“Evitare che per il diritto di alcuni venga calpestato il nostro diritto al lavoro”. È la petizione fatta circolare nella catena di montaggio di Pomigliano, dopo che la magistratura ha stabilito il rientro in fabbrica dei cassintegrati iscritti alla Fiom.
L’appuntamento è stato fissato in un luogo lontano dalla fabbrica, al riparo da occhi indiscreti. Dall’auto scendono due operai, iscritti a un sindacato del sì a Marchionne. “Ecco, il foglio è questo: sopra c’è il testo e sotto le firme dei lavoratori con accanto i numeri di matricola aziendale”. Uno dei due convenuti consegna il pezzo di carta quasi come se fosse materiale top secret. “Dentro ci sono solo quindici firme – dice – ma di fogli così ne stanno circolando decine, quasi uno per ogni dominio .
Il dominio è una piccola squadra, composta da sette tute blu, che forma con altre “UTE” l’unità tecnologica elementare. E di “UTE” ce ne sono un bel po’ nella catena di montaggio. I domini, quindi, si sprecano. “ Si è così ”, confermano i “postini” di Pomigliano, che a un certo punto fanno un breve discorsetto, parole pronunciate con tono deciso per sottolineare che “la raccolta di firme è la diretta conseguenza della paura di perdere il posto di lavoro, ora che la Fiom ha vinto la causa”. “Ma niente nomi! Non faccia i nostri nomi, anche perché noi non ne sapevamo niente di questa petizione! Mi raccomando, eh?”, la richiesta di rassicurazioni viene soddisfatta con una breve ma convincente risposta da parte di chi scrive.
Spulciando però il testo della petizione la sensazione col senno di poi è solo una e cioè che quelle firme siano state raccolte per un unico scopo: impedire il ritorno al lavoro dei cassintegrati Fiom. Quel foglio, del resto, è chiaro: “Chiediamo alle organizzazioni sindacali di intervenire perché vorremmo evitare che per affermare il diritto di alcuni venga calpestato il nostro diritto al lavoro”. Una frase scritta alla fine del pur breve testo, che mostra al centro, risaltato in bell’evidenza col grassetto e la sottolineatura, il messaggio che punta sulla paura che stanno provando gli operai riassunti in Fabbrica Italia, “ la preoccupazione del rischio che Fiat debba far uscire dal lavoro persone come noi, che l’azienda da poco ha ripreso al lavoro, scatenando una guerra da poveri ”.
Italiano imperfetto per un concetto chiaro. Molto chiaro, come la luce del sole, a dispetto dello scenario che sta dietro tutto questo. La petizione è stata infatti subito avvolta in una nebbia, una sorta d’ alone di mistero, soprattutto per quanto riguarda l’identità di chi ne sia il vero ispiratore. Intanto Giuseppe Terracciano, segretario regionale della Fim-Cisl, commenta che “il clima in Fabbrica Italia Pomigliano si è fatto molto pensante”, che “gli operai che stanno dentro hanno paura che la Fiat decida di farli uscire, viste le difficoltà di mercato”. Polemiche e contrasti dominano più che mai.
Attriti ravvivati venerdì scorso, quando i metalmeccanici della Cgil hanno segnato un punto importante a loro favore, grazie alla sentenza della corte d’appello di Roma, che ha stabilito che entro novembre i cassintegrati iscritti all’organizzazione guidata da Maurizio Landini debbano rientrare al lavoro nello stabilimento da cui la stessa Fiom era stata cacciata, per effetto dell’accordo separato di due anni fa. Ma Sergio Marchionne non molla, tiene duro. L’amministratore delegato del Lingotto ha incassato il colpo inferto dalla magistratura e ha rilanciato facendo capire quasi subito che se sarà costretto ad assumere 145 operai iscritti alla Fiom licenzierà per esigenze di mercato un numero equivalente di operai riassunti l’anno scorso in Fabbrica Italia Pomigliano. Sacrificare gli operai “affidabili” per fare posto ai “ ribelli”. La prospettiva serpeggia da giorni nello stabilimento produttore della nuova Panda. Un’ipotesi che aleggia come uno spettro nella catena di montaggio della nuova Panda, che fa temere una guerra tra poveri.
La petizione di fabbrica punta su questo. È un appello ai sindacati firmatari a evitare lo scambio indigesto: operai cassintegrati iscritti al sindacato del no alla Fiat al posto di lavoratori che a Marchionne hanno detto sì e che sono da pescare tra gli attuali 2150 dipendenti Fip. Fibrillazioni alimentate anche dalla notizia dei preparativi di un’assemblea sindacale in fabbrica, la prima dalla costituzione della newco, che potrebbe svolgersi nelle prossime settimane. “Un’assemblea doverosa da parte dei sindacati firmatari – spiega Luigi Mercogliano, segretario regionale della Fismic – un’iniziativa che sarà puntata a fare chiarezza su tutto”. Ma la notizia della petizione ha fatto infuriare la Fiom. “Mettere contro gli operai già assunti con quelli che ancora sono in cassa integrazione non favorisce certo la soluzione della vertenza”, afferma Francesco Percuoco, ex rsu del Vico e coordinatore provinciale della Fiom per il settore auto.
“È un fatto molto grave – aggiunge Percuoco – un ulteriore tentativo di mettere gli operai contro altri operai, da condannare subito da parte di tutti: i sindacati firmatari dell’accordo con il Lingotto devono bloccare sul nascere tali iniziative se anche loro ritengono, come noi, che gli operai Fiat devono essere tutti assunti in Fip”. C’è anche chi dissente tra gli stessi sostenitori del sì a Marchionne. Come Gerardo Giannone, ex delegato Fim e incessante propagandista dell’accordo con il Lingotto. “Credo che la petizione sia una cosa non giustificabile – sostiene l’operaio collaudatore – io sono pronto ad andare in tribunale e nelle piazze per battermi contro la Fiom, per smascherarne le contraddizioni, ma non firmerò nulla che possa vietare il lavoro a un altro operaio”.







