Bisogna demolire la fioriera, ridurre l’ampiezza dei marciapiede, eliminare l’ orribile colore pelo di topo di lastre e di massi, salvare la dignità di quella che fu la più bella strada del Vesuvio.
Signor Commissario,
un filosofo della Sicilia greca paragonò la sua filosofia a una strada che porta alla conoscenza e alla verità.
E perciò lei, siciliano, non penserà che io sia eccessivo, se dico che le strade hanno una vita e un carattere, come le persone, e hanno una dignità. Via C. O. Augusto (chiamerò così l’asse viario che comprende altri due tratti di strada di nome diverso) ha una storia recente, ma gli amministratori che nei primi anni ‘60 ne ampliarono la carreggiata con la copertura dell’ alveo Rosario immaginarono che in breve sarebbe diventata il fulcro di una fase nuova della storia di Ottaviano, avrebbe acceso nel cuore degli Ottavianesi l’amore per la Montagna e, con la grandiosa solennità di un panorama che non ha uguali, li avrebbe abituati a pensare in grande.
Ora, lei vede in che stato è ridotta la strada: un fosso, uno sfregio purulento, per gran parte; e per il resto, tra piazza Municipio e la rotonda di piazza Rosario, una coppia di budelli separati da un muretto, che fu pensato, forse, come una fioriera, ed è costato parecchio: e costerà parecchio il demolirlo. Perché va demolito, signor Commissario, e ne va cancellata l’idea stessa dall’intero progetto, nel caso che questo preveda di infliggere una simile tortura al resto della strada, al resto del fossato. Si dice che la Regione Campania si accinga a sbloccare i fondi della “riqualificazione”: sono certo che lei, prima di far riaprire i cantieri, vorrà ascoltare le proteste, le proposte, i rilievi che vengono dai cittadini, dalle associazioni, dai rappresentanti di quel che resta di un’economia svaporata.
Abbiamo protestato a lungo. Incominciammo a protestare non appena vedemmo, in concreto, quale nuova forma davano a quel tratto di strada le pale, i picconi, le betoniere. Ci fu detto che le proteste degli Ottavianesi – degli Ottavianesi tutti- arrivavano fuori tempo massimo, che il grafico del progetto era stato pubblicato da settimane su un enorme cartellone in piazza Municipio, e che nessuno lo aveva contestato. A questi spiriti giulivi dico che solo i laureati in architettura – e potrei dire, pensando a certe mie conoscenze, nemmeno tutti i laureati in architettura – sono in grado di capire, da un disegno, la struttura e la forma delle pietre, degli spazi e dei luoghi. Come avremmo potuto indovinare, da un disegno, lo squallida ruvidezza dei materiali e quel terribile colore pelo di topo spalmato lungo la strada?
Perché i pensosi signori che hanno approvato quel progetto non “riqualificano“ con gli stessi materiali e con gli stessi colori le amene strade su cui si affacciano le loro case? In un paese normale gli amministratori, prima di aprire i cantieri, avrebbero consultato i cittadini, le associazioni, le categorie di settore. In un paese normale. Rispetto le idee e la competenza della signora architetto che ha firmato il progetto: ci mancherebbe. Tempo fa – se la memoria non mi inganna – la gentile signora mi disse che la sua intenzione prima era di convertire gli Ottavianesi dal passeggio in automobile al passeggio a piedi. Suppongo che alla radice di quella intenzione lodevole ci fosse l’immagine di uno “struscio“ ininterrotto lungo le vetrine dei negozi, verso la Chiesa del Patrono, verso il Palazzo Medici, verso la Montagna. Ora accade che non solo non si aprano negozi nuovi, ma quelli che c’erano o chiudano i battenti o respirino a fatica: bisogna resistere, la crisi passerà.
Ma credo di avere il diritto di affermare che via C.O. Augusto non è e non potrà mai essere una via Chiaia ottajanese. Via C. O. Augusto non è un’isola: è uno dei due assi viari del sistema urbano di Ottaviano: l’altro è via Roma. I due assi sono destinati al traffico: è un destino scritto nella configurazione dei luoghi e nella forma della città di Ottaviano. La signora architetto avrà certamente notato cosa succede nel tratto, diciamo così, già riqualificato, quando i ragazzi escono di scuola, e quando una automobile ostruisce uno dei due budelli, e quando la coda di un’auto parcheggiata male impedisce la circumnavigazione della rotonda di piazza Rosario. A proposito di auto parcheggiate.
Sul largo marciapiede che costeggia il budello di sinistra (per chi guarda la Montagna) spesso sono parcheggiate automobili, a totale disprezzo delle regole: un disprezzo non consentito a tutti, ma solo a chi possiede un’automobile di almeno due piani. Mi permetto di pensare che anche nel disprezzo delle regole dovrebbe essere garantita l’ uguaglianza. Tutti ormai sanno cosa accade quando si muove lungo uno dei budelli un’autoambulanza, o un mezzo dei vigili del fuoco, o un pullman. Quando i pullman porteranno al Palazzo Medici (lo troveranno aperto?) e alla Montagna la marea di turisti immaginata dall’ Amministrazione che se ne andò, da dove passeranno? A destra e a sinistra di via C.O. Augusto ci sono le “ terre vecchie “ di Ottaviano, strette intorno alle tortuose stradine del ‘600, suggestive strisce d’ombra che si aprono solo ai pedoni, e a patto che non siano troppi.
Forse non è superfluo ricordare che proprio per far respirare il paese impigliato nella rete splendida delle sue antiche viuzze e per non strozzarlo con i flussi di traffico che incominciavano a ingrossarsi, gli amministratori degli anni ’60 decisero di coprire l’alveo Rosario. Ottaviano è un paese da romanzo: un paese che non ha ancora, non dico il piano regolatore, ma nemmeno un piano di protezione civile. Questo paese, se non fosse già morto da tempo, basterebbe a soffocarlo una settimana di chiusura della SS. 268.
Quel progetto, sig. Commissario, va modificato per due ragioni: 1) perché non rispetta lo spirito e la storia dei luoghi; 2) perché quel muretto – fioriera, quella trincea, quell’argine imbottito di cemento, non ha senso alcuno, e come tutte le cose che non hanno senso, è brutto: e perché è dannoso. Se vi siano anche problemi di carattere tecnico – tecnica dell’ingegneria, tecnica dell’amministrazione – non so. So soltanto che ogni giorno di più quel budello e quel muretto si associano, nella mia immaginazione, ai muretti, ai paletti e ai cancelli, reali e metaforici, di altre disposizioni, di altre scelte, di altre circostanze che negli ultimi anni hanno bloccato, impedito, frenato Ottaviano. A Ottaviano non si può fare ciò che nei paesi vicini è consentito: gare automobilistiche, corse dei ciucci, fuochi d’artificio.
E mi fermo qui. Divieti legittimi, per carità. Siamo o no la città della legalità? Ma Ottaviano avrebbe avuto bisogno di amministratori che, dopo aver vietato ciò che non si può fare, creassero le condizioni per fare. Per fare qualcosa. Qualcosa di utile per tutti. Ecco, quel muretto è, per me, anche il simbolo di un aspetto della storia di Ottaviano – la storia del carattere degli Ottajanesi – di cui, in quanto ottajanese, non vado fiero. E’ un aspetto su cui, temo, dovremo tornare a breve.
La ringrazio, signor Commissario, per l’attenzione.

