diritti sono annullati, calpestati, violentati dai diritti di quelli che creano più agitazione nelle classi. Non torna. Se questa è la scuola democratica, il conto non torna.
Padre Zanotelli ha sbagliato indirizzo, rivolga le sue delusioni e i suoi moniti alla Regione Campania, che ha fatto strage dei corsi di formazione professionale. É lì, è anche lì, il buco nero che genera i baby mostri che avviliscono e intimidiscono il presente di tutti.



