Il 24 maggio c’è stata la tradizionale “passeggiata lungo i sentieri del Somma- Vesuvio” organizzata, con il sostegno del sindaco prof. Simonetti e dell’intera Amministrazione Comunale, da Vincenzo Caldarelli, consigliere delegato alla cura del “Verde pubblico”. Molti hanno risposto all’ “invito” della Montagna, e in misura sempre più intensa gli Ottavianesi diventano consapevoli dell’influenza che il Somma-Vesuvio esercita sulla loro storia, sull’economia e sulla formazione della coscienza civica. Le erbe salutari e il “silenzio” della Montagna.
Il prof. Francesco D’Ascoli amava dire che solo percorrendo i sentieri montani, e non per scherzo, o per fare sport, ma con intensa attenzione, un ottavianese incomincia a capire che cosa è “l’ottavianesità”. E ricordava ciò che racconta Matilde Serao: giunta a Ottajano dopo l’eruzione del 1906 – una Ottajano totalmente distrutta dalle ceneri e dai lapilli – chiese a un contadino perché non approvava il progetto di trasferire gli Ottajanesi in provincia di Latina e di costruire lì una nuova Ottajano. E il contadino le rispose: “Non mi muovo da qui. Qui ci sono le mie viti e i miei morti”. I vigneti, gli oliveti e i cerri della Montagna spinsero Bernardetto e Giulia Medici a comprare il feudo dai Gonzaga di Molfetta e indussero Caterina de’ Medici, regina di Francia, ad approvare la decisione dei loro nipoti e a finanziare generosamente la costruzione della Chiesa del Rosario. La violenza della Montagna obbligò gli Ottajanesi a scegliere come Patroni San Michele e la Madonna del Carmine e a consacrare la Chiesa della frazione a San Gennaro “che ci protegge dal Vesuvio”. Certo, dopo l’eruzione del 1631 la Chiesa nolana ritenne che sul Vesuvio ci potesse essere un ingresso dell’Inferno, da cui negli anni successivi uscivano gli smisurati nugoli di insetti voraci, “muroli et campe”, che devastavano i vigneti: e ai Vesuviani non era concesso di sterminarli, perché secondo i teologi, “gli animaletti” erano uno strumento “biblico” della punizione che Dio infliggeva alle “genti del territorio, corrotte dal peccato e dall’inclinazione alla violenza”: inclinazione che, secondo Paolo Mattia Doria, sarebbe stata favorita dallo zolfo vulcanico che i Vesuviani respiravano sciolto nell’aria. Ma il Somma – Vesuvio forniva anche le erbe “salutari”. La cicerchia veniva coltivata negli angoli degli orti di Boscoreale e di Terzigno, mentre tra Resina e Torre del Greco già negli anni di Murat alcuni contadini avevano avviato la coltivazione del carrubo, e la sciuscella verace entrava nella dieta degli uomini e dei cavalli. La Montagna forniva gli “odori “: prezzemolo, rosmarino, tre tipi di micromeria, di cui la juliana fu trovata dal Pasquale solo sui muri di Sant’ Anastasia e sulle rovine di Pompei, dove si distingueva tra le altre erbe per il suo intenso odore, simile a quello del cedro. Cinque erano le specie note di salvia: l’officinale veniva coltivata per essere usata in medicina. La menta macrostachya, nota come mentastro, nasceva spontanea a Ottajano,a Portici e a Pompei, mentre la pulegium si trovava lungo le strade “del Terzigno”. Dice Nello Oliviero che la menta non ha avuto una grande fortuna nella cucina napoletana, in cui domina il suo primo nemico, l’aglio, che le lascia qualche spazio solo nelle insalate all’aceto, “le scapece” di carote, di zucchine, di zucca, di melanzane. Ma i Vesuviani riconoscevano alla menta le stesse virtù medicamentose individuate dagli antichi: bloccava il singhiozzo, placava la nausea, gli spasmi, le convulsioni e l’isteria; pestata e spalmata sulle mammelle delle donne che avevano partorito impediva che si bloccasse il flusso del latte. La Montagna era il luogo del silenzio. Di questa metafisica del silenzio nelle terre vesuviane al di qua hanno parlato i visitatori “eccentrici” con una attenzione e una sorpresa che trovano la loro giustificazione nel confronto con i rumori continui e assordanti della città più chiassosa d’ Europa. Il silenzio del Vesuvio diventa un simbolo: di molte cose: prima di tutto, di riflessione sugli “strepiti “delle eruzioni – lo “strepitoso” monte – e di attesa: è un silenzio ambiguo come una delle molte maschere di Dioniso: così sono certi silenzi degli Ottavianesi.
Fa bene Vincenzo Caldarelli a organizzare ogni anno la passeggiata in Montagna: lui sa che le vie della Montagne sono le sole che possono salvare Ottaviano, e riportare il Centro Abitato allo splendore di un tempo. Lo scrissi sei anni fa: “La salvezza del Centro Abitato può venire dall’apertura reale, effettiva, del sentiero n. 1 che da Ottaviano porta al cratere: un’apertura che diventa efficace strumento di sviluppo turistico solo se la rete dei sentieri viene ricostruita, liberata da ogni tipo di impedimento e, soprattutto, dotata di tutto ciò che è necessario per rendere agevole l’orientamento e sicuro il movimento delle persone. Non credo che sia possibile riportare in vita l’agricoltura, ma certamente la sistemazione dei sentieri può incrementare il flusso dei turisti, soprattutto se questo flusso viene sostenuto da un ben concertato programma di eventi: un programma che consideri il Palazzo Medici non un punto d’arrivo, ma una stazione di partenza.”.






