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Lettera aperta a Luigi Pone

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I direttori dei giornali territoriali importanti si trovano nella condizione degli iniziati ai misteri del dio Mitra: il “ruolo” si è impadronito di loro, ed essi non possono più tornare alla vita di prima. Anche Luigi è, ormai, un “vocato”.

I veri amici sono i solitari insieme (Abel Bonnard)

Egregio Direttore,

quando mi parlasti della tua intenzione di lasciare la direzione del giornale, non mi permisi di darti consigli. Per due motivi. Perché io non ho mai chiesto consigli, e dunque mi guardo bene dal darne, anche quando me li chiedono: chi li chiede, quasi sempre ha già deciso, e cerca solo un correo o un capro espiatorio su cui scaricare colpa e responsabilità di un eventuale fallimento.

Ma la cosa non riguarda te: non ti sei mai nascosto, sei sempre stato in primissima fila, a difendere il giornale e i collaboratori. Non ti diedi consigli, perché sei, dovrei dire, un saggio: ma non lo dico, perché sono tempi, questi, in cui anche i saggi nazionali, quelli scelti dal Potere come saggi, fanno ridere, in quanto a saggezza. Dico, perciò, che sei un razionale che resta razionale anche quando sente il dovere di pensare pensieri di lucida rabbia, e di enunciarli, pubblicamente, con calma e con chiarezza: sai che una cosa è la moderazione, e tutta un’altra cosa è fingere di non vedere e di non sentire. Sai che questa coraggiosa distinzione è il fondamento della libertà.

Sei un “logico“ che avverte, intenso, il pudore delle emozioni. Perciò, in questa tua lettera, visibile e immediatamente leggibile, ce n’è un’altra, nascosta, intrisa di commozione: la “vedono“ e la leggono solo i tuoi primi compagni di strada, quelli con cui hai iniziato il viaggio. Per questo tuo pudore ci hai tolto la possibilità di commentare “in diretta“ la tua lettera d’addio, e perciò mi costringi ad essere scostumato – la cosa, talvolta, mi riesce bene – per pagare i due debiti che ho contratto con te. Il primo debito l’ho contratto, in verità, prima ancora che con te, con la nostra Patrona, Carmela D’ Avino.

Fino a qualche anno fa il computer lo usavo, solo e con grande fatica, come macchina da scrivere, e l’idea che si potesse fare un giornale online non riusciva a trovar posto nel mio immaginario. Non posso dire di aver rinnegato del tutto la fede nella carta stampata – i limiti dell’intelletto e dell’età non si possono cancellare, purtroppo -, ma grazie a Carmela e a te ora so che la via maestra dell’informazione, soprattutto di quella territoriale, passa per la Rete. So anche che nel Vesuviano non sono rimasti solo le chiacchiere e i rimpianti, che servono soprattutto a “cummigliare“ la nostra inettitudine, ma c’è ampio spazio per i coraggiosi che si mettono in gioco, amano il rischio e sanno ascoltare la voce dei tempi. Lo avete dimostrato voi tutti: Carmela, tu, e gli altri padri fondatori del giornale.

L’altro debito l’ho contratto con la tua salda capacità di sollecitare interessi, di proporre temi, argomenti e punti di vista originali, di orientare il dibattito: perché sei sempre “presente“, nel senso che conosci come pochi, nei termini della concretezza e della profondità, la realtà sociale e culturale del territorio, e non solo del territorio, ovviamente, e ne segui con grande attenzione le linee di sviluppo.

Ma sapere troppo, diceva un tale, talvolta può risultare un problema. Caro Luigi, mi sono fatto persuaso che i direttori dei giornali territoriali importanti si trovino nella stessa condizione degli iniziati ai misteri di Mitra: hanno raggiunto un livello di conoscenza tale che il territorio e il ruolo si impadroniscono di loro e non consentono che essi rinuncino, si arrendano, si tirino indietro. Ormai sei un “vocato“, un “chiamato“. E mi fermo qui. Nella tua lettera mi hai messo accanto a Amato Lamberti: dovrei ringraziarti, ma non lo faccio. Lo sai anche tu, che hai esagerato, e non di poco. Ti ricordo che mi hai promesso che sarai parte attivissima di un certo progetto editoriale che si sta costruendo. So che potremo contare su di te.

Il mio saluto l’affido al quadro che ho scelto per accompagnare questa lettera: quando mi voglio persuadere che il disordine non sia l’antitesi dell’ordine, ma sia solo un ordine multiplo e complesso, mi metto a osservare l’immagine di questo capolavoro dipinto dal più “razionale“ dei geni della pittura. Le strade degli amici non si separano mai.
Carmine Cimmino
(Foto: G. Braque, Natura morta con "Le Jour", 1929)

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