Con queste parole di scherno, Salvatore Campagna, camorrista del 1800, nega la sfida a duello con Aniello Improta, giudicato “non degno” della lama del proprio >mollettoneÈ una tiepida giornata di maggio del 1882 e il commissario di polizia di Torre del Greco interroga nel suo ufficio Salvatore Campagna, di anni 22, tavernaro e maccaronaro di San Giovanni a Teduccio, che è “in odore di camorra”. Dimmi un po’: è vero che due sere fa hai fatto una tirata, ‘na zumpata, insomma hai sostenuto un duello con Aniello Improta, bottonaio di Torre del Greco, proprio qui, dietro l’ Arcioconfraternita di San Michele Arcangelo? È vero che giudice della zumpata era proprio il capintesta di Torre, Salvatore Fedele, sensale di frutta, e che lui vi ha consegnato i mollettoni, i coltelli a serramanico?
Ovviamente, Salvatore Campagna, destinato a una brillante carriera nell’Onorata Società, non si fa intimidire dalla voce grossa e dal piglio truce del commissario, né dallo squallore della spoglia stanza in cui si svolge l’interrogatorio. Salvatore nega, memore del consiglio, nega, nega sempre, che gli hanno dato i camorristi spierti, che hanno già fatto la trafila: ferri ai polsi, cella, interrogatorio, e qualche ripassata dei carcerieri. Ma Salvatore non è soddisfatto di quel banale negare: è figlio e nipote di un oste, è smargiasso, ed è “simpatico“ per quell’ironia amara che da sempre è virtù fondamentale degli osti e dei tavernari.
Questo Aniello Improta, dice Salvatore, non avrebbe mai potuto affrontare il mio coltello: se è guappo, è ‘nu guappo ‘ e vermutte. Questa immagine scintillante, uscita fuori, all’improvviso, dalla prosa banale del verbale di polizia mi ha fatto sorridere: Salvatore dà una risposta da cavaliere antico, che accetta la sfida a duello solo da chi ha una “nobiltà“ pari alla sua. Mentre continuo a sfogliare le carte d’archivio, la mia memoria svela tutto il suo provincialismo sorprendendomi con il ricordo di un ottajanese, Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, che il 3 aprile 1662 partecipò a un duello all’arma bianca tra nobili calabresi e nobili napoletani, chiamati a risolvere una disputa che si era accesa tra il calabrese principe di Cariati e il napoletano Marcello Lettieri, principe della Petra, per il possesso di una “cagnola“, di una cagnetta.
All’alba di quel 3 aprile si sorteggiarono le coppie, e al Medici di Ottajano toccò come avversario Cecio Baldacchino di Amantea: un affronto della sorte: perché Cecio non solo non era nobile, non solo “viveva scarsamente con la professione di dottore”, ma aveva la “nominata di truffaiuolo“. E per convincere il Medici a incrociare la sua spada con tale soggetto ci volle tutta l’autorità di suo zio Giovanni Battista Caracciolo dei principi di Avellino, che era anche uomo di chiesa, e priore di un’abbazia pugliese di cui forse non ricordava più nemmeno il nome, – non ci era mai andato -, ma era, prima di tutto, maestro d’armi e “dottore“ di regole e procedure dell’arte del duello.
Il duello fu al “primo sangue“: vinsero i napoletani. Ma alcuni giorni dopo alcuni degli sconfitti, Giovanni De Gennaro, Ramiro Ravaschieri e gli Spinelli, tesero un agguato al Lettieri e, sebbene egli fosse in compagnia dei figlioletti, gli scaricarono addosso le loro pistole e lo ferirono gravemente. Napoli fu disgustata da tanta viltà: ce stevano ‘e piccerille.. Il 9 giugno De Gennaro e Ravaschieri fecero affiggere per tutta Napoli cartelli di sfida contro chiunque considerasse spregevole il loro comportamento: il luogo dell’appuntamento era piazzetta Nilo, davanti alla casa da gioco di Tommaso Guindazzo, capitano di cavalleria e padrone di una vasta masseria là dove oggi c’è Guindazzi.
La mattina del 10 giugno Giuseppe Medici e il suo “compariello“ Carlo Piccolomini del Vallo si presentarono in piazzetta Nilo e a gran voce chiamarono gli sfidanti, che erano asserragliati nella casa da gioco protetti da un folto gruppo di “bravi“. De Gennaro si affacciò, vide che i due giovanotti erano venuti soli, e che erano armati non di spada, ma di “volpino“, il nervo di bue usato dai mandriani. Il Medici era venuto a oltraggiarli: siete delle bestie, e da bestie vi trattiamo, il vostro sangue non è degno di macchiare le nostre spade. Gli sfidanti decisero di scendere in piazza, con la scorta dei “bravi“: ma, osservando più attentamente, notarono che tutt’intorno alla piazza c’era una densa corona di mendicanti: da dove erano usciti? Non ne avevano mai visti tanti, nemmeno davanti alla vicina chiesa del Gesù. E avevano tutti cère terribili e ghigni minacciosi.
Erano i “bravi“ ottajanesi del Medici, che si erano vestiti con le lunghe palandrane di chi viveva di elemosina, per nascondervi non pani e companatico, ma coltelli, spade e pistole. De Gennaro e Ravaschieri risalirono precipitosamente nella bisca Guindazzo. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché gli studiosi della camorra napoletana, quando hanno affrontato la questione delle sue origini, non abbiano considerato degna di attenzione la folla di “bravi“, di scudieri, cavallai, cocchieri, guardaboschi, circa 5000 alla fine del ‘600, che lavoravano al servizio dei principi e dei ricchi borghesi napoletani, e non solo nei palazzi di città, ma anche nelle masserie e nelle ville, e che quasi sempre si tramandavano di padre in figlio l’impiego, la “bravura“ e i privilegi connessi.
E torniamo a Salvatore Campagna. Con una sola immagine, guappo ‘e vermutte, il tavernaro scrive un saggio di antropologia, costruisce due ambienti e due culture. Da qui la taverna, il vino, il gioco, le risse quotidiane, il coltello, il sangue, le virtù maschie, la feccia dei vini e quella della società, di là il vermuth, il vino aromatico, delicato, medicamentoso, forestiero, e il suo pubblico di signorini e di signorine, di “galantuomini“ dai modi gentili, e di preti, nella cui dispensa il vermuth ha preso il posto del rosolio. Aniello Improta non conosce il piacere di una bevuta di aglianico, tra gli schiamazzi che si dividono lo spazio di una cantina con i silenzi lunghi e pesanti. Il bottonaio frequenta le caffetterie eleganti di Torre del Greco, quelle di Catello Rajola e di Filippo Romiti, dove trova il vermuth Cora, un vino che nasconde dentro di sé essenze di erbe e gocce di caramello.
Quello delle taverne e delle cantine è un mondo che se ne va, pensa Campagna, e forse lo pensa anche il commissario. Da qualche anno la bella gente che frequenta gli alberghi di Capri e che discute e fa assaggi di cucina internazionale all’hotel Vittoria di Sorrento, sta imponendo la moda dei “tonici“: non solo il vermuth piemontese, ma anche l’elisir di china che il commendator Guacci, romano, ha preparato per “chi ha bisogno di fortificare i nervi e rinfrancare le forze“: insomma per Aniello Improta e per tutti coloro che soffrono di un’affezione che Dryden e Sterne chiamano dolcezza di sangue e che predispone a subire, a patire e a farsela sotto.
(Quadro: Michele Cammarano, “Rissa in osteria”, 1887)



