E’ una sentenza storica quella emanata ieri dalla Consulta. Spazzato via l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, che dava la possibilità di fare sindacato solo a chi sottoscriveva i contratti. Che i metalmeccanici Cgil, nel 2010, non firmarono.
“La Corte dichiara l’incostituzionalità della seconda parte dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori” . Il comunicato viene diramato dalla sede della Consulta poco dopo le due del pomeriggio di ieri. E’ una sentenza choc per la Fiat, spuntata dopo che la Fiom e la Filcams Cgil di alcune aziende del Lingotto, Ferrari compresa, dislocate a Modena e a Vercelli, si erano rivolte ai rispettivi tribunali civili giurisdizionali per poter esercitare il loro diritto a fare sindacato nei luoghi di lavoro, a dispetto del contratto Fiat, che da quasi tre anni esclude dagli stabilimenti chi non lo firma. La Consulta però specifica che “che la rappresentanza sindacale aziendale è costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”.
In soldoni: il sindacato che, pur non avendo voluto firmare, dimostra di aver comunque partecipato ai negoziati per i contratti collettivi vigenti ha in ogni caso diritto a godere in tutti i luoghi di lavoro delle agibilità sindacali, cioè ad avere la propria saletta, le bacheche d’informazione, a indire le assemblee, a riunirsi con i propri iscritti, a chiedere e ottenere i permessi retribuiti, a dichiarare lo sciopero. “ E ci sono fiumi di filmati, articoli e documenti che dimostrano che abbiamo partecipato ai negoziati. Ma è superfluo sottolinearlo perché è sotto gli occhi di tutti ”, specifica Maurizio Mascoli, della segretaria regionale Fiom Campania.
La sentenza dell’Alta Corte dà uno scossone non solo alla Fiat ma a tutta l’economia italiana. Adesso anche i sindacati di base più invisi alle aziende, e di tutti i settori, possono rivendicare, dimostrando la loro partecipazione ai negoziati per i contratti, il loro diritto a entrare nei consigli di fabbrica, a trattare con le imprese alla pari con le organizzazioni firmatarie. Sembra irreale ma è tutto vero. E’ un lampo di luce nel buio dei conflitti, giudiziari e di piazza. L’ultimo contratto collettivo di lavoro era stato uno strappo molto doloroso. Lo aveva immaginato Marchionne. Primo obiettivo: la newco di Pomigliano. Nuova azienda slegata da Confindustria e da un sistema di regole indigeste al leader Fiat.
Quindi, il 16 giugno del 2010, accordo fatto con Fim, Uilm, Fismic e Ugl: chi non firma è fuori della fabbrica, come prevede l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Ma la Fiom non cede. Inammissibile per i metalmeccanici della Cgil immaginare “uno strumento in deroga alla contrattazione nazionale, alle leggi, al diritto di sciopero, ai diritti fondamentali, alla Costituzione ”. Pochi giorni dopo, il 22 giugno, il lacerante referendum di stabilimento, preceduto dal diktat del manager italocanadese: “O si vota si o non s’investe più a Pomigliano” . I lavoratori si dividono tra un 68 per cento di favorevoli all’accordo e un 38 per cento di contrari, opposizione inattesa quanto consistente. Dicembre 2010: il modello varato in terra partenopea viene esportato nelle fabbriche Fiat di tutt’Italia. Nasce il contratto collettivo dell’auto.
La decisione non sorprende più di tanto ma smentisce le dichiarazioni di qualche mese prima dei sindacalisti del si, pronti l’estate precedente ad affermare che il caso Pomigliano sarebbe rimasto unico nel panorama nazionale. A quel punto il più grande sindacato metalmeccanico italiano è fuori dalla più grande azienda d’Italia. I rapporti con il Lingotto e le organizzazioni firmatarie s’inaspriscono. Gli odii tra i lavoratori aumentano. E i tribunali si riempiono di cause. A Pomigliano Marchionne e il direttore dello stabilimento, Garofalo, vengono denunciati per discriminazione: tutti in cassa integrazione gli operai iscritti alla Fiom. Dentro, nella newco, lavorano solo quelli che non hanno avuto rapporti col sindacato di Landini.
Va avanti così sin da quando viene inaugurata la produzione Panda, il 14 dicembre del 2011. Nel frattempo a settembre il tribunale di Nola sentenzia salomonicamente che “l’accordo Panda è legittimo” e che “alla Fiom devono essere riconosciute le agibilità sindacali”. La Fiat ovviamente si oppone alla seconda parte. Ma nel 2012 il tribunale di Roma accoglie il ricorso contro la discriminazione dei primi 19 operai della Fiom che hanno fatto causa alla newco. A novembre i metalmeccanici rientrano in fabbrica ma vengono tenuti lontani dai luoghi di produzione, imprigionati in un corso di formazione lunghissimo. Febbraio 2013: il Lingotto decide di disfarsene. Li mette alla porta, preferendo pagarli a stipendio pieno a casa pur di non far entrare il “virus” della sinistra politica e sindacale nella catena di montaggio plasmata al Marchionne pensiero.
Si rincorrono però le voci di un’imminente azione della magistratura contro la discriminazione. E i professori di diritto al servizio del supermanager cacciano dal cilindro un’altra idea: sciogliere la newco, mescolare di nuovo le carte, far tornare tutti i lavoratori alle dipendenze di Fga, acronimo di Fiat Group automobiles. Ad aprile i 2146 affidabili, assunti nella newco nel 2010, tornano nella società in cui erano rimasti gli altri 2660 colleghi: 900 in fabbrica da qualche tempo, 1390 di Pomigliano in cassa integrazione da anni e 316 del reparto logistico di Nola pure loro fermi, a casa dal 2008, cig a zero ore. Il dietrofront della Fiat prevede una minirotazione per 650 dei 1344 cassintegrati di Pomigliano, cinque settimane appena di lavoro, a turno, fino al 31 luglio prossimo.
Lavoratori tutti da stipare in un reparto creato ad hoc, il reparto C, ben lontano dal cuore delle produzioni regolate come un orologio svizzero. Entrano dopo tanto tempo i primi operai iscritti al sindacato di Landini. “ La discriminazione non c’è a Pomigliano”, scrive la Fiat. Non la pensa così la procura di Nola, che iscrive lo stesso nel registro degli indagati, ai sensi di questo reato, Marchionne e Garofalo, già denunciati dalla Fiom due anni prima. Ora però c’è il parere dei pareri, di quelli che obbligano, che vincolano tutto e tutti in territorio nazionale. La Corte Costituzionale ha sbaragliato il campo. “ E’ il giudice delle leggi, inappellabile: ha ristabilito la libertà di pensiero e la libertà sindacale ”, conclude, tono più che soddisfatto, l’avvocato Lello Ferrara, del collegio legale nazionale Fiom.
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