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Sarà esposta a Milano un’opera napoletana del Caravaggio. É “scandalo”!

Napoli. Dopo la scelta di esporre durante l’Expo di Milano, nel 2015, le “Sette opere di Misericordia” del Caravaggio, i membri della cultura partenopea insorgono e gridano allo scandalo.

Sarà esposto a Milano, per l’Expo 2015, nel padiglione della Caritas, uno dei grandi capolavori napoletani del Caravaggio: le Sette opere di Misericordia. La notizia, come era accaduto già con i Bronzi di Riace, anch’essi richiesti in mostra durante la fiera milanese, ha fatto scandalo e alcuni rappresentanti della politica e della cultura campana sono insorti; su tutti, Giovanna Palma, deputato Pd, e Mirella Barracco, presidentessa di “Napoli Novantanove”. Secondo la Palma, portare a Milano l’opera napoletana del Caravaggio, che l’artista realizzò appositamente per la Congregazione del Pio Monte della Misericordia tra il 1606 e il 1607, è un vero e proprio “tentativo di scippo”, mentre la Barracco ha sentenziato con una frase provocatoria: “la prossima volta forse ci chiederanno il Vesuvio”.

Parole che hanno fatto subito nascere la polemica e hanno spaccato il mondo politico-culturale napoletano in due: da un lato, quelli che non ci stanno a perdere, anche solo temporaneamente, i “tesori di Napoli”, quelli cioè che da Napoli non farebbero muovere nulla, soprattutto – non senza un accento meridionalista- se la provvisoria abitazione è l’atavica “nemica” Milano; e dall’altro, quelli che invece hanno salutato con entusiasmo una scelta che porterebbe un pezzetto di Napoli all’ombra della Madonnina in un momento in cui, in occasione dell’Expo, gli occhi del mondo saranno puntati tutti su di lei, cosa che permetterebbe di acquisire un’enorme visibilità non solo all’opera caravaggesca, ma a tutta la città partenopea.

Perchè, se è vero che un’opera d’arte di questo calibro non dovrebbe mai lasciare il contesto per cui è stata creata, affinchè non venga distorta la sua lettura, è pur vero che nessuna istituzione o persona può vantane l’effettivo possesso. Così, salvo problemi di conservazione o sicurezza, nessuno può impedire che la tela caravaggesca arrivi a Milano nel periodo dell’Expo. E, se è vero anche che forse Napoli non trarrà alcun vantaggio dall’esposizione milanese del capolavoro barocco, è altrettanto vero che, in questo modo, l’Italia si mostrerà in fiera in tutto il suo splendore, esibendo i suoi capolavori senza distinzione tra Nord e Sud del Paese.

La scissione tra favorevoli e contrari al trasferimento del dipinto “napoletano” mette insomma in luce una questione che da anni tormenta l’ambiente culturale italiano ed internazionale, un problema ben più profondo di quello, piuttosto risolvibile, del legame che può esistere tra territorio e opera d’arte: il problema della funzione dell’opera d’arte nella società contemporanea. Perchè, soggettivismi a parte, nessuno ha, in realtà, ancora ben chiaro a cosa possano essere utili, oggi, le opere di Caravaggio, Michelangelo, Leonardo o Botticelli.

Ci sono infatti quelli che, lucrandoci su, considerano le opere d’arte un patrimonio locale da preservare e valorizzare, e per questo le vogliono indissolubilmente legate al territorio in cui esse sono state collocate; e poi ci sono quelli che invece lucrano su di esse mettendole in mostra durante gli eventi più disparati, impreziosendoli e traendone vantaggio. Contro questi ultimi ha tuonato già, in questi giorni, Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, che, in merito allo spostamento delle Sette opere di Misericordia, ha scritto: “Caravaggio non è una escort di lusso”. Una metafora che, tuttavia, può essere estesa e rivolta anche al primo caso, ossia contro i tanti che, forse perchè italiani, hanno imparato a confondere l’arte col turismo, finendo col fondere insieme, nel termine “valorizzazione”, la tutela delle opere con la promozione del territorio.

In entrambi i casi l’opera d’arte è concepita, erroneamente, come qualcosa che non può essere separato dal suo valore economico o, più precisamente, dal capitale economico che, in qualche modo, produce. Entrambe le “fazioni” sembrano infatti dimenticare lo scopo primario dell’arte, quello cioè di comunicare ed educare. Lo scandalo, dunque, non sarà la presenza dell’opera napoletana del Caravaggio all’Expo, ma, al massimo, l’assurda concezione della parola “arte” che persiste in Italia, e non solo, agli albori del III millennio. Perchè ciò che deve essere chiaro è che le opere d’arte non si pesano in turisti, nè sono soggette alle leggi del mercato turistico. Un conto è la Bellezza, un altro il business che da essa deriva.
(Fonte foto: Rete internet)

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