Le “Coefore” e le “Eumenidi” di Eschilo al Teatro Grande di Pompei

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Il dramma terribile di Oreste, che prima “deve” uccidere la madre Clitemestra, per vendicare il padre Agamennone, e poi viene assolto per volontà di Atena. Dalle pietre del Teatro Grande risuona l’eco arcana di parole e di passioni eterne. LE FOTO

Generandomi mi hai gettato nella sventura
(Oreste alla madre Clitemestra, Coefore, v. 913)
Non devi lodare né una vita priva di regole, né sottoposta a tirannia
(Eumenidi, vv.526-7)

Domenica 29 giugno 2014 al Teatro Grande di Pompei, riaperto dopo travagliate vicende, con la messa in scena delle Coefore e delle Eumenidi, si è conclusa la rappresentazione dell’Orestea, la trilogia tragica eschilea, inaugurata il giorno precedente con l’Agamennone del regista Luca De Fusco.

Nell’aria pareva che ancora si percepisseil solenne lirismo dei versi della prima tragedia, che, nelle interpretazioni di Massimo Venturiello (Agamennone), Elisabetta Pozzi (Clitemestra), Paola Gassman (Cassandra), Ugo Pagliai (Apollo) e Piera Degli Esposti (Atena), avevano suggerito il vasto respiro di una onirica bellezza.
Alle 20,00, i cancelli degli Scavi si aprono ed inizia il “viaggio”, attraverso i viali alberati, i portici monumentali, l’antica palestra e, infine, la gradinata del Teatro, riservata agli spettatori. Il fascino dei secoli e il tono “familiare” di una struttura non senza misura, accogliente e funzionale, hanno avvolto come in uno spazio sentimentale, fatto di ricordi e di silenzi, il pubblico attento, ordinato, curioso.

Personalità del mondo della politica, docenti, amministratori, attori, studenti, imprenditori: ognuno coi suoi versi nella mente e nel cuore, pronto a scambiare col vicino le proprie positive impressioni per quanto già visto, e a discutere di qualche piccolo inconveniente dell’organizzazione: ma palpabile era dovunque l’intensità dell’attesa per la nuova messa in scena, sotto un cielo poco stellato, ma carico di promesse.

E lo spettacolo comincia, puntuale, sotto la regia di Daniele Salvo, e subito lui, il protagonista, Oreste, irrompe con l’amico Pilade a rivelare al pubblico lo scopo del suo ritorno in patria: vendicare la morte del padre Agamennone e purificare col sangue della madre e del suo nuovo compagno Egisto – è questa la volontà di Apollo – la terra di Argo che i due traditori hanno contaminato con il sangue del re.

A suggello del suo impegno, Oreste offre alla tomba nera del padre una ciocca dei suoi capelli. Dopo neanche cinque minuti di rappresentazione, quel taglio riesce già a toccare l’animo di chi guarda sentendosi scuotere nel profondo dall’orribile proposito del matricidio. Dopo l’uxoricidio, che è al centro dell’ “Agamennone”, Eschilo affronta il dramma più terribile, quello di un figlio che “deve” uccidere la madre. I dubbi etici e religiosi sulla vendetta, insinuatisi già nelle menti degli spettatori, sono interrotti, a un tratto, dall’ingresso sulla scena delle Coefore, dal fondo di un’ architettura sobria, minimalista.

Alla compassata teatralità dell’Agamennone risponde il clima delle “Coefore”, che è fortemente dionisiaco: e per la sete di sangue delle Furie, “figlie della notte” e signore della vendetta, e per il folle dolore delle schiave troiane, coefore, “portatrici di libagioni” alla tomba del re, madri, spose, sorelle strappate alla loro terra e alle loro famiglie e congiunte al destino di una reietta, Elettra, disperata per la morte del padre Agamennone e della sorella Ifigenia, e di un’assassina, Clitemnestra, accecata dalla passione per il suo amante Egisto.

Al coro delle Coefore e a quello delle Erinni, che poi diventeranno benefiche “Eumenidi”, è demandato il principale compito dell’interlocuzione e del raccordo con gli attori e le loro vicende, ma con le figure plastiche della suggestiva coreografia la comunicazione sembra superare i limiti del Teatro e trasferire anche allo spettatore di oggi tutto il tormento dell’uomo in balia della propria sorte: gli spettatori si sentono coinvolti, e l’emozione li porta a identificarsi con i personaggi, grazie anche alle musiche di Marco Podda che apre il mistero del tempo e della poesia al ritmo drammatico di sinfonie “romantiche”.

Bravi gli attori e le attrici, figure intense, ma mai soverchianti la scena stessa; contenuto il pathos, tracimante solo nei momenti di maggiore significato ed espressività: la vana profezia di Cassandra, il seno nudo che Clitemestra mostra al figlio ricordandogli che lo ha allattato, che è sua madre, la dolcezza con cui la nutrice ricorda l’infanzia di Oreste, l’angosciata consolazione di Elettra quando incontra il fratello, e la scena finale, in cui al matricida Oreste appaiono, ma sono invisibili per gli altri, le Erinni, “con neri manti e con le chiome intrecciate di serpenti che si aggrovigliano”.

Il rosso del sangue c’è e si vede: sui corpi uccisi, sui veli pietosi, sulle bocche delle Erinni, sulle mani degli assassini; c’è il nero del lutto e della maledizione; ma c’è anche l’oro di Atena, col suo chiarore, che interviene a portare luce nelle tenebre della ragione. La vendetta cede il passo alla giustizia, prima umana e poi divina, perché l’uomo sappia quali sono il suo limite e il suo traguardo.

Pátheimáthos” propone Eschilo: imparare da ciò che si soffre, il dolore come fonte di conoscenza, il dolore che purifica, rinnova, trasforma. E’ la catarsi aristotelica, che coinvolge ancora il pubblico:lo si percepisce sensibilmente nella scena finale delle Eumenidi, grazie alla coraggiosa scelta del regista di porre al centro dell’orchestra, sul sepolcro di Agamennone, su cui tutto comincia e tutto finisce, una giovane donna nuda, immagine di una riacquistata innocenza, che si irradia dalla pelle candida dell’attrice: ella stringe al seno un bimbo che è figlio suo, ed è figlio di tutti: un bimbo venuto alla luce in un mondo ormai giusto, che chiede di essere accolto, protetto allevato.

E’ la speranza nel ritorno di Dike, la Giustizia: senza giustizia non c’è civiltà. E’ questa l’idea di Eschilo. Se dopo 2500 anni il messaggio di un’opera, sfidando la mediazione del tempo e delle forme umane, si avverte ancora così forte e chiaro, allora sì, la messa in scena è riuscita e tutti meritano il nostro applauso.