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Anziani, soluzioni abitative alternative

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Abbiamo parlato altre volte del diritto di invecchiare a casa propria, delle modifiche da apportare all’abitazione per renderla vivibile, della necessità degli ascensori in tutti gli stabili. Vediamo oggi delle soluzioni abitative per gli anziani, diverse e comunque alternative al ricovero in strutture assistenziali.

 

INTRODUZIONE

La mancanza di soluzioni abitative alternative più flessibili e diversificate induce molti anziani (o i loro familiari) a ricorrere impropriamente a strutture assistenziali. Anche in presenza di semplici bisogni di aiuto o cura facilmente risolvibili a domicilio. Caricando il settore sociosanitario di oneri sociali eccessivi, ed oggi oramai non più solvibili.

Le più recenti tendenze nel settore suggeriscono per la terza età una diffusione molto più estesa sul territorio di modelli abitativi incentrati sull’abitazione ordinaria, arricchita tuttavia da un sistema di prestazioni aggiuntive, di carattere fisico, tecnologico e sociale, in grado di sostenere le condizioni di maggiore fragilità che caratterizzano la vita in età avanzata.

Emerge, soprattutto nella generazione dei neo anziani, gli attuali 60enni, la richiesta di modelli abitativi innovativi, fondati sulla condivisione di stili di vita e momenti importanti di socializzazione. Una generazione costituita ormai spesso da nuclei di due persone se non una o da forme di convivenza non tradizionali. Persone con esigenze di vita più articolate rispetto a quelle dei propri genitori. Una maggiore attenzione al proprio benessere fisico e culturale, alla sostenibilità dei luoghi di vita, una maggiore familiarità con le tecnologie innovative, con le reti dell’informazione e della comunicazione.

Tipologie diversificate di intervento sono oggi già disponibili anche nel nostro paese, grazie anche a molte esperienze condotte da alcune istituzioni pubbliche, da cooperative di abitazione e altre organizzazioni a carattere sociale (soluzioni in proprietà o in affitto, con o senza servizi, per soli anziani o per fasce d’utenza mista e intergenerazionale, dotate o meno di tecnologie domotiche, al centro e in periferia, ecc.); ma molte altre ancora potranno derivare anche dall’approfondimento di analoghe iniziative condotte all’estero, in particolare dalle esperienze di cohousing o co-residenza attivate in particolare nel nord-Europa e da modelli abitativi che privilegiano organizzazioni residenziali miste, con diversi livelli di assistenza e sostegno domestico.

È evidente che tali soluzioni potranno essere attuabili solo in un contesto di sussidiarietà, con forme di cooperazione tra le istituzioni locali, l’imprenditoria cooperativa e sociale, il mondo del volontariato, quello delle istituzioni finanziarie e il contributo degli stessi utenti anziani. Partono dal modello abitativo più tradizionale, quale quello per soli anziani, passano per l’abitare integrato e conducono fino alla tipologia più innovativa del cohousing.

 

1. COMPLESSI DESTINATI AGLI ANZIANI CON ALLOGGI AUTONOMI E SERVIZI COMUNI

L’edificio o il gruppo di edifici destinati solo ad un’utenza over65enne costituisce l’esempio più comune di residenza per la terza età, soprattutto nel contesto italiano. Si tratta di esperienze condotte soprattutto da enti pubblici (in particolare Comune e IACP) e strutture a carattere sociale. Gli alloggi sono generalmente assegnati in affitto a fasce di anziani in condizioni di disagio sociale e/o economico, secondo graduatorie stabilite dal Comune. Nelle situazioni più ricorrenti, gli anziani svolgono una vita indipendente, con il supporto degli assistenti sociali del Comune, che intervengono nei casi più bisognosi. In altri contesti, agli alloggi sono annessi alcuni servizi collettivi, quali mensa, lavanderia, portierato, servizi di assistenza sociale, etc.

Nel primo caso, le problematiche emergenti riguardano la concentrazione di situazioni di grave marginalità e isolamento, dove la mancanza di intergenerazionalità e di fasce sociali socialmente ed economicamente differenziate favorisce l’ulteriore distacco degli anziani residenti dalla vita collettiva. Nel secondo caso, le strutture residenziali “ordinarie” tendono ad assumere una fisionomia sempre più protetta, marcando la distanza dei residenti dalla vita sociale circostante, che tendono progressivamente a chiudersi al proprio interno, fino ad annullare le relazioni di scambio con il contesto.

Emerge inoltre, in queste tipologie di residenza, la forte presenza dell’intervento assistenziale di tipo “primario”: prevalentemente per problemi di carenza di risorse, gran parte dell’attività sociale programmata viene impegnata per rispondere a bisogni di cura e supporto domestico di prima necessità, lasciando spesso inevasa una domanda di tipo relazionale, culturale, di svago e tempo libero.

 

2. COMPLESSI INTEGRATI PER ANZIANI E ALTRE FASCE D’ETA’ CON ALLOGGI AUTONOMI E SERVIZI COLLETTIVI

Ci sono poi gli alloggi autonomi in complesso integrato, destinato ad anziani e altre fasce di età, con servizi collettivi. Molte delle iniziative a carattere integrato, destinate ad anziani ed altri nuclei, realizzate in Italia sono nate all’interno di programmi di riqualificazione urbana, sviluppate negli anni più recenti soprattutto attraverso il recupero di aree e quartieri pubblici degradati o di complessi industriali dismessi. Si tratta di interventi sia di nuova costruzione che di recupero, dotati di innovativi sistemi di domotica negli alloggi e nell’edificio, all’interno dei quali le residenze per anziani coabitano con alloggi per altre fasce sociali, in alcuni casi giovani coppie, in altri con studenti e/o lavoratori in mobilità, in altri ancora con famiglie tradizionali.

