Dal 1926 al 2026, un secolo di storia che va molto oltre il calcio. Quattro scudetti, Maradona, cadute e rinascite, fino alle vittorie dell’era contemporanea. Perché a Napoli l’azzurro non è soltanto il colore di una maglia: è memoria, identità e sentimento tramandato di generazione in generazione.
NAPOLI – Cento anni possono essere un traguardo. A Napoli diventano un racconto. 1926-2026. Un secolo esatto. Eppure provare a raccontare i cento anni della Società Sportiva Calcio Napoli limitandosi alle partite vinte, ai gol, agli allenatori e alle classifiche significherebbe raccontarne soltanto una parte. Perché esistono squadre di calcio che appartengono alle proprie città. E poi esiste il Napoli, che della sua città ha finito per assumere carattere, contraddizioni, orgoglio, ferite e capacità quasi ostinata di rinascere.
Il Napoli è stato grande, è caduto, è ripartito. Ha conosciuto campioni e stagioni anonime, stadi traboccanti di felicità e domeniche amare. È arrivato fino al fallimento ed è ricominciato dalla Serie C. Poi è tornato in Europa, ha ricominciato a vincere e, quando sembrava che certi giorni appartenessero ormai soltanto ai racconti dei padri, è tornato sul tetto d’Italia.
Forse è proprio per questo che Napoli si riconosce così profondamente nella sua squadra. Perché anche questa città, da secoli, cade e si rialza.
La data scelta dal popolo azzurro per celebrare il centenario è il 1° agosto 1926, anche se le radici del calcio napoletano affondano ancora più indietro nel tempo. Le prime esperienze risalgono alla fine dell’Ottocento. Nel 1906 nacque il Naples Cricket & Foot-Ball Club, nel 1911 l’Unione Sportiva Internazionale Napoli; dalla loro fusione sarebbe nato nel 1922 l’Internaples. Nell’agosto del 1926 arrivò poi il passaggio decisivo verso l’Associazione Calcio Napoli. Dal 1964 il nome che conosciamo ancora oggi: Società Sportiva Calcio Napoli.
Prima ancora delle televisioni a pagamento, degli smartphone e dei social, il Napoli passava attraverso una radiolina appoggiata sul tavolo, le discussioni nei bar, il giornale comprato il lunedì mattina. Passava da un padre a un figlio, da un nonno a un nipote. Ancora oggi basta camminare per Napoli per capire che quella trasmissione non si è mai interrotta.
L’azzurro è sui balconi, nei vicoli, sulle maglie dei bambini. È nei murales, nelle bandiere, nei nomi dei locali. Entra nella musica, nel cinema, nel teatro e persino nel linguaggio quotidiano. Perché a Napoli il calcio, quando riguarda il Napoli, smette spesso di essere soltanto sport e diventa fatto culturale.
E inevitabilmente, dentro questi cento anni, esiste un prima e un dopo. In mezzo c’è un uomo arrivato dall’Argentina nel 1984: Maradona.
Diego Maradona non è stato semplicemente il più grande calciatore che abbia indossato la maglia azzurra. Il rapporto tra Diego e Napoli è qualcosa che le statistiche non riescono a spiegare.
Bisogna conoscere la città, e forse anche la storia del Mezzogiorno, per comprenderlo davvero. Maradona arrivò in una Napoli che cercava anche attraverso il calcio una rivincita nei confronti di un Paese nel quale il divario tra Nord e Sud entrava perfino negli stadi.
E con lui arrivò ciò che per decenni era sembrato impossibile. Il 10 maggio 1987 Napoli diventò per la prima volta campione d’Italia. Il primo scudetto non fu semplicemente una vittoria sportiva. Fu una festa collettiva che trasformò la città in un enorme palcoscenico. L’azzurro coprì palazzi, strade e piazze. In quella stessa stagione arrivò anche la Coppa Italia. Due anni dopo, nel 1989, il Napoli conquistò la Coppa UEFA, il primo e finora unico grande trofeo europeo della propria storia. Nel 1990 arrivò il secondo scudetto.
Era diventata realtà una favola che sembrava non potesse appartenere a Napoli. E Diego diventò qualcosa di più di un campione. Ancora oggi il suo volto appare sui muri della città. E lo stadio che custodisce le domeniche del Napoli porta il suo nome.
Ma nessuna storia lunga cent’anni è fatta soltanto di gloria. Dopo l’epoca di Maradona arrivarono stagioni difficili, retrocessioni, problemi societari e infine il momento che sembrò cancellare tutto: il fallimento del 2004. Il Napoli dovette ricominciare dalla Serie C. Per molte società avrebbe potuto essere la fine di un’epoca. Per Napoli diventò un’altra partenza.
