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martedì, Ottobre 19, 2021

“Ave Cesare”: ancora una volta i fratelli Coen lasciano il segno.

 

“Ave Cesare!” È l’ultima pellicola di Joel ed Ethan Coen: irriverente, a tratti irresistibile, forse un po’ sottotono rispetto alle precedenti, ma pur sempre intrisa di quell’inimitabile fascino coeniano 

 
Sono glli anni ’50, Eddie Mannix (Josh Brolin) è il capo 1della produzione della casa cinematografica Capitol Pictures (che rappresenta qui un amalgama sornione di Universal, Warner Bros. e Paramount); vincolato al suo lavoro da una profonda abnegazione, Eddie ha il gravoso compito di preservare l’illusione che Hollywood, anche in un momento di repressione morale pervasiva e sconvolgimenti socio-politici, sia la fabbrica glamour e politicamente corretta dei sogni degli americani e di tutti i fan del grande schermo. La sua vita frenetica oscilla tra tentativi di far alleggerire la sua anima da un prete (confessa i suoi peccati, o meglio, le sue mancanze –come qualche sigaretta in più fumata di nascosto dalla moglie- con una frequenza quasi ossessiva) e tentativi di portare avanti la produzione della Capitol Pictures senza intoppi, ponendosi come un faro di sanità mentale e di intelligenza in un mondo invaso da irrazionalità, venalità e  corruzione.  Gli attori vengono trattati come diceva Hitchock:, e cioè “come mucche”: infatti il principio “portare avanti la produzione senza intoppi” può significare qualsiasi cosa: dall’organizzare l’adozione finta di un bambino nato fuori dal matrimonio per la stella DeeAnna Moran (Scarlett Johansson), al rispettare decisioni discutibili dello studio, come quella che prevede di trasformare il bello e poco capace attore western Hobie Doyle (Alden Ehrenreich) in un interprete raffinato.

Il carico di stress di Eddie tocca il suo picco con l’improvvisa scomparsa della stella più amata della casa di produzione, Baird Whitlock (George Clooney), che viene rapito dal set di un film romano ultracostoso “Ave, Cesare!”, chiaramente modellato sul “Ben-Hur, su cui lo studio punta più che su ogni altra pellicola in corso d’opera. Al protagonista, ovviamente, spetta l’arduo compito di riportare Baird sul set, cercando di evitare le minacce e le insinuazioni delle sorelle giornaliste rivali Thora e Tessa (interpretate dalla superba Tilda Swinton).

Attraverso lo sguardo vigile e cauto di Eddie Mannix, i fratelli Coen, hanno compiuto una panoramica fulminea di ogni angolo del settore cinematografico, cogliendo le sfaccettature più ciniche (ma mai intollerabilmente crudeli) della meravigliosa e controversa industria cinematografica. I Coen, editori giudiziosi del loro lavoro, si rifiutano di soffermarsi a lungo su  qualsiasi cosa, in questa, come in altre pellicole, viene detto tutto, ma tutto infine svanisce nel nulla. Ogni storia, ad esempio il mistero della scomparsa di Baird, si risolve solo con po’ di tensione e con un po’ di sorpresa: in questa pellicola, tutto esiste, come in molte delle storie serio comiche dei Coen, come un punto di partenza, un punto filosofico di ingresso. I momenti più sofisticati di “Ave, Cesare!” “accadono” durante le scene di metacinema, i film in produzione diventano il film che si sta guardando, e lo spettatore è invitato a perdersi in quella patinata fabbrica di sogni che è Hollywood. Al di là dei finali sfumati di ogni storia innestata nella trama della  pellicola, probabilmente il messaggio più chiaro di “Ave Cesare!” è che cinema e religione (costante presente dall’inizio alla fine) non devono essere mai presi troppo sul serio, non devono mai alimentare un culto idolatrico.

 

 

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