Tutti gli interventi sono generalmente dotati di ampi spazi collettivi, destinati alla socializzazione, alla cura, al tempo libero. Spesso è presente anche un alloggio per il portiere, figura un po’ rinnovata rispetto a quella tradizionale, cui viene demandato anche il compito di occuparsi delle tecnologie di domotica e delle attività di primo intervento in casi di emergenza. Le modalità di organizzazione degli utenti, e, di conseguenza, i livelli di partecipazione e di autonomia degli anziani alla gestione del contesto abitativo, variano spesso in relazione alla titolarità dell’intervento. Nel caso di edilizia pubblica le forme di coinvolgimento degli anziani risultano spesso più difficili.

Vi è in primo luogo una difficoltà di gestire situazioni innovative, come ad esempio quella della presenza di tecnologie che richiedono competenze non ancora acquisite nella pratica di molti enti di gestione. Emerge poi una difficoltà anche nella condivisione degli spazi collettivi tra le diverse fasce d’utenza, per la presenza di spazi che spesso fanno capo a soggetti pubblici diversi. Le procedure decisionali sono spesso poco incoraggianti e i livelli partecipativi molto poco incentivati.

Infine, la carenza di risorse che affligge le pubbliche amministrazioni, mortifica spesso l’efficacia dei programmi di sostegno e accompagnamento sociale. La scelta di realizzare interventi solo per nuclei a reddito sociale, ancorché integrati con la presenza di famiglie intergenerazionali, non consente di sostenere a pieno gli obiettivi di qualificazione dei livelli di vita, lasciando spesso senza copertura gli anziani e le famiglie, già economicamente provati.

 

3. COHOUSING O CO-RESIDENZA

Un’evoluzione del “programma integrato e intergenerazionale” è la tipologia in cohousing, un modello abitativo nato negli anni ‘70 nel nord Europa, e diffuso poi nel nord America e nel resto d’Europa, di recente anche nel nostro paese. La co-residenza (la traduzione di cohousing) consente di praticare una vita individuale in un alloggio privato godendo contestualmente dei vantaggi della vita comunitaria, grazie alla presenza nell’edificio di attrezzature per la vita collettiva e ad un sistema di gestione del quotidiano totalmente condiviso.

Nel periodo più recente, la co-residenza rappresenta altresì una comune sensibilità dei suoi sostenitori nell’adottare uno stile di vita orientato alla eco-sosteniblità e al risparmio delle risorse naturali. Una formula, quella della co-residenza, che, grazie al richiamo a stili di vita mutuati dal più tradizionale “vicinato”, consente di contrastare molti dei disagi della città contemporanea: in primo luogo la solitudine, che caratterizza soprattutto la seconda parte della vita, ma anche il disagio economico, la carenza di legami familiari, il semplice bisogno di aiuto per la presenza di figli piccoli. Sono queste le ragioni fondamentali del suo successo e della sua larga diffusione in tutto il mondo.

Ci sono alcune condizioni essenziali perché per una residenza si possa parlare di cohousing. 1) Sia stata concepita e realizzata sulla base di un progetto condiviso tra i futuri utenti. 2) Sia dotata di spazi collettivi destinati ad attività funzionali allo sviluppo di un senso di comunità e allo scambio relazionale tra i residenti. 3) Sia organizzata e gestita secondo un programma stabilito dai residenti, votato al risparmio e alla valorizzazione delle risorse proprie. 4) Tutte le decisioni siano assunte con il consenso dei partecipanti.

Come è possibile comprendere, si tratta di un “progetto di vita”, volontariamente assunto da chi lo promuove, piuttosto che di una soluzione architettonica o urbanistica. Una scelta che, come possiamo apprendere dalle esperienze già consolidate, può nascere da esigenze diverse e da situazioni di vita anche molto differenti, dalle quali scaturiscono modelli abitativi altrettanto articolati, spesso molto audaci, difficilmente omologabili. La co-residenza rimane tale sia che si scelga la formula dell’affitto che quella della proprietà individuale o indivisa.

L’essenziale è che sia sempre rispettata la soluzione autonoma per l’alloggio e quella collettiva per gli spazi comuni. Fino a qualche tempo fa ci si orientava prevalentemente per la nuova costruzione, in area urbana o rurale; più recentemente partono iniziative di co-residenza volte al recupero di edifici in antichi borghi abbandonati, di strutture produttive dismesse, di costruzioni rurali inutilizzate.

 

CONCLUSIONE

Sarebbe facile dire che le diverse soluzioni adottate si avvicinano sempre più a quello che era l’antica soluzione per gli anziani fino al secolo scorso (e che sopravvive ancora tra mille difficoltà in qualche caso nei nostri paesi): a casa loro o in una casa a loro misura, magari a piano terra, con qualche figlio o nipote che li accudiva e una rete di “vicinato”. Come se si volesse ricostruire artificialmente quella che era una struttura spontanea. Ma i tempi sono cambiati, famiglia, società, usi e costumi. E soprattutto gli anziani sono sempre di più; in particolare quelli detti old old o della quarta età. Saremo noi, probabilmente. Le soluzioni abitative proposte, che sembrano un po’ algide, complicate, saranno invece utili a rimediare alla parziale perdita di autosufficienza e un’ottima alternativa all’emarginazione, alle difficoltà economiche, al vuoto di una vita senza relazioni.