Con l’arrivo di Aurelio De Laurentiis iniziò la ricostruzione: la Serie C, la promozione, il ritorno in Serie A e poi nuovamente l’Europa. La Coppa Italia del 2012, quella del 2014, la Supercoppa, un’altra Coppa Italia nel 2020. Il Napoli tornò stabilmente tra le grandi del calcio italiano. Ma mancava ancora qualcosa. Quella parola che per una generazione intera era rimasta legata alle fotografie ingiallite del 1987 e del 1990: Scudetto.
2023, Napoli torna campione. Trentatré anni. Tanto è stato necessario aspettare.
Il 4 maggio 2023, a Udine, il Napoli conquistò matematicamente il terzo scudetto della propria storia. E accadde qualcosa di straordinario: una generazione che Maradona non l’aveva mai visto giocare poté finalmente capire ciò che genitori e nonni avevano provato.
Napoli esplose. Non soltanto la notte della vittoria. La città si era preparata per mesi. Chilometri di festoni, bandiere tra i palazzi, quartieri interamente dipinti d’azzurro. Fu una festa sportiva, certamente. Ma ancora una volta fu soprattutto una gigantesca rappresentazione collettiva dell’identità napoletana.
Poi, appena due anni più tardi, arrivò qualcosa che rese ancora più straordinario il nuovo capitolo della storia azzurra: il quarto scudetto, quello della stagione 2024-25.
Quattro campionati italiani: 1986-87, 1989-90, 2022-23 e 2024-25. A questi si aggiungono sei Coppe Italia, tre Supercoppe italiane e la Coppa UEFA del 1989, oltre agli altri trofei presenti nel palmarès ufficiale.
Numeri che raccontano il successo. Ma non ancora il Napoli. Per capire davvero questa storia bisogna osservare gli spalti. Un bambino sulle spalle del padre. Un anziano con una sciarpa conservata da quarant’anni. Un emigrato che segue la partita da Milano, New York, Londra, Buenos Aires o Sydney. Persone che magari non si sono mai incontrate e che per novanta minuti pronunciano contemporaneamente le stesse parole.
È qui che il Napoli diventa appartenenza. Il calcio ha una capacità che poche altre espressioni popolari possiedono: costruire una memoria comune tra persone che non si conoscono. A Napoli questa capacità viene moltiplicata dalla natura stessa della città.
Napoli è teatro e strada, sacro e profano. È Eduardo e Pino Daniele, Totò e Massimo Troisi. È Caravaggio e San Gennaro. È il Vesuvio che domina il golfo e il mare che sembra ricordare continuamente alla città di essere contemporaneamente confine e apertura verso il mondo. E dentro questo enorme patrimonio culturale, ormai, c’è anche una maglia azzurra.
Non è irriverente dirlo: il Napoli appartiene alla cultura popolare della città. Lo dimostra anche la scelta della Treccani che, in occasione del centenario, accompagnerà il progetto con una pubblicazione speciale: secondo quanto annunciato dal club, è la prima volta nella storia dell’istituzione culturale che viene realizzato un progetto di questo tipo dedicato a una società calcistica.
Il Napoli ha scelto di non concentrare tutto in una singola giornata. Il centenario diventerà un anno di celebrazioni sotto un’espressione che a Napoli contiene molto più del suo significato letterale: “Pe’ cient’anne”. Un augurio.
Le celebrazioni partono simbolicamente il 1° agosto 2026 e accompagneranno il club fino al 31 luglio 2027. Sono previsti eventi, incontri, iniziative culturali e un film dedicato al centenario, scritto con il contributo di Maurizio de Giovanni e Mimmo Carratelli.
Ed è significativo che una squadra scelga di raccontare il proprio compleanno anche attraverso un film, un libro, incontri e cultura. Perché probabilmente ha compreso ciò che Napoli sa già da tempo: questi cento anni non appartengono soltanto al calcio.
E quindi uscimmo a riveder l’azzurro
Dante, terminando l’Inferno, scrive uno dei versi più celebri della nostra letteratura: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Anche il Napoli, nella sua storia centenaria, ha conosciuto il proprio inferno sportivo: è caduto nelle categorie inferiori, ha attraversato il fallimento e ha dovuto ricominciare. Ma è tornato. E forse anche per questo la sua storia somiglia così profondamente a quella della città che rappresenta.
Si può dire che cento anni di Napoli siano soprattutto la storia di un amore. Quello che ha mosso generazioni verso uno stadio. Che ha attraversato vittorie e sconfitte senza esaurirsi. Che ha fatto piangere uomini adulti per un pallone entrato in una porta.
Un amore irrazionale, popolare, smisurato. E davanti al golfo, sotto il Vesuvio, Napoli continua a guardare verso il proprio paradiso. Naturalmente azzurro.
(fonte foto: rete internet)






