I legali di Parolisi convinti di poter ribaltare la sentenza con indizi finora non presi nella giusta considerazione.
Domani, mercoledì 25 settembre, si apre un nuovo capitolo per il caso dell’omicidio di Melania Rea. Per l’assassinio della giovane mamma di Somma Vesuviana fu condannato all’ergastolo, un anno fa, il marito Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’esercito.
Per il quale, secondo i suoi legali, ci sarebbero spiragli di un capovolgimento della sentenza. Tanto è vero che in un’intervista rilasciata due giorni fa al quotidiano «Il Centro», l’avvocato Nicodemo Gentile difensore di Parolisi anticipa quella che sarà la strategia nel processo di appello. L’uomo, ritenuto in primo grado l’assassinio della moglie e privato di tutti i diritti, compresa la patria potestà sulla figlia Vittoria che dal primo giorno dopo la tragedia vive a Somma con i nonni materni, si è visto comunque rifiutare dalla corte il processo «pubblico». Il tentativo della difesa sarà di smontare il castello accusatorio dimostrando che nel luogo del delitto non c’era Parolisi, ma altre persone.
I legali del militare partiranno da indizi non presi, secondo loro, in debita considerazione: a cominciare dalle perline e dai brillantini trovati accanto al cadavere di Melania, per finire al segno di pneumatico accanto al corpo che non risulta dell’auto di Parolisi. E ipotizza l’avvocato Gentile: «Non è da escludere che quei segni come svastiche e croci, incisi sul corpo di Melania, siano da ricondurre al mondo della caserma di Ascoli. Il vero movente, che sfugge ancora, può essere legato a quel luogo dove Parolisi lavorava». E pochi giorni fa, lo stesso Parolisi ha lanciato un appello al misterioso uomo che avvisò con una telefonata di aver visto il cadavere di una donna, era Melania, nel bosco delle Casermette a Teramo.
«Da uomo a uomo, aiuta me a uscire da questo tunnel e Melania a trovare pace e verità» — è il messaggio che Parolisi ha diffuso tramite i suoi legali all’ignoto telefonista che chiamò il 113 dopo aver scoperto il corpo. Domani, a L’Aquila, comincia l’appello che forse scriverà un’altra pagina in questa brutta storia che ha tolto alla famiglia Rea una figlia e alla piccola Vittoria una mamma, ma anche un papà. La sentenza che ha condannato Parolisi all’ergastolo confinandolo in una cella del carcere di Castrogno si basa su indizi tramutatisi in prove, sulle bugie, sui depistaggi messi in atto scientemente dallo stesso caporalmaggiore, sulle intercettazioni telefoniche, su ciascuna menzogna con cui il marito di Melania si è costruito, da solo, un fragile castello di menzogne che gli investigatori hanno smantellato una ad una.
Intanto Salvatore ha festeggiato in carcere il suo trentacinquesimo compleanno, si è rimesso a studiare conseguendo il diploma di perito agrario, ha imparato persino a cucinare una crostata, il suo dolce preferito. Legge attentamente gli atti processuali, ogni settimana parla al telefono con sua figlia Vittoria sulla quale non ha più la patria potestà e le scrive lettere che poi consegna a sua sorella, non le spedisce per evitare che siano intercettate e finiscano, come già accaduto, su quotidiani e settimanali. Un detenuto modello. Finora una corte, e gran parte dell’opinione pubblica, lo ha ritenuto un assassino. Di sicuro si sa che è un bugiardo patologico, ma è anche un assassino? In molti credono che le piste da seguire siano altre, che si debba partire dalla caserma per arrivare forse in Afghanistan, che ci sia una linea diretta tra l’assassinio di Melania e un traffico di droga internazionale.
Ma se pure Parolisi non avesse ucciso sua moglie con le proprie mani (e 35 coltellate), tutti, anche gli innocentisti, sono convinti che non abbia detto tutto. Cosa sa di più il caporalmaggiore? Sta proteggendo qualcuno? E perché? Forse l’appello risponderà anche a qualcuna di queste domande. O forse no. La famiglia Rea però non recede dalle proprie convinzioni secondo cui l’assassino di Melania è già in carcere. E lì deve restare.
(Fonte foto: Rete Internet)

