“Il mangiamaccheroni” nei quadri di M. Stomer, di L. Giordano e di R. Guttuso

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I “mangiamaccheroni di Stomer e di Luca Giordano sono certamente napoletani. Raccontano i cronisti che i forestieri pagavano i “lazzari” perché mangiassero i maccheroni con le mani: e con le mani mangiava maccheroni anche un re Borbone. Scrive la Serao «Appena ha due soldi, il popolo napoletano compra un piatto di maccheroni cotti e conditi; tutte le strade dei quartieri popolari hanno una di queste osterie che installano all’aria aperta le loro caldaie, dove i maccheroni bollono sempre, i tegami dove bolle il sugo di pomidoro, le montagne di cacio grattato, un cacio piccante che viene da Cotrone. Ovviamente qua la pasta non avanzava ma veniva divorata».

 

 

‘A vita è nu muorzo, scrisse Raffaele Viviani in una poesia del 1947, in cui invitava i Napoletani a “sollevarsi“, con la sola forza delle loro braccia, dal disastro della guerra e dal dramma della miseria. Sedici anni prima egli aveva scritto la poesia Faciteme magna’, in cui cercava di demolire un fastidioso luogo comune della fastidiosa oleografia napoletana: il connubio tra gli spaghetti e il mandolino, l’idillio sciropposo in cui la musica dello strumento caccia via la presenza della fame vorace e trasforma il piatto in un ornamento della tavola, in una portata coreografica, che non si divora, ma che si assaggia e si pilucca. Il protagonista, che ha fatto il mestiere del cantante, alla Santa Lucia delle canzoni preferisce quella delle vongole sui vermicelli e del pesce fresco cucinato con l’olio e con il limone. Una delle prime opere che vede la pasta utilizzata come soggetto artistico è il “Mangiamaccheroni” di Mathias Stomer, pittore olandese del XVII secolo, vissuto a Napoli: e il personaggio è un “lazzaro” napoletano. Stomer disegna con grande abilità la scena; vermicelli, muscoli e mantello sono un intreccio mobile di linee, segno dell’ansia e della fame: ma l’una e l’altra si placano grazie ai maccheroni, e la bocca aprendosi fa sì che l’espressione del volto si distenda e si rassereni. E’ quello che capita a Totò nella scena famosa di “Miseria e nobiltà”, nell’assalto alla zuppiera e perfino nel gesto che nasconde gli spaghetti in tasca. Invece, la faccia di Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma” continua ad essere contratta, anche quando gli spaghetti entrano in bocca. Ma forse è colpa del cappello.

 

Totò non avrebbe mai mangiato i maccheroni con il cappello calato sui capelli. Plateale godimento esprime la faccia del mangiatore di pasta di Luca Giordano: egli porta alla bocca pochi fili di vermicelli, e quelli che restano nel piatto sono disposti in ordine, l’ordine commentato dalla forma circolare del piatto e dalla sfericità delle due forme di pane collocate sul tavolo. Il personaggio fa divertire il pittore che però gli porta rispetto. Il dipinto di Renato Guttuso ci presenta un uomo seduto a un tavolo, tutto concentrato sul gesto di mangiare un piatto di spaghetti. Il tavolo e il piatto stesso sono inclinati verso l’angolo basso a sinistra, e ciò dice allo spettatore che quello è il punto d’ingresso per leggere l’opera. “Entrati” nel quadro, vediamo che la stanza è spoglia, che una luce intensa viene da fuori “ L’ uomo è raffigurato con tratti somatici marcati, un volto scavato, occhi scuri e penetranti, e una folta capigliatura scura. Indossa una camicia bianca aperta sul collo, e le maniche rimboccate rivelano braccia robuste. La sua postura è inclinata verso il piatto, le spalle leggermente incurvate, segno di una concentrazione totale sull’azione del mangiare. Le mani, grandi e nodose, stringono la forchetta con una presa salda ma non aggressiva, mentre gli spaghetti si avvolgono attorno ai rebbi e si sollevano verso la bocca aperta.

 

 

La bocca è un elemento centrale, non solo per l’azione del mangiare, ma anche per l’espressione che comunica: una sorta di piacere intenso, quasi animalesco, ma anche una profonda soddisfazione. Il piatto di spaghetti è un tripudio di colore e di materia. Il bianco della ceramica contrasta con il rosso vivo del sugo, che sembra quasi pulsare di vitalità. Gli spaghetti, rappresentati con pennellate rapide e materiche, appaiono quasi come grovigli di fili luminosi, che catturano la luce e la riflettono. La consistenza della pasta è resa in modo magistrale, evocando la sensazione tattile e gustativa degli spaghetti al pomodoro. Accanto al piatto, sul tavolo, si intravede una bottiglia di vino scuro, un elemento che completa la scena e suggerisce un momento di pausa e di piacere personale Le minestre di pasta mmiscata con fagioli, soprattutto, ma anche con ceci, facevano parte della cucina d’ ‘o scarpariello, cioè del ciabattino. A Napoli c’era una cucina dei mestieri, la cui storia meriterebbe di essere raccontata. I guardaporte, per esempio, erano considerati i maestri del ragù, perché avevano tutto il tempo di sorvegliare le complesse vicende della sua cottura, mentre le parmigiane di melanzane e di zucchine e enormi cuozzi di pane, imbottiti di polpette e di cotiche, accompagnavano, nei loro viaggi, carrettieri, vatecari e cocchieri di carrozzelle.

 

I ciabattini, che sui fornelli scioglievano la pece e gli stucchi per le scarpe, tra una ciabatta e l’altra ripassavano a fiamma lenta la pasta e fagioli del giorno prima, e la tiravano via al momento giusto – il culmine della sapienza era nel cogliere questo attimo -, quando cioè era perfettamente attassata: una superficie compatta e ancora distinta.

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