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Parole Barbare

Di come si cerca di legittimare uno status attraverso le parole, e di come queste esprimano lo stato di un paese.

Abbiamo sempre avuto l’impressione che il nostro paese cercasse, per le sue azioni e le sue aspirazioni, una sorta di legittimazione all’estero, o meglio da coloro che all’estero la facevano da padroni, gli U.S.A nel nostro attuale caso, ovvero il più forte! L’incapacità tutta nostra di autolegittimarci è ormai divenuta proverbiale; ad esempio non siamo riusciti a mandar via un primo ministro che ci stava conducendo sull’orlo del baratro e abbiamo dovuto attendere che l’Unione Europea e più propriamente una parte della finanza mondiale lo defenestrasse nel più italico dei ribaltoni. Si noti poi cosa va a fare un primo ministro (forse premier suona meglio, vista la tematica?) subito dopo la sua elezione? Cerca anche lui la sua legittimazione in America, e poi va dal papa, perché non si può mai sapere!

Sì, appunto gli Stati Uniti d’America, come sarebbe più opportuno chiamarli, ma guai a chiamarli S.U.A. ovviamente non ti capirebbe nessuno e magari ti lancerebbero anche i proverbiali cuppetielli addereto e spalle! Eppure l’U.R.S.S. la si pronunciava con l’acronimo italiano e non certo C.C.C.P. come si chiamava in russo, ma è meglio non parlare dei defunti, anche se, in questo caso, la cosa rimane assai significativa. Entrando poi più propriamente nell’ordine delle parole, la nostra anglofilia è evidente per la sigla S.I.D.A. la Sindrome da ImmunoDeficenza Acquisita, preferita oltralpe all’ormai divenuto nostro acronimo inglese A.I.D.S.

Quindi sono tante le parole straniere che oltre ad essere fuori luogo nella nostra lingua italiana, spesso sono anche sbagliate o pronunciate in malo modo, tanto da non essere comprensibili oltre Atlantico come in terra d’Albione. Il caso più singolare è la parola stage che in francese significa tirocinio, cioè il significato per la quale la si vuol usare, ma siccome il francese ormai non fa più specie, le si è preferita la più in voga pronuncia inglese steig che però significa tutt’altra cosa. Considerando poi la pronunica, chi mai si sognerebbe di chiamare l’incredibile Hulk: l’incredibile halk; e chi andrebbe mai a comprare un paio di scarpe Nike (Naik) chiamandole più propriamente e correttamente Naiki o dei jeans Livais per un paio di Levi’s? Strano ma vero, ma quando una pronuncia si consolida, sbagliata o meno che sia, questa si rafforza con la legge del luogo comune e guai a provare a scardinarla, ormai fa parte delle nostre xenofile certezze.

Una lingua viva si fa da sé con la naturale selezione delle parole, è fatta da chi quotidianamente la parla, ma, è anche emblematico che l’italiano acquisisca quotidianamente parole straniere e nella stragrande maggioranza dall’inglese, differentemente da altri paesi come Francia e Spagna che forse peccano dal lato opposto ipertutelando il loro idioma. Tutto ciò non è certo cosa nuova, in passato l’italiano come molte altre lingue della Penisola, ha subito l’influenza alloglotta di chi l’ha attraversata, e basti ricordare l’arabo, lo spagnolo, il francese e senza dimenticare il tedesco giungiamo all’attuale invasione anglosassone.

La diffusione degli anglicismi, che grazie all’economia e alla tecnologia statunitense, rapidamente si sono diffusi, trova oggi in internet e soprattutto nella televisione i loro maggiori vettori ma non può, a nostro parere, giustificare un uso così smodato di parole in gran parte sostituibili dagli italici sinonimi.

Il nostro porci dubbi incomincia ormai ad essere proverbiale e anche in questo caso ce ne sovviene uno. Sarà mai che l’uso di parole nuove e dal gusto esotico coprano talune lacune e inadempienze di chi le pronuncia? Sarà che le si usa per svenderci qualcosa di vecchio, un usato dato per nuovo? Certo, se si vede da dove spesso provengono questi prestiti, dal mondo della politica e del giornalismo, allora la cosa incomincia a quadrare. Una sorta di provincialismo poi aleggia nell’aria, un riempirsi la bocca con parole più belle e più superbe che pria, aiuta, perché si sa che “il popolo, quando sente le parole difficili, si affeziona”.

Dire ad esempio mission invece di missione, compito, dovere, mandato, scopo, meta, etc. è tutta un’altra cosa! Pronunciando questa parola, con perfetto accento oxfordiano (miscion), schiude a chi l’ode un immaginifico mondo imprenditoriale, fatto di capitani d’industria, che non solo lavorano alacremente, ma con audacia inseguono la loro mission tra le indicibili peripezie del mondo della finanza, della politica o dell’imprenditoria italiana, come cavalieri medievali alla ricerca del santo Graal. Immagine ben diversa dalla nostra peninsulare realtà, fatta di sotterfugi, clientelismo e corruzione.

Non ci si dica però che la parola inglese è più rapida da pronunciare perché non sarà certo quella “e” in meno a razionalizzare un discorso che spesso tale non è. Chi per primo avrà usato il barbarismo, lo avrà pescato dal suo bagaglio culturale, intriso di indagini di mercato, spugnato dal lavaggio del cervello di una Scientology di casa nostra (a proposito lo sapevate che si pronuncia Saientologi?) e infuso durante qualche camminata sui carboni ardenti, dove avrà pensato – tutto sommato, suona bene, ahi! Sembra il titolo di un film e poi missione mi sa di oratorio uhi! – Troppo casereccia per darsi un tono, e via allora! Verso dieci, cento, mille nuove avventure, ah! Scusate, missions!

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