Il via libera definitivo alla fusione con Chrysler porta la famiglia Agnelli e Marchionne sempre di più verso New York. Intanto cresce la preoccupazione in Italia, Pomigliano in testa.
Ieri ultima assemblea degli azionisti al Lingotto di Torino. Da oggi Fiat group automobiles è fusa con l’americana Chrysler e diventa FCA: sedi della nuova multinazionale spostate in Olanda e Gran Bretagna e l’Italia che diventa solo una delle nazioni del neonato colosso dell’auto e non solo dell’auto.
Intanto cosa ne sarà di Pomigliano, cioè proprio da dove Marchionne ha fatto partire la sua rivoluzione liberista per ottenere un sistema italiano meno filtrato dai sindacati e molto più legato al mercato e al suo decisionismo? Cosa ne sarà degli oltre 2000 cassintegrati della grande fabbrica napoletana e del suo indotto? E che succederà a Mirafiori e a Cassino, dove si attendono le nuove produzioni, che a ogni modo anche qui non sembrano promettere piena occupazione una volta a regime?
Dal canto suo sempre ieri l’amministratore delegato italo canadese, ora meno italo e molto più canadese, ha ribadito che “in Italia ci sarà piena occupazione”, vincolando però la promessa a un sistema ancora più liberista. “Sempreché mi lascino lavorare”, ha fatto capire ai giornalisti. Pure il presidente Elkann getta acqua sul fuoco del focolaio di timori e dice che “non è vero che l’azienda è andata via dall’Italia”. Promesse, garanzie. Che però i sindacati fino a un certo punto accolgono con pieno ottimismo. Ieri è stato lo stesso Ferdinando Uliano, responsabile della Fim Cisl per il settore auto, a chiedere maggiore chiarezza, in particolare per Mirafiori e Cassino.
Mentre il suo collega della Fiom, Michele De Palma, è stato ben più pessimista chiedendo il pieno coinvolgimento del governo in questa fase cruciale per il destino della più grande e importante oramai “ex” industria italiana.
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