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LA SCUOLA COME PROFEZIA DEL TERRITORIO

Le mille voci che dibattono di scuola, insieme ai tanti problemi che l’affliggono, fanno perdere di vista lo sguardo educativo sui tanti che la abitano. Il patto di responsabilità con famiglie, volontariato e genitori.
Di Michele Montella

“I miei figli come virgulto di ulivo intorno alla mia mensa” (Salmo 127)

La scuola non è solo specchio della società, come da più parti si sente, ma è soprattutto profezia della comunità che la circonda.

Nell’affannoso dibattersi fra mille problemi, spesso essa perde di vista lo sguardo educativo sulle cose, le persone, i piccoli, i tanti che la abitano senza riuscire a trasformarla in una casa della conoscenza e dei saperi.

I linguaggi che nelle aule per sei ore al giorno si gridano sono quelli di una babele al contrario; non più la forza dirompente dello scambio di diversità, ma la piatta omologazione delle parolacce, degli accenti da bulletto, dei modelli televisivi dell’insulto e dell’ostentazione, che fanno coppia con lezioni a volte stanche e a volte rassegnate.

La forza della profezia, invece, risponde ai problemi valorizzando l’esistente e provandosi a cercarvi dentro quei germogli che si fanno cautamente strada. La primavera dell’inquietudine porta con sè tanti interrogativi: cosa fare perchè cresca un virgulto? Fino a che punto le sapienze di cittadinanza alimentano il futuro della città?

A queste domande non si può solo rispondere considerando la necessità di avere più strumenti, più servizi, più finanziamenti o con politiche scolastiche dissennate. Si può rispondere solo con un patto di responsabilità, che dia voce alle famiglie e alle mille strade che attraversano la scuola, come il mondo del volontariato e la feconda collaborazione con le associazioni genitori.

L’educatore: genitore, operatore, docente, dirigente deve sapere che prendersi cura del territorio vuol dire diventarne il primo responsabile e caricarsi di una “difficile speranza”, quella di chi accetta di essere presente, non di fare qualcosa per: ma solo essere presente, con il proprio bagaglio, magari povero di cose, ma in grado di poter diventare un tesoro da regalare: perchè niente di quanto va donato viene perduto e con lenta bellezza fiorisce, quando non ci aspettiamo più nulla.

Bisogna che ciascuno di noi si rimetta alla scuola della pazienza e dell’attesa dell’impossibile, perchè chi sa attendere gli altri impara ad aprirsi all’inimmaginabile.

(Fonte foto: Rete Internet)

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