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Quando a Somma, a Sant’Anastasia e a Ottajano spuntavano erbe miracolose…

I botanici dell’Ottocento classificarono e studiarono le virtù delle erbe e dei fiori delle terre vesuviane. Michele Tenore esortò i contadini napoletani a coltivare il papavero, per ricavarne l’oppio “sedativo”. I “miracoli” della malva…

I botanici napoletani del sec.XIX ci tramandano notizie preziose. I Sommesi chiamano papagno selvaggio la chelidonia (o erba delle rondini), una papaveracea che si ritiene sia potentemente diuretica e quindi capace di sgretolare i calcoli delle vie urinarie. Il papagno raccolto a maggio risulta purgativo; i suoi succhi corrodono le verruche. Nel resto del Vesuviano chiamano papagno selvaggio il rosolaccio, o papavero di campo, assai diffuso, che risulta un efficace sedativo, a patto che lo si usi con arte. Nel territorio di Ottajano, tra il Mauro e l’Atrio del Cavallo, Michele Tenore trovò anche il papavero giallo , un fiore ambiguo e potente, capace di sedare tossi e tremiti, e di allucinare: le fattucchiere conoscevano bene questa proprietà.

Sulle virtù del papavero già gli antichi avevano raggiunto solide certezze. Il succo di papavero, “ che chiamano oppio ” ( opium vocant), Plinio (xx, 199- 206) sa che è un sonnifero, e sa che in dosi troppo abbondanti diventa letale: molti Romani se ne sono serviti per darsi la morte. Nell’acqua l’oppio puro galleggia come una nuvola, ut nubecola innatat , quello adulterato si coagula in grumi. Scrisse uno studioso del ‘700 che le donne di Salerno allattavano i figli aggiungendo al latte succhi di papavero. Botanici e medici napoletani del primo Ottocento condivisero l’appello rivolto da Michele Tenore ai contadini, “ di intraprendere delle estese coltivazioni di papavero per destinarle alla raccolta dell’oppio.

Essi potranno essere sicuri che la loro industria sarà largamente compensata dal guadagno che faranno, vendendo l’oppio ad un prezzo anche il più discreto, e si renderanno nel medesimo tempo cittadini benemeriti dello Stato, coll’esimerci dal bisogno di ricorrere allo straniero per una droga di tanta importanza.” “ Un grano solo di quello di prima sorte ” procurò a Michele Tenore “ una sonnolenza e un peso gravativo alla testa che non si dissipò prima delle 24 ore.”.
La fumaria era presente in molte versioni: la bianca ( capreolata ), frequente in ogni parte del territorio, l’ agraria, scovata dal Gussone intorno a Sant’ Anastasia, la flabellata. La fumaria rossa , assai comune, la consigliavano per depurare il sangue, per combattere le emorroidi, per ammorbidire la crosta lattea.

In Toscana lo sciroppo ricavato dalla bianca, mescolato con succhi di rosa, o di mela, o di senna, era un’ ultima medicina contro le forme acute di melanconia e di ipocondria. Ma già nel ‘700 i profumieri usavano la fumaria per preparare cosmetici utili a ridurre le lentiggini e a rendere liscia la pelle. Nella seconda metà dell’ Ottocento la produzione di saponi e di profumi, che anche nel Vesuviano promosse la diffusione di officine e di laboratori, impiegò la reseda bianca, o erba miglionetto, o amorino , che da Boscoreale a Massa chiamavano anche coda di volpe; il garofano bianco ; la saponaria rossa ; la viola gracile , una varietà della viola del pensiero, che Tenore e Gussone trovarono nelle siepi e nei campi di Ottajano.

La viola hirta non era rara nelle siepi e negli orti; a Sant’ Anastasia Gussone ne vide un tipo che aveva fiori biancheggianti, e gli diede un nome conseguente, flos albidus . Per tutto l’Ottocento gli speziali napoletani usarono gli estratti di viola per mitigare le tossi secche e per “ promuovere lo screato dei catarri ” calibrando infusi e sciroppi secondo le “ tabelle ” che lo speziale veneziano G.B. Zannini aveva messo a punto a metà del ‘700. L’infuso di viole era sudorifero, e i fiori, pestati e applicati sulla fronte, placavano l’emicrania. Il garofano bianco si credeva che “ sbloccasse ” il flusso delle donne e il parto, mentre la saponaria rossa, assai diffusa tra Somma e Sant’ Anastasia, era tonica, espettorante e combatteva l’asma, la lue, l’itterizia, e le infiammazioni in genere.

Gli speziali napoletani e vesuviani conoscevano tutte le “ tabelle ” preparate dagli esperti italiani e europei e che venivano applicate ancora nel primo decennio del sec.xx : la radice di genziana era impiegata nell’elixir di lunga vita, la lavanda e il rosmarino entravano in un’acqua odorosa, l’acqua di Sains-Pareille, l’essenza di menta era fondamentale nella polvere dentifricia bianca, le foglie di salvia in quella nera, l’essenza di menta e i chiodi di garofano facevano parte di un collutorio, l’acqua anaterina. La lavanda, il timo e il garofano, insieme alla cera bianca e al grasso di porco, venivano impiegati in una pomata odorosa per i capelli, mentre con le essenze di elitropina e con i cristalli di muschio concorrevano a comporre una pomata al midollo di bue, efficace rimedio contro la caduta dei capelli. La lavanda e l’olio di ricino risultavano essenziali nella Petrolina, lozione per i capelli, e le radici di brionia nella polvere antigottosa di Pistoia.

Contro la febbre solo la malva ( malva silvestris) aveva un’ efficacia pari a quella della saponaria. La malva era assai diffusa, e la medicina popolare da secoli ne aveva definito le proprietà: era lenitiva e lassativa, l’infusione di malva era il rimedio primo contro gli occhi arrossati e contro la tosse; e le mammane tritavano le sue radici e ne facevano mangiare la poltiglia alle partorienti, perché i dolori si placassero e il parto fosse più rapido. Plinio dice che foglie di malva dovevano esser messe sotto le partorienti, e tolte subito dopo il parto, per evitare che venisse espulso anche l’utero. I Greci e i Romani la consideravano a tal punto “ venerea ” che “ i semi della specie con un solo gambo…aumentano all’infinito il desiderio sessuale, feminarum aviditates augent , e lo stesso effetto hanno tre radici legate vicino al sesso.”.
 

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