Il cardinale Martini è stato un uomo che ha saputo coniugare la passione immensa per la cultura con la più grande carità umana: aiutare gli altri a leggersi dentro.
Qualche settimana fa avevo preso tra le mani un libro, Le età della vita, del cardinale Martini, avendo intenzione di regalarlo ad una carissima amica. Non si può regalare un libro che non si è letto: un po’ perché esso deve accompagnare qualcosa di nostro, lungo il viaggio che, chi si appresterà a leggere, inizierà e un po’ perché se un dono deve essere sentito, non può non aver attraversato almeno un po’ della nostra vita ordinaria.
In effetti, come sempre mi accade, quando regalo un libro m’impegno a leggerlo io per primo, se non lo conosco già. Il dono di un testo è un seme che si getta nell’animo umano e bisogna curarlo il più seriamente possibile. Così trovandomi a leggere, osservavo che, in maniera finemente graduale, provavo dentro di me una certa letizia a sfogliare, approfondire, rileggere, a tal punto che ho deciso di tenere il libro per me e di regalarne un’altra copia alla mia persona cara.
Non potevo immaginare che mentre questo esercizio di dolcezza letteraria, che è quasi sempre di affinamento spirituale, si faceva sempre più intenso, l’autore del volume sarebbe morto di lì a poco.
Questo episodio mi ha fatto pensare a lungo, perché le occasioni della vita servono a volte a svegliarci da un certo torpore e aprono la strada dentro di noi alla riflessione e al distendimento della pace interiore.
La morte di Carlo Maria Martini fa pensare a tante cose; a noi che ci occupiamo di città invisibili e le cerchiamo nell’andamento leggero della vita degli uomini, sembra che un aspetto straordinario della sua parabola esistenziale, sia per l’appunto la parte finale dell’esistenza terrena e la sua morte. E l’esperienza viva del vuoto che lascia, ci indica quale possa essere il rapporto tra un grande intellettuale della profezia urbana, il suo tempo e la funzione di guida che egli deve svolgere lungo i sentieri nebbiosi e accidentati che sono dati all’esercizio del cammino dei nostri pigri piedi.
In un articolo di tanto tempo fa, proprio per questa rubrica, facevo delle semplici riflessioni sul ruolo degli intellettuali nella nostra epoca e mi ponevo il problema delle forme con cui essa interroga la nostra capacità di tenere il passo delle modificazioni affascinanti e dei turbamenti drammatici che scorrono e si diffondono. Carlo Maria Martini impersona un modello credibile di intellettuale, grazie al quale l’invisibilità di una città può cominciare a esprimere un’esigenza di ascolto del sociale, che è la principale funzione cui un intellettuale, un onesto studioso, aperto cioè al contributo etico che la sua sapienza produce, è chiamato a svolgere.
Se si pensa alla condanna evangelica dell’intellettuale, definito come chi non riesce a comprendere il mondo dei poveri di spirito e non riesce a ricostruire una verginità infantile, verrebbe la tentazione di disperare e rassegnarsi a non essere apprezzati nemmeno da Dio. Eppure è proprio in questa splendida e solenne contraddizione che si pone lo scioglimento dell’enigma e della paura di essere considerati inutili come uomini di cultura. Come Martini, il vero intellettuale è colui che riprende dal tesoro della sua conoscenza quegli elementi che possono servire agli altri per dare un senso agli accadimenti e possono servire gli altri nel cammino faticoso della ricerca e della composizione equilibrata delle contraddizioni vissute come uomini e come cittadini.
Carlo Maria Martini, in un’intervista rilasciata a Dino Boffo, diceva “I Salmi aiutano a fare anche del dolore una preghiera. Essi, con il loro frequente passaggio dall’io al noi, ci fanno comprendere che quando un prete o un vescovo prega, prega sempre con la sua gente e per la sua gente. Non esiste più la preghiera solitaria o individuale. Ogni cosa che si chiede a Dio è chiesta per sé e per gli altri. Perciò chiedo a Dio per la città tutte le cose che chiedo per me, e chiedo per me tutte le cose che chiedo per la città” (Avvenire 6 febbraio 2000).
Le parole per dire l’amore e la sollecitudine sono gentili desideri del vero sapiente. Con esse salutiamo un uomo che ha saputo coniugare la passione immensa per la cultura con la più grande carità umana: aiutare gli altri a leggersi dentro.
(Fonte foto: Rete Internet)

