Sono in numero crescente, si appassionano alle vicende umane dei propri assistiti, riescono a compenetrarsi nei problemi, sono spesso più preparate dei colleghi maschi: eppure, quello delle donne nell’avvocatura è un percorso ancora tutto in divenire.
Sono tante nelle aule di giustizia, ancor di più quelle che scelgono il duro e tortuoso cammino della libera professione forense: eppure, sono ancor poche quelle chiamate a svolgere uffici direttivi, quelle che riescono a superare la fase del praticantato senza abbandonare la propria strada, quelle elette consigliere degli ordini professionali e membri di organismi pressoché chiusi al sesso muliebre, come il Consiglio Superiore della Magistratura o la Corte Costituzionale.
Sono in numero crescente, si appassionano alle vicende umane e personali dei propri assistiti, riescono a compenetrarsi nei problemi senza sosta, sono spesso più preparate dei colleghi maschi: eppure, quello delle donne nell’avvocatura è un percorso ancora tutto in divenire, che paga lo scotto di secoli di arretratezza culturale e di una parificazione sotto il profilo funzionale che, tuttavia, è avvenuta solo in tempi recenti ed a singhiozzo.
La presenza delle donne nel mondo del diritto ha radici lontane: a fine del settecento fu Maria Pellegrina Amoretti la prima donna a scegliere di laurearsi in giurisprudenza, senza però proseguire nel lungo processo verso l’abilitazione professionale, probabilmente troppo all’avanguardia per una giovane donna di quei tempi che volesse, verosimilmente, essere anche madre e moglie.
La giovane Lidia Poet, invece, fu protagonista di un episodio singolare, destinato a fare la storia dell’avvocatura nazionale in rosa: scelse ed ottenne, nel 1883, di iscriversi all’albo professionale, ma la sua iscrizione fu annullata dalla Corte di Appello di Torino con motivazioni che, rilette oggi, fanno a dir poco accapponare la pelle.
Tra le argomentazioni espresse dalla sentenza, la cd. imbecillitas sexus, in uno ad un’asserita incapacità naturale della donna ad esercitare la professione, definita troppo sconveniente già solo nell’abbigliamento femminile sotto la toga, idoneo addirittura a compromettere la serietà dei giudizi finali.
Bisogna attendere l’agosto del 1919 per vedere, finalmente, la prima donna avvocato in campo: Elisa Comani, di Ancona, riuscì non solo ad ottenere l’iscrizione all’albo degli Avvocati, ma addirittura la difesa in alcuni processi, tra cui quello cd. dei bersaglieri, dove riuscì a riscuotere un buon successo generale.
Da allora l’iscrizione delle donne nell’albo degli Avvocati divenne una conquista incontestabile: se si pensa che il voto alle donne fu riconosciuto solo nel 1945, è evidente che non si trattò di un obiettivo di poco conto, ma di un accadimento che fece da apripista alle conquiste successive, in campo forense e non solo.
Con l’accesso alle donne ad ogni pubblico impiego o professione (1963), con la riforma del diritto di famiglia (1975), con la legge contro la violenza sessuale, definito finalmente delitto contro la persona (1996) si sono fatti dei significativi passi in avanti verso la parità, al di là delle spesso mortificanti problematiche connesse alle "quote rosa" ed a goffi tentativi, più o meno falliti, di fomentare l’emancipazione femminile.
Tuttavia, la strada delle donne nell’avvocatura è ancora lunga da percorrere, nonostante i dati incoraggianti forniti dalle statistiche: la donna continua a pagare lo scotto di voler essere, prima che una professionista, una moglie ed una madre, con pesanti ricadute sulla professione forense.
Chissà se un giorno, di sicuro lontano, le nostre eredi potranno ammirare un busto di donna nell’omonimo salone del Tribunale di Castel Capuano: sarebbe il primo, tangibile segno dell’ottenimento di un traguardo, quello del riconoscimento formale dell’operato professionale ed umano di un’esponente del "sesso debole" che, più di altre sue colleghe, sia riuscita a lasciare un senso indelebile nelle aule di giustizia come nel cuore dei suoi assistiti.
(Fonte foto: Rete Internet